Il 14 marzo è stato proiettato a Napoli, al cinema Astra, L’eco dei fiori sommersi il film documentario della regista Rosa Maietta, prodotto da Ladoc.
L’eco dei fiori sommersi, si muove tra ricerca storica e linguaggio evocativo costruendo un viaggio nella memoria e un’immersione nei frammenti di vite dimenticate, storie di donne senza volto, il cui destino è rimasto intrappolato tra le carte dell’Archivio di Stato di Napoli.
Attraverso un raffinato intreccio di linguaggi, il film si inserisce nel del documentario al femminile, richiamando il lavoro di Alina Marazzi nella sua capacità di fondere testimonianze, immagini d’archivio e suggestioni oniriche. Il film nasce da una commissione dell’Archivio di Stato, ma la ricerca condotta dalla regista e dalla troupe, interamente al femminile, si trasforma in un’indagine intima tra i faldoni, fotografie e documenti personali.
Il risultato è una narrazione che esplora gli “abissi” dell’archivio e della storia taciuta delle donne.
L’idea dell’immergersi nell’Archivio e nelle storie protagoniste viene enfatizzata dalle immagini subacquee che aprono il film, rafforzando la metafora di un mondo sommerso. L’acqua, però, assume anche un’altra valenza: da fonte di vita a simbolo di morte, nella disperazione di un aborto clandestino, sottolineando la precarietà della condizione femminile, spaccata tra paura, silenzio e vergogna.
La ricerca di Rosa Maietta è permeata da empatia e delicatezza, pur spingendo lo spettatore a una riflessione profonda sul passato e sulle sue implicazioni nel presente. Il ritmo del film segue la sospensione e il silenzio dell’archivio, per poi incalzarsi quando le carte vengono sfogliate, portando a climax di tensione e dinamismo, in un crescendo che riflette l’esplosione di vita e dolore delle donne raccontate. Dalle testimonianze emerge una realtà soffocata dall’oblio e dalla negazione della libertà di scelta, tra paura e vergogna. Ciò che colpisce, a riguardo, è il linguaggio burocratico e disumanizzante dei documenti ufficiali, che restituisce un distacco glaciale dalla sofferenza vissuta dalle vittime. Queste storie, seppur accessibili negli archivi, sono rimaste a lungo invisibili, rendendo l’operazione di Rosa Maietta un atto di restituzione storica e umana.
La dialettica del tempo viene ripresa da un simbolo ricorrente nel film, una tartaruga secolare, che accompagna chi guarda nell’esplorazione dell’archivio. Figura allegorica della memoria e del tempo, rappresenta anche un alter ego della regista, si allontana tra gli scaffali lasciando aperta una domanda: quanti altri frammenti di vita attendono ancora di essere riscoperti?
L’Archivio di Stato diventa così un “limbo” metaforico, luogo di custodia della memoria e, al tempo stesso, speranza di fuga dall’oblio attraverso la testimonianza materiale di una traccia di sé.
Con il suo ritmo sospeso tra silenzio e rivelazione, L’eco dei fiori sommersi non è solo un documentario, ma un’esperienza di riflessione. Un’opera che invita lo spettatore a immergersi in un passato che continua a risuonare nel presente.
Biografia della regista:
Rosa Maietta (Benevento, 1990), è laureata in Lettere Moderne a Napoli. Tra il 2013 e il 2016 realizza i cortometraggi Senectus Ipsa Morbus, Parusia Napoletana e Vorago, che partecipano a festival nazionali e internazionali. È assistente al montaggio di Agalma di Doriana Monaco (2020). Tra il 2019 e il 2020 lavora alla ricerca d’archivio e al montaggio di Gli Ultimi Giorni dell’Umanità di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo.
Nel 2024 firma il montaggio di Il Capitone di Camilla Salvatore; è assistente alla regia di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman per Vittoria (2024). L’eco dei fiori sommersi è la sua opera prima che vince il primo premio in sviluppo nell’ambito di In Progress del Milano Film Network, e un premio di post-produzione al Bellaria Film Festival.
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