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In Italia poche donne nelle posizioni di potere. L’ultimo rapporto di “Sesso è Potere”

Nonostante la più alta posizione di potere in Italia sia occupata da una donna, cioè la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, gran parte del potere politico e decisionale è ancora gestito da uomini: ci sono più sindaci che sindache, poche donne nei consigli comunali e nelle giunte regionali, nei ministeri, in parlamento, a capo di aziende, università e giornali.

Il rapporto Sesso è Potere di info.nodes e onData analizza tutti i settori della società. Le due associazioni, che da anni sostengono la diffusione dei dati come strumento di partecipazione civica, mostra che per le donne in Italia è ancora difficile accedere alle posizioni in cui vengono prese le decisioni, con conseguenze sulla qualità delle politiche pubbliche e della cultura aziendale. Gli studi hanno dimostrato infatti che i paesi con una maggiore rappresentanza femminile nei ruoli dirigenziali tendono ad avere politiche di welfare più avanzate, congedi parentali equamente distribuiti e servizi per l’infanzia accessibili, una cultura aziendale più inclusiva, in cui la leadership femminile è incentivata.

A livello delle amministrazioni locali il rapporto ha calcolato che tra le persone elette a livello comunale o regionale gli uomini rappresentano il 65 per cento delle posizioni, contro il 35 per cento delle donne. Nelle giunte regionali e nei consigli comunali le donne sono rispettivamente il 41,6 e il 35 per cento degli eletti, con significative differenze territoriali.

Le cose peggiorano per la carica di sindaco, ricoperta da una donna solo nel 15 per cento dei casi. La situazione è leggermente migliore nei comuni con più di 100mila abitanti: su un totale di 44 sindaci, 9 sono donne, il 20 per cento. Nel ruolo di presidente di regione ci sono solo due donne su 20: Stefania Proietti in Umbria e Alessandra Todde in Sardegna.

Passando al governo centrale, dei 24 ministeri di cui è composto il governo solo 6 sono gestiti da donne. La presidenza del Consiglio, nonostante sia presieduta da una donna, ha cinque sottosegretari, tutti maschi.

In parlamento ci sono due uomini a presiedere Camera e Senato. Alla Camera ci sono 132 donne su 400, il 33 per cento. Al Senato sono 75 su 205, il 36,6 per cento. Secondo i dati del database V-Dem, che raccoglie informazioni sulla qualità della democrazia nel mondo, nel 2023 la maggior parte dei paesi al mondo presentava ancora una quota di parlamentari donne tra il 20 e il 30 per cento, e solo tre stati avevano raggiunto una rappresentanza femminile pari o superiore al 50 per cento.

La rappresentanza femminile non è ampia neanche all’interno della dirigenza delle più grandi aziende italiane. Nelle 34 società controllate o partecipate dal ministero dell’Economia ci sono solo 6 amministratrici delegate. Ci sono 9 donne su 50 col ruolo di presidente del consiglio di amministrazione. È una diretta conseguenza di alcune leggi che impongono che nei loro consigli di amministrazione almeno due quinti dei membri siano del genere meno rappresentato, solitamente le donne.

Il difficile accesso delle donne a posizioni dirigenziali è tra le cause del cosiddetto gender pay gap, cioè guadagnano strutturalmente meno degli uomini. In economia è chiamata segregazione verticale, ossia quel fenomeno per cui ci sono minori opportunità di carriera per le donne rispetto agli uomini e più difficoltà per loro di ottenere promozioni e posizioni più alte.

La scarsa rappresentanza delle donne nelle posizioni apicali si vede anche in altri contesti, in Italia tra le 50 principali testate giornalistiche solo in due casi il ruolo di direttore è ricoperto da una donna. Nessun telegiornale nazionale, invece, è diretto da una donna. Fuori dall’Italia la quota è superiore, sebbene lontana dalla parità. Nelle università italiane solo un rettore su cinque è donna, nonostante nel più ampio settore dell’istruzione ci siano moltissime donne. La stessa quota si ritrova nella dirigenza degli enti di ricerca pubblici.