Dis-fare le parole. Viaggio nel linguaggio del terzo millennio per un ethos di filosofia pratica di Elisabetta Zamarchi
Recensione di Sarah E. Bagliani*
Come fare per scrivere la recensione di un testo che ha come intento programmatico, fin dal titolo, quello di dis-fare le parole?
Uno dei come possibili è indicato nello stesso testo oggetto di questa recensione ed è il partire dalle parole usate, per comprenderle e indagarne i significati e i valori.
Parto pertanto dal termine recensione: il verbo latino recensēre è composto da due parti, la prima re– che indica il ripetersi di un’azione- e l’altra censere che, nel molteplice elenco dei suoi significati, può indicare sia l’esprimere un giudizio e valutare sia consigliare, promuovere.
Ma il ripetersi, ci mostra Elisabetta Zamarchi, collegandosi alla ricchezza teorica delle riflessioni di Deleuze e Sini, non è il reiterarsi identico e automatico di un agire irriflesso ma ha un portato più profondo e duplice.
Il ripetersi è al contempo ciò che consente il permanere, il costituirsi memoria, così che l’agito acquisti in densità e temporalità ma anche ciò che, nel riprodursi dell’azione, consenta sia l’affaccio dell’inedito, sia l’apparire della differenza nel medesimo.
Quindi nello scrivere una recensione è indispensabile lasciare che le parole esperite e lette sedimentino e diventino memoria, e al contempo che aprano all’inedito, consentendo l’emergere di nuovi significati tralasciati o non visti nelle letture precedenti.
Per questo una recensione non ha una valenza teoretica, ma piuttosto chiarificatrice di un testo ancora ignoto ed eventualmente trasformatrice attraverso un’azione (quella di consigliarne la lettura). Chiarificazione e trasformazione che sono affidate al vaglio critico proprio della recensione.
Riprendendo – semplificandola – la domanda iniziale potrei rispondere che nel testo Dis-fare le parole di Elisabetta Zamarchi si trovano tutti gli elementi e il metodo che descrivono uno dei possibili modi per dire, pensare e scrivere una recensione.
Non tanto una recensione editoriale, bensì esistenziale. Con una precisazione fondamentale: la recensione di un testo avviene a libro concluso, editato e pubblicato mentre il metodo di pratica filosofica tracciato da Zamarchi nel suo testo si confronta con e nel divenire di singole umanità incarnate e in relazione.
E quindi la domanda iniziale si muta e diventa quella da cui il lavoro espresso in quest’opera parte, ovvero, come fare per stare- dire, pensare, agire- nel divenire.
L’autrice dettaglia in questo testo tutti i riferimenti che tracciano la genealogia, nella storia del pensiero, dei concetti su cui si snoda il suo procedere, tutti gli elementi che determinano oggi l’urgenza di un interrogarsi sul come fare della pratica filosofica, chiarendo la sua proposta metodologica ed etica in merito.
Un particolare riferimento, all’interno della storia del logos, è la nominazione della filosofia della differenza sessuale che ha rivoluzionato il concetto di pratica filosofica, mostrando come il pensiero teorico possa nascere a partire da pratiche politiche di relazione tra donne e dal pensare in presenza, nel confronto vivente segnato dalla carnalità delle voci. Con la teorizzazione di tali pratiche il pensiero femminista ha dato una svolta particolare al divenire del Novecento.
Divenire, nel quale siamo inevitabilmente immersi e dal quale emergiamo, che oggi, epoca dominata dalle ITC (Tecnologie dell’informazione e della comunicazione), ha connotazioni – forse sostanzialmente- diverse dalle epoche precedenti: il dato problematico è che queste trasformazioni, inesorabili e sistemiche, proprio per la loro prorompenza e pervasività non sono generalmente percepite e pertanto non sono abituale oggetto di riflessione.
Come fare allora? Nel testo si afferma che parlando, denunciando, mostrando, argomentando la pratica filosofica può condurre qualcuno a chiarezza e consapevolezza.
Nella triade del nostro abitare l’esistenza – il pensare, il parlare, l’agire- è il parlare la membrana di azione, creazione e narrazione sulla quale si può operare.
La cura della parola filosofica potrà portare a una trasformazione sul piano dell’azione e del pensiero, ma non è a essi che può indirizzarsi direttamente e in prima istanza. La cura della parola filosofica parla alla parola pronunciata; pertanto è una cura che si rivolge solo a chi la cerca, a chi, pur nell’inconsapevolezza delle condizioni che determinano la perdita di senso, patisce una insensatezza tale – dato un particolare urto dell’esistenza – da generare un vuoto incolmabile negli abituali sistemi di verità e sapere.
La parola abitualmente pronunciata è irriflessa, automatica e automatizzata nella velocità esasperante del nostro presente. Questa parola, propria del senso comune, è indicata da Zamarchi come la prima parola interlocutrice della parola filosofica e della sua cura. Una cura che ha il compito, difficile perché non compiacente, di essere dirompente e di creare crepe da cui poter far emergere significato e responsabilità. Una cura che per essere efficace e capace deve mantenere viva e presente la complessità del divenire, proprio, altrui e del contesto, senza cedere al bisogno della risposta immediata.
L’ethos delineato da Zamarchi, secondo le sue stesse parole, definisce un metodo, non il metodo; ed è un metodo rigoroso e rispettoso, capace di restare in relazione nella carnalità, qui e ora, della parola pronunciata, ma ricordando al contempo lo sfondo entro cui ogni singolarità si staglia, sfondo necessario concettualmente e concretamente ineludibile, e della complessità e velocità del divenire intorno a noi.
Elisabetta Zamarchi in questo testo, fondamentale manuale di studio per chiunque intenda praticare o già pratichi la professione di counselor e consulente filosofici, ha il pregio raro e prezioso di rendere conto della duplicità del divenire: del suo inevitabile e incontrollabile potenziale di destabilizzante trasformazione, ma pregno, al tempo stesso, della possibilità di rendersi consapevoli e responsabili del proprio cambiamento.
Abitualmente si cercano e si perseguono verità apodittiche cui aggrapparsi e a cui affidarsi, ma, per dirla con Galilei dopo la condanna dell’Inquisizione, …eppur si muove.
*Sarah E, Bagliani, torinese di nascita e milanese di adozione, è filosofa counselor e consulente, a seguito di un percorso formativo che, dagli studi universitari e una tesi in bioetica, l’ha portata alla specializzazione post universitaria in filosofia pratica. Specializzazione che oggi declina, con il suo progetto LA MENTE FUNAMBOLA, negli ambiti della Filosofia del Lavoro, Filosofia con bambini, bambine e ragazzi e ragazze e della Filosofia per la Persona. E’ autrice del format FILO E SOFIA per la pratica filosofica con giovanissim a partire dalla scuola dell’infanzia, collabora con realtà leader nel settore del ben-essere aziendale ed è promotrice e relatrice di tavole rotonde di comunità su tematiche di attualità e legate al mondo dell’arte e della cultura. Collabora, con diversi progetti e ruoli, con l’associazione Pragma – associazione di professionisti delle pratiche filosofiche.