Agorà del lavoro, Università Bicocca, 11 marzo 2013
trascrizione di Pinuccia Barbieri

Carmen Leccardi: “Ci interessa discutere con voi della questione del lavoro e della vita, e partirei dalla questione della vita. Normalmente, in un’istituzione accademica come un Dipartimento di Sociologia si discute di lavoro ragionando a partire da cifre, tendenze, dati sul mercato lavoro.

Oggi facciamo un percorso diverso. Vogliamo iniziare guardando alle esperienze che ognuna, ognuno ha del lavoro; vogliamo guardare anzitutto alle nostre vite. In particolare, e ringrazio gli e le studenti che hanno scelto di partecipare a questo incontro, non possiamo non tenere conto di che cosa significa oggi, essendo giovani, parlare di lavoro (che spesso manca: è sufficiente ricordare il fenomeno impressionante della disoccupazione giovanile oggi in Italia; o, quando c’è, è instabile e precario). Quello dei e delle giovani è un periodo della vita sempre più incerto e dai contorni sempre più sfumati. Non si sa esattamente quando termina né se mantiene ancora il carattere di ponte tra adolescenza e vita adulta. Il suo carattere è dunque, paradossalmente, sempre più autonomo, vale a dire sganciato dall’idea di ‘transizione’ (alla vita adulta appunto). In questo senso è particolarmente importante, mentre ci si interroga su vita e lavoro, interrogare l’esperienza esistenziale di coloro che ne sono protagonisti.

Quali sono dunque, in questo scenario, le aspettative dei giovani uomini e delle giovani donne nei confronti del mondo del lavoro? (Le aspettative sono differenti? Sono sessuate? La maternità come condizione biografica specifica delle donne può modificarle? In quale direzione? Tra l’altro, non è possibile dimenticare che la precarietà che si sta vivendo in questa fase è, come dice Teresa de Martino, il più efficace dei contraccettivi). Le aspettative nei confronti del lavoro per il mercato sono comunque, in linea di principio, crescenti per gli e le studenti, proprio in ragione delle capacità e competenze sempre maggiori che vanno acquisendo. Questo aspetto genera ulteriori, specifiche contraddizioni in rapporto alle condizioni del lavoro oggi.

Marina Piazza ragionerà intorno a questi temi in relazione alla nascita del’Agorà del Lavoro e al suo percorso (molte delle promotrici dell’Agorà sono tra l’altro presenti qui oggi). Per quanto mi riguarda, vorrei sottolineare l’importanza delle innovazioni culturali, delle forme di pensiero inedite in tema di lavoro e di vita, che sono state prodotte dalle donne in particolare nel corso degli anni Settanta, e che hanno polverizzato in senso letterale la distinzione tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo (chi frequenta il corso della laurea magistrale in Sociologia denominato Processi di innovazione culturale, di cui sono responsabile, conosce bene questo tipo di analisi). Nel femminismo dei nostri giorni – c’è chi lo definisce post-femminismo, chi femminismo della terza ondata, ma termini ed etichette non ci interessano qui – il tema del confronto generazionale si intreccia specificamente a quello della precarietà del lavoro e della vita. Quali sono dunque i percorsi della soggettività delle (giovani) donne in questo contesto? Come le nuove pratiche, e aspettative, lavorative modificano il vissuto di sé, l’esperienza, di donne e uomini giovani nei primi decenni del nuovo secolo? E come queste esperienze si distinguono da quelle delle generazioni di donne precedenti – ad esempio le donne del femminismo degli anni Settanta?

Su questi temi si sono prodotti diversi tipi di analisi, articoli, libri ma, mi chiedo, ci chiediamo, che cosa hanno da dire al riguardo le e i diretti protagonisti, le ragazze e i ragazzi che vivono dentro questa precarietà? In questa sala sono tra l’altro presenti più generazioni di donne; dunque, abbiamo tra l’altro un’ottima opportunità di confronto non solo dei punti di vista, ma anche delle esperienze generazionali.

Marina Piazza: “Obiettivo principale di quest’incontro è sentire voi, la vostra voce, quello che avete da dire. L’Agorà, come dice la parola stessa, è una piazza pensante di discussione e di elaborazione aperta a tutti donne, uomini ragazzi e ragazze sul tema del lavoro, delle trasformazioni del lavoro, in una concezione più ampia rispetto a un concetto di lavoro tradizionalmente inteso, che potremmo definire il lavoro necessario per vivere. Dal 2011 si riunisce una volta al mese in un’aula di una scuola civica messa a disposizione quasi gratuitamente dal comune di Milano dalle 18 alle 21.

Vorrei subito mettere in evidenza due punti innovativi.

Il primo punto radicale e innovativo dell’Agorà è che non si tratta di parlare del lavoro delle donne ma del pensiero delle donne sul lavoro che cambia e che il pensiero delle donne sul lavoro e sull’economia è un pensiero buono per tutti ma non perché siano più brave o intelligenti ma perché hanno l’esperienza nella loro vita, della complessità della vita, del fatto che non si può parlare del lavoro se non si parla di cura. Fanno l’esperienza della relazione e dell’interdipendenza. Noi pensiamo ai maschi adulti come liberi indipendenti ma non è vero: siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri e l’interdipendenza ci caratterizza come esseri umani, è la radice profonda degli esseri umani.

L’altro punto che mi sembra innovativo radicalmente ma che è carico dell’esperienza maturata del femminismo del partire da sé, è il metodo di lavoro, che vuole parlare del lavoro non oggettivandolo ma unendo soggetto e oggetto. Avete sentito parlare di politiche attive del lavoro, ma se ne parla e non emerge nulla. Invece è necessario partire dalla propria esperienza, dal disagio, dalle piccole vittorie, dall’acquisizione di una consapevolezza di sé, dal sapersi muovere in una situazione radicalmente diversa. L’Agorà è nata delle riflessione del gruppo della Libreria delle donne sul lavoro iniziato dal 94 che poi si è però concretizzato in un gruppo più ristretto di studiose che venivano dal lavoro della conoscenza, da un tessuto di lavoro dentro l’ esperienza milanese, dall’editoria, dal marketing con una pluralità di competenze e hanno sviluppato dalle riflessioni da cui sono nati due scritti. Uno è Il doppio sì ovvero due volte sì al lavoro professionale e al lavoro di cura e di manutenzione dell’esistenza alla realizzazione di sé sia nel campo professionale e affettivo. Il secondo è il manifesto Primum vivere che ha avuto molta risonanza – è stato letto in tutt’Italia- che ribadiva il concetto di base cioè che bisogna riportare a livello politico i nessi tra lavoro professionale e lavoro di cura. La definizione del lavoro come di lavoro necessario per vivere -, primum vivere – e questo implica uno sguardo a tutto campo sul lavoro. Si è partiti dalla consapevolezza che è crollato tutto il grande monumento del lavoro novecentesco, l’organizzazione fordista tradizionale del lavoro (cioè le donne a casa gli uomini nel pubblico). Ma oggi le donne non solo stanno in casa,sono anche fuori. Le donne ci sono e vogliono esserci nel mercato del lavoro ma vogliono esserci portando il proprio desiderio, vogliono vivere la propria vita.

Da questa analisi basata sulle cose dette prima è partita l’interrogazione sul lavoro in senso generale ed è nato un metodo del partire da sè che mi è sembrato interessante. Poi è nata l’Agora, che è un gruppo più vasto- e mi piacerebbe molto che alla prossima Agorà ci fosssero studenti come voi – che vuole metter in interlocuzione anche gruppi diversi, gruppi cha hanno posizioni di base differenti ma per confrontarsi davvero sulla base di esperienze come individui e gruppi.

Volevo fare tre accenni che noi abbiamo individuato come trasformazione del lavoro. C’è un gigantesco problema di ridefinizione del concetto di lavoro, di redistribuzione del lavoro complessivo e di elaborazione di nuovi criteri di valorizzazione e utilità del lavoro complessivo. C’è un intreccio tra lavoro che c’e, che non c’e, che c’è ma non si vede, e questo mix tra questi tipi di lavoro è sempre più intrecciato.

Partiamo dal lavoro che c’è che è sempre meno.

Molti di voi pensano che non arriveranno, o arriveranno con difficoltà a un lavoro a tempo pieno e tempo indeterminato cinque giorni su sette dalle 9 alle 18 e forse non lo vorrebbero nemmeno. In generale si potrebbe dire che c’è sempre meno lavoro e chi è dentro quel lavoro lavora sempre di più e c’è una pressione forte sui tempi soprattutto sulle donne perché è come se le donne chiedessero tempi anche per la vita di fuori, per la complessità della loro vita (non dovrebbe essere così perché ci dovrebbe essere una condivisione del lavoro tra donne e uomini). Il problema del tempo con orari flessibili, di usufruire di un part time che non sia penalizzante, che non si sia penalizzate quando si torna dal congedo di maternità è un problema però anche per gli uomini. Quando un uomo torna dal congedo di paternità è trattato peggio di una donna perché viene considerato un traditore del proprio genere (tu che sei un uomo, dicono, dici che è più importante il tuo bambino e questo perché non sei fedele all’azienda). Il modello attuale di organizzazione del lavoro è ritagliato sul maschio adulto -male oriented – e chiede a ciascuno la disponibilità totale di tempo e spazio, quindi il problema del tempo c è anche per gli uomini ed è forte. . Parlo appunto della valorizzazione del lavoro che ancora oggi è come se fosse un baluardo ottocentesco, non è basato sui risultati ma sulla presenza, se sei bravo e stai qui fino alle dieci, ti promuovo e questo penalizza non solo le donne ma anche i caregiver, quelli che si occupano del lavoro di cura. Diventa centrale la competizione, sparisce il senso di essere dentro un ambiente amichevole,sparisce un senso di amicizia, solidarietà, anche l’utilità, il senso del lavoro. Ricordo una giovane donna che all’Agorà parlava di una sua ricerca di senso, respingendo il gioco al massacro della competizione, respingendo i rapporti di potere, scegliendo di togliersi dal lavoro dipendente, di andarsene e creare un’agenzia in proprio nel web.

E c’è poi il problema del reddito derivato dal lavoro. Abbiamo fatto un’inchiesta sul web in cui hanno risposto quasi tremila donne: la maggioranza di donne è laureata, alcune sono dottorate, e hanno un reddito che va dai mille ai mille e trecento euro.

Parlo ora del lavoro che c’è ma è sempre più frammentato, atipico, precario soprattutto il lavoro che riguarderà voi nella zona alta del mercato della conoscenza. L’uso di forme contrattuali atipiche come partita iva, contratti a progetto che ormai sono norma per le nuove assunzioni. E molti settori del terziario, vivono di questi mal pagati, ricattati, discontinui e gratuiti lavori. Mi dici che il lavoro ti piace e vuoi anche essere pagata? Questo ci si sente dire e non solo tra precari ma anche tra chi esercita una professione autonoma perchè c’è difficoltà a gestire margini di questo lavoro, ci sono momenti troppo pieni quando si lavoro 16 ore al giorno o troppo vuoti quando non c’è lavoro. Un lavoro supplementare è quello di cercare lavoro perché anche cercare lavoro è un lavoro. Quindi anche questo e soprattutto questo è uno dei temi che mi piacerebbe discutere.

Infine il lavoro che c’è ma non si vede ed è il lavoro di riproduzione, cura, manutenzione dell’esistenza, lavoro che serve a far vivere persone dipendenti e bambini ma anche maschi adulti e non è solo lavoro materiale nella casa ma è il lavoro di relazione, di mediazione con le istituzioni, di organizzazione complessiva, di mediazione con la scuola, l’ospedale, ecc-.ecc. Questo lavoro che è moltissimo, che c’è, ma non viene visto o riconosciuto questo è un lavoro che deve diventare visibile perché non sto qui a ripetere le stime, è noto quanto valga, ma praticamente è invisibile. Poi questo lavoro che c’è ma non si vede è il lavoro di aggiornamento e formazione e di autoformazione

Infine il lavoro che non c’è, ovvero la sottoccupazione, la dipendenza economica dalla famiglia di origine sempre più drammatico anche perché le famiglie hanno difficoltà a mantenere figli adulti. C’è lo scoraggiamento c’è molta inattività rispetto la disoccupazione. C’è anche in gioco il desiderio di mettersi in discussione, desiderio di voci di ribellione che cercano luoghi per dirsi.

Il sindacato non prende in considerazione questi tipi di lavoro, si occupa di lavoratori già nel mercato del lavoro, la politica parla di incentivi alla crescita, di investimenti, di job act ma concretamente non si capisce come si possa fare a trovare un nuovo modo di lavorare. E l’Agorà ha voluto rispondere con un altro pensiero e con un altro metodo di lavoro che è il partire dalle proprie esperienze, non solo per raccontarle ma per connetterle insieme, per ripensarle. Con l’obiettivo di decostruire le idee dominanti sul lavoro.

Ci piacerebbe se oggi voi diceste la vostra immagine sul lavoro o esperienze di lavoro mentre studiate, qual’è la vostra postura rispetto a questo mondo.

Carmen Leccardi: “Volevo aggiungere un caso. Marina ha parlato del nuovo e il nuovo è che l’Agorà va nell’ Università, noi siamo i primi di Milano che propone l’iniziativa. Quello che stiamo vivendo è un momento di riflessione comune rispetto quanto è stato detto e trattato dal corso. Si punta alla risignificazione di termini del nostro senso comune e per questo non vengono più interrogati”.

Discussione

Lidia: “Posso parlare della mia esperienza. Studio, non sto lavorando ma ho lavorato per molti anni come cameriera e baby sitter mentre studiavo. Come ambiente di lavoro ero fortunata perché ero in regola e rispettata come lavoratrice e donna. L’ambiente era piccolo e le cose funzionavano. Credo che la mia sia una generazione di confusi e quindi abbiamo/ho un’ansia di dover rendere conto, di dover diventare qualcuno: questo è proprio il risultato della precarietà, se avessimo una strada più certa avremmo meno questo bisogno di riempirci il cv, di imparare le lingue, fare esperienza all’estero (quando magari non ne abbiamo molta voglia…). Riguardo la generazione femminile, quello che vedo, senza offesa per i maschi presenti, è che le giovani donne sono più attive, facciamo più cose, abbiamo speranza, lo vedo dal mio gruppo di amicizie – non so se posso generalizzare – dove i maschi sono più in crisi rispetto a noi. Rispetto alla precarietà: ho pensato a quella che posso vivere oggi e non solo sul lavoro. E’ una condizione di molti giovani, è una precarietà a livello emotivo e sentimentale: siamo coppie spaiate in giro per l’Italia, mantenere una relazione è difficile sia a causa del lavoro non garantito o garantito da un’altra parte, sia perché non sappiamo chi vogliamo essere, fatichiamo a immaginare il momento in cui ci si ferma con un’altra persona e si fanno scelte di un altro tipo.

Intervento: “Non penso di poter parlare a nome della generazione maschile. Per quanto riguarda la mia esperienza, vivo quotidianamente questa ansia non mi sento tranquillo perché sono in una situazione familiare in cui per poter studiare ho bisogno di lavorare, sono costantemente alla ricerca di entrate economiche e mi ritrovo in una situazione in cui il lavoro mi garantisce la possibilità di seguire le mie aspirazioni. La realtà con cui mi scontro è quella di piccole esperienze lavorative saltuarie e precarie, non tanto perché sono a tempo determinato ma perché dipendo dalla volubilità di altre persone. Insegno musica, seguo attività extrascolastiche di una scuola ed è un lavoro che mi garantisce l’università, ma non è un’entrata sicura, tutto è molto saltuario e mi ritrovo in una situazione in cui mi sento dire che sono troppo giovane per avere l’ansia, ho 23 anni e sono troppo giovane anche per fare una famiglia. Mi dicono: hai tempo, ma io invece non penso di averne tanto, sento di volere una famiglia. Ma non posso”.

Carmen: “Dopo la laurea pensi di fare ancora l’insegnante di musica?”

R: “Penso di sì, perché vorrei diventare sociologo ma anche continuare a fare il musicista. Non è semplice ma ci sto provando, una volta laureato proverò a fare il sociologo e vorrò e dovrò continuare a insegnare, anche perché prima di avere un reddito come sociologo ci vorrà tempo.

Intervento: “Quando ho deciso di iscrivermi all’università notavo che tutti i miei compagni delle superiori avevano scelto tenendo conto della situazione economica. Quasi tutti hanno scelto Economia. Io mi sono fidata dell’istinto: poi ci penserò e qualcosa ne verrà fuori. Quando mi sono iscritta volevo anche lavorare perché vorrei avere un’esperienza pratica: l’università italiana ha un approccio molto teorico. Ho cercato subito di lavorare e il fatto di conciliare studio e lavoro non è mai stato grave perché programmo e sono metodica. Il mio primo lavoro è al McDonald e all’inizio mi era sembrato di aver trovato un buon lavoro con contratto di apprendistato ma, man mano che andavo avanti, emergevano problemi come attrezzature non a norma e, nonostante lo si facesse presente, non si veniva ascoltati. Si è creata una rete di solidarietà, eravamo tutti appartenenti a categorie svantaggiate: c’erano laureati, studenti in corso e immigrati con famiglie di due/tre figli che riuscivano a far quadrare i conti. Il clima era molto amicale e bello, nonostante le difficoltà ci supportavamo, parlavamo tra colleghi di lavoro, anche di problemi della nostra vita, è stato molto bello. Poi ho cambiato lavoro perché ne ho trovato uno migliore presso un negozio Vodafone. Qui è diverso, è un modello di lavoro che si trova da molte altre parti, dove spesso gli interessi dell’azienda coprono quelli del benessere dei lavoratori. A volte però alcuni colleghi si identificano negli obiettivi aziendali e dimenticano che il luogo di lavoro è il luogo in cui loro vivono. Secondo me, specialmente adesso, siamo sempre più qualificati e meno certi che le qualifiche abbiano uno scopo, ci si affanna a fare meglio degli altri, a raggiungere gli obiettivi, a fare bella figura, a scrivere tante cose nel cv, ma non c’è l’idea che i giovani debbano trovare lavoro e rispecchiarsi nel lavoro. Però nelle piccole cose possiamo ritrovare il comunicare tra di noi in modo amichevole. Spesso i giovani che vanno a lavorare sono maltrattati, non penso che maltrattare faccia molto bene a chi lavora o deve imparare. I giovani sono confusi, vogliono un lavoro sicuro ma allo stesso tempo sono pochi quelli che trovano un lavoro in cui si rispecchiano… solo dopo tanto girovagare si riesce ad essere sereni”.

Giordana Masotto: “Dicevi che alla McDonald, dove il lavoro era “più schifoso” c’erano rapporti più caldi e significativi che non in un ambiente dove tutti hanno l’aria di essere amici ma in realtà c’è più disprezzo”.

R: “Sì, anche per la difficoltà del lavoro. Nel campo della telefonia c’erano gli incentivi sugli abbonamenti, il Mc è un lavoro di ristorazione, l’ho sempre considerato una catena di montaggio, è un lavoro fordista. C’era possibilità di fare carriera ma tra i giovani universitari non si puntava a quello, magari qualcuno che aveva famiglia sì, ma era più una questione economica.”

Intervento: “Ho la fortuna di lavorare a tempo indeterminato da quindici anni, anche se sono passato da un settore a un altro. Tornando a quello che è emerso prima sulle aspettative: oggi le aspirazioni dei giovani sono poche e si sente dire che sono mammoni. Otto anni fa nelle selezioni per l’azienda per cui lavoro eravamo in cinquanta, ma hanno accettato solo in sei perché si lavora con turni, compresi sabato e domenica. Lavoro per Atm che è un’azienda che negli ultimi anni ha investito tanto, però molti rifiutano in quanto si pensa che chi studia troverà qualcosa di meglio (che poi non c’è). Ho dei compagni che, pur essendo giovani, sono molto preparati. La cosa peggiore è che dovranno scontarsi nel mondo del lavoro con persone con competenza zero. L’università serve per aprire la mente. Ma la cosa peggiore, e lo vediamo in ambito politico, sono le persone che ricoprono ruoli importanti senza la minima preparazione. E questo succede anche nelle aziende.”

Intervento: “C’è una grande discussione in ambito politico e anche in parte sindacale sul reddito di cittadinanza o reddito di base, ci sono varie sfumature di questo concetto, alcuni non lo chiamano reddito di cittadinanza perché vogliono tenere separato il concetto dalla cittadinanza, chiamiamolo quindi reddito di base. In una situazione chiusa come quella in cui ci hanno rappresentato, noi non sappiamo se questo concetto in qualche modo è di loro interesse, se hanno aspettative o prescindono totalmente da questa ipotesi”.

Lia Cigarini: “Reddito di cittadinanza vuol dire che, per il solo fatto di essere al mondo, hai diritto a un’esistenza degna, ad avere garantita una sopravvivenza. Ne abbiamo discusso molto all’Agorà: voi che cosa ne pensate?”

Intervento: “Può avere un senso. Nella mia esperienza ho fatto dieci anni nella ristorazione. Il contratto che comprende un sacco di lavoratori in Italia risale agli anni ’50 e si è bloccato lì. Quel contratto è fermo, una persona nella ristorazione ha uno stipendio basso e se protesta o sciopera viene colpita e accusata, anche dalla società. Quello che è stato conquistato negli anni 70 è andato perso”.

Intervento: “Per quanto mi riguarda sono a favore del reddito di cittadinanza. In questo momento storico può esser un elemento che può disciplinare il lavoro. Può contribuire a ricalibrare il rapporto tra capitale e lavoro. Sono fortunato, non ho mai dovuto lavorare per studiare, tuttavia fra un paio d’anni mi laureo e non credo che con la mia formazione sarò ben inserito. Il reddito potrebbe darmi autonomia lavorativa e spingermi a emigrare. Andare in Paesi europei dove la nostra formazione viene riconosciuta può essere una soluzione, anche se rivendico il diritto a restare.”

Intervento: “Quando ho fatto l’università c’è stata la riforma della scuola in direzione di un modello funzionale all’inserimento nel mondo del lavoro. E’ un’illusione che è stata creata, la riforma ha portato l’università a essere un passaggio, mentre in realtà dovrebbe aprire la mente”.

Intervento: “A proposito del significato del lavoro, penso che sia in corso una sua forte ridefinizione. Se una volta si lavorava per la famiglia e ci si realizzava nel mondo extralavorativo ora per me è diverso, il lavoro è un momento di realizzazione personale, per mettere a frutto tutte le competenze maturate con lo studio. Sul reddito di cittadinanza: sarebbe buono se il lavoro in cui mi realizzo e che non mi basta come reddito fosse integrato dal reddito di cittadinanza. Per quanto riguarda l’università: non è solo un momento di passaggio, ma una fase molto lunga e molto importante. La nostra facoltà ci aiuta molto a scoprire e ad aprire le nostre menti, stiamo acquisendo molte informazioni, conosciamo i servizi dove lavoreremo e per il momento impariamo a usufruirne. Ci viene richiesto di fare tesine, organizzarci con gli esami, discutere sul tema del capitale sociale, dell’innovazione e noi dobbiamo approfondire e cercare attivamente situazioni di innovazione culturale e sociale come per es. il co-working”.

Stefania: “Mi ricollego al reddito perché in questo momento c’è una battaglia politica seria da fare e tutti i movimenti parlano di reddito. Io parlo di reddito di autodeterminazione o bioreddito, piuttosto che di reddito di cittadinanza dove può emergere anche il concetto di esclusione. Sarebbe una possibilità per introdurre un altro diritto che è il diritto di scelta e che vorrei avere, al contrario del diritto al lavoro perché – per come è organizzato – mi fa venire l’ansia in quanto non possiamo sapere quanto il lavoro assorbirà le nostre vite. Vita e lavoro non sono separati. Tutte le nostre capacità sono sfruttate. Io mi considero fortunata perché ho un reddito per la ricerca su cui ho un investimento erotico intenso. Non saprei dove inizia la mia vita e dove il lavoro, e ci sono stati momenti in cui non percepivo reddito mentre facevo lavori di ricerca. Non sono giovane, ho 34 anni, e rivendico tutti gli anni e le cose che ho fatto, sono adulta e sono contenta perché riesco, anche grazie alle mie esperienze, a trovare i lati positivi, nonostante la criticità del periodo. Questo investimento delle nostre vite sfruttate è stato pari. Quando invece ero all’interno di una cooperativa con donne migranti: il luogo era più strutturato come orari ma mi sentivo risucchiata in senso negativo. La questione del reddito potrebbe creare opportunità, anche nel diritto alla formazione. Un’altra cosa che potrebbe aiutarci potrebbe essere il non fossilizzarsi sulla dicotomia donne e uomini. Per l’esperienza che stiamo vivendo, mi sento meno vicina a una donna che ha un contratto a tempo indeterminato e vuole un figlio invece che a un ragazzo con attività in proprio che studia, anche se ha un desiderio di paternità. Al di là della differenza tra donne e uomini, si potrebbero creare alleanze all’interno del medesimo contesto. Se avessi ragionato così avrei ceduto al ricatto di un lavoro stipendiato più sicuro per fare cose che però non desideravo.

Intervento: “Sono superadulta, lavoro da più di trent’anni nel campo dell’insegnamento e concordo pienamente con quello che ha detto la dottoressa e cioè che la donna non è vittima, la donna è uguale a tutti gli esseri umani e ha stessi gli diritti e le stesse possibilità degli altri. Questo personalmente l’ho realizzato, anche se ho vissuto in diversi paesi europei dove ho lavorato e sono sempre riuscita a trovare lavoro, forse perché con l’insegnamento riuscivo a entrare dappertutto. Ho insegnato da inglese a economia all’università, perché sono laureata in economia. Ho notato che nel vostro paese il mercato del lavoro è chiuso, è diverso da quello di altri Paesi. Sono stata fortunata perché avendo un background solido di inglese con studi in economia ed essendoci in questo campo una carenza di insegnanti mi sono inserita bene. Però sento tantissime persone che hanno perso il lavoro e non ne trovano un altro. Io rispondo che se io, che sono straniera, ho trovato lavoro subito lo potete trovare anche voi. Quello che manca nelle donne è la fiducia in loro stesse e la determinazione a seguire il loro sogno. In questo momento sto insegnando, seguo i corsi, ho una famiglia da gestire e faccio tutto cercando di essere all’altezza, non è facile, voi lo sapete, ma mi piace tanto quello che faccio che non lascerei mai perdere. Sto seguendo il mio sogno perché ho iniziato il dottorato in Inghilterra avendo tre figli, studiavo di notte ma non ce l’ho fatta a finire per cui faccio la magistrale in sociologia per poter conseguire il dottorato. L’Università dovrebbe essere sensibile nei confronti ai problemi degli studenti che lavorano e studiano: non devono essere penalizzati, messi a fare corsi da non frequentanti con più libri da studiare.

Intervento: “Io sono una figura distanziata, sono diversamente giovane e sono un infiltrato, sono una figura post moderna… da lavoratore mi sono messo in testa di fare l’intellettuale, il sociologo. Ho fatto la triennale e seguo la magistrale. Ho lavorato trent’anni, ho fatto il delegato sindacale. Questo tema avrei voluto sentirlo da altri soggetti, dal sindacato, dai partiti, dai governi invece non è così, il lavoro è determinato in un certo modo. Il lavoro e il mercato del lavoro è il soggetto sociale più colpito e massacrato dalla crisi sociale dalla globalizzazione. Vengo da un generazione degli anni ’70, abbiamo preso la parola, abbiamo cercato di capire la società, abbiamo fatto lotte ma c’era il patto sociale, il futuro era una promessa, mentre oggi è una minaccia. Nel giro di vent’anni l’immagine si è ribaltata, sono stupito dall’atteggiamento passivo dei giovani, può il 40 per cento dei giovani stare fermo? Quando sento parlare del partire da sé, dico che è importante perché soggetto e vita quotidiana sono un momento di lettura e trasformazione, ma è una partenza difensiva perché non c’è soggetto collettivo in grado di fare parola. Come dare parola ai soggetti che iniziano a parlare? Apprezzo questo sforzo, è un ragionamento per uno scenario che abbiamo di fronte, ma i grandi raduni degli anni ’70 non ci sono. Come immaginare un lavoro diverso? Trovo rivoluzionaria la proposta di mettere insieme tempo di lavoro e di cura. Conoscete come funziona il lavoro nelle grandi aziende? Dal punto di vista concreto il mondo del lavoro è arretrato? Trovo allucinante che in un paese come il nostro non ci sia reddito di cittadinanza”.

Intervento: “Per quanto riguarda il reddito minimo, lavoro a tempo pieno da dieci anni in un’associazione per disabili. Presto sarò anche imprenditrice perché la nostra struttura avrà tagli e apriremo una cooperativa. Faccio le notti, lavoro i fine settimana e guadagno 1000 euro. Fine. Se penso a un reddito uguale anche per chi non fa nulla, mi scoraggio all’idea di andare a lavorare. Seconda cosa: penso che l’Italia non sia pronta a gestire un reddito minimo perché ci sono altre cose come il welfare. E poi devo dire una cosa impopolare riguardo a quello che ha detto Stefania. Io nel lavoro mi confronto con colleghi uomini ma devo rimandare il fatto di diventare mamma se voglio lavorare, cosa che gli uomini non devono fare. I miei colleghi non devono rinunciare al lavoro e rifletto molto sul ruolo della donna rispetto all’uomo: anche se ci sentiamo più competitive i nostri tempi di vita sono molto diversi. Si dovrebbero agevolare le donne, anche nel percorso di autodeterminazione, perché è il primo passo prima del reddito”.

Giordana Masotto: “Rispetto a queste ultime battute sulla posizione degli uomini e delle donne. Quello che ho vissuto dall’alto della mia età all’interno del movimento delle donne non è tanto identificare la posizione della donna come un femminile definito e normato. Tu dici ‘mi confronto meglio a volte con gli uomini’. Non abbiamo l’idea di un’identità fissa a cui aderire o no. La novità sta nel fatto che ora ci sono molte più donne con posizioni di forza e autonomia nel mercato del lavoro. Questo ci fa dire che quando ci sono le donne nel mercato del lavoro si può rimettere in discussione il lavoro stesso. C’è connessione, interferenza, non sono problemi delle donne ma problemi del lavoro. Non è dire siamo donne e pari ma siamo differenti, perché nel lavoro portiamo e abbiamo portato una postura, una voglia di realizzazione, una voglia che ha tante diversità quanti sono i soggetti che esistono, una voglia di non rinunciare a nulla. Noi diciamo il punto di vista delle donne perché sono le donne che hanno questa esperienza diversa e portano nel lavoro e nello studio questa complessità che ora sentono anche gli uomini. Quando sento parlare dei desideri rispetto al lavoro, mi pare ci sia troppa ansia performativa. Invece la passione e le relazioni vanno valorizzate, al lavoro ci si dovrebbe andare felici. Insomma: adesso è il momento per rimettere in discussione cosa vogliamo dal lavoro e dalla vita, come donne, cioè soggetti forti che portano nel lavoro non un ruolo definito da prendere e rifiutare ma la complessità che interessa tutte e tutti.”

Intervento: “Sono iraniana. L’Iran è diverso dall’Italia, in generale nel lavoro c’è il problema di trovare occupazione per le donne ed è un problema forte. Se le donne vogliono lavorare devono trovare un luogo sicuro perché concetti come reputazione e verginità sono importantissimi in Iran. E se un uomo pretende rapporti sessuali sul posto di lavoro non demorde, questa è la situazione. Quando lavoravo il mio reddito era più basso rispetto a quello degli uomini. Al governo non piace che le donne lavorino, anche nella legge c’è scritto che sono gli uomini a dover mantenere la famiglia. I lavori all’interno del governo sono i più sicuri per le donne, ma sono pochi. Fanno inoltre selezioni in cui fanno molte domande sulla vita privata e la fede religiosa. Ho cominciato a lavorare a 18 anni perché prima era pericoloso, anche alla mia famiglia mi hanno detto di non lavorare così presto. Ho iniziato all’interno dell’Università un lavoro che non era perfetto ma ho cominciato. Ho altri amici in un gruppo e organizziamo conferenze o feste o altri eventi nell’università. E’ come un’attività culturale. Era come un gioco e ci hanno pagato, ma non volevo soldi, non era importante all’inizio ma dopo due anni sì, volevo denaro e lavorare. Ho cercato tantissimo ma studiavo sociologia e non trovavo un lavoro buono. Mi è piaciuto il lavoro di ricerca, ma la ricerca non è importante in Iran. Neanche se hai la laurea magistrale. Per questo motivo ho trovato lavoro in un’agenzia demografica, sono intervistatrice, devo organizzare questionari e ho capito tante cose del mondo del lavoro. Ho capito che il mio datore di lavoro mi paga meno. Un giorno un uomo dell’istituto demografico mi ha detto che mi ha pagato di più, ma so che non è vero. Ho lavorato come assistente di una dottoressa ed era tutto diverso, lei pagava meglio. Per quanto riguarda la mia famiglia, è libera ma, nonostante ciò, mio padre mi chiedeva il motivo per cui lavoro.

Fabiana: “Non sono d’accordo con l’idea di generazione passiva, penso che siano le donne a essere poco determinate. Io vengo dal Sud, una realtà complessa dove una donna su cinque lavora e fa lavori dequalificati con orari particolari o lavora in nero. Ricordo con un sorriso quando dissi al mio prof di filosofia del liceo che volevo studiare sociologia. Mi ha risposto che non andava bene perché sociologia è una facoltà di serie B. Ho seguito il mio istinto perché è la mia passione e riesco per il momento bene. All’inizio volevo mantenermi da sola, lavoravo nell’ambito dell’animazione, ma non riuscivo a conciliare bene le due cose perché il part-time in realtà era un full time. Questa è una generazione attiva, ho messo da parte i soldi e mi sono trasferita a Milano. Ho aspettative più alte riguardo al mondo del lavoro perché provengo da una realtà complicata, però anch’io vivo in una situazione di ansia permanente. I miei hanno investito nei miei studi, però – al di là del reddito – voglio un lavoro che mi piaccia. Ho provato a confrontarmi dopo la triennale con il mercato del lavoro e mi veniva detto che con questa laurea c’era poco o niente. Al di là della forte ansia per il futuro, so di essere più determinata di prima, mi dovrò confrontare con il mercato del lavoro ma non mi sento demoralizzata né penso di appartenere ad una generazione di passivi. Molti miei amici di Napoli sono venuti a Milano, altri sono in Germania, nessuno è rimasto a casa a subire la situazione passivamente.

Intervento: “Concordo con Fabiana, anch’io sono del Sud, vengo da una realtà ancora più piccola e difficile. Per rispondere a Elisabeth e Gianfranco che ci vedono come una generazione passiva. Elisabeth ha detto che le opportunità ce le abbiamo, ma non approfittiamo. Non è così, molti del Sud prendono le valigie e vanno in cerca di opportunità. Il fatto di allontanarmi da casa non l’ho visto come una cosa negativa, l’ho visto come cosa positiva, una possibilità di apertura mentale che può consentire anche a persone del mio paese di vedere un mondo diverso. Nel mio paese c’è una controtendenza rispetto ai miei genitori. Un tempo si tenevano le figlie femmine a casa, ora noi ragazze ci siamo mosse per cercare opportunità e molte ragazze si sono affermate fuori dall’Europa mentre molti ragazzi restano nel paese impiegati nelle fabbriche come operai o in ospedale o in attività come l’allevamento e l’agricoltura. Molti amici mi dicono: studia anche se perdi tempo e soldi. Sono fortunata ad avere una famiglia che mi mantiene agli studi, ma questa certezza non mi porta ad essere spensierata per cui mi impegno e voglio dare loro soddisfazione. Quando penso al mondo del lavoro non penso solo al reddito, mi auguro di avere un lavoro che mi soddisfi e consenta vita dignitosa.

Maria Grazia: “Un po’ di anni fa per il dottorato mi sono occupata di problemi occupazionali nel Sud e la situazione è drammatica, molto più grave di quella descritta. Quello che sto notando è una sorta di dimissione e non so dove collocarmi perché non sono più giovane. Mi sembra che da un lato ci siano gli uomini, dall’altro gli anni ’70. Quello che dovrebbe esserci è un’unione di esperienze. Il reddito di cittadinanza? Nasce da una mancanza, non lo vorrei. So che può diventare uno strumento politico, non posso dire ‘mi piace’. Ma c’è una mancanza che ferisce. Io lavoro in accademia da un po’ di anni e quello che posso dire è che resistiamo, mischiamo le esperienze da intellettuali analizzando la realtà sociale”.

Intervento: “C’è difficoltà a capire la pratica politica del partire da sé come cambiamento dell’immaginario. Ha forza, ma è lenta e ha bisogno di uno scambio continuo. Anch’io sono del Sud e quando sono ritornata ho vissuto una sensazione di sradicamento. Quando sono arrivata a Milano ho reagito e ho tenuto alte le aspettative, ma mi piangeva il cuore a vedere quella situazione. L’aspettativa era costruita rispetto all’immaginario del lavoro e parlandone potevo calibrare certe posizioni e ottenere quel di più”.