“Non resterò in silenzio. Tutte le donne egiziane, non solo quelle aggredite, devono ribellarsi, altrimenti la violenza non si fermerà” (Dalia Abdel Wahab, attivista, ha subito un’aggressione sessuale il 25 gennaio 2013)
Aver consentito agli autori di molestie sessuali e aggressioni di sfuggire alla giustizia ha alimentato la violenza scatenatasi contro le donne nella zona di piazza Tahrir, ai Cairo, negli ultimi mesi. E’ questa la responsabilita’ che Amnesty International addossa alle autorita’ egiziane, in un nuovo briefing basato sulle testimonianze delle sopravvissute alla violenza sessuale e di attivisti e attiviste.
Si chianma Harassmap ed è un sito interattivo che raccoglie le segnalazioni di molestie e violenze avvenute per le strade del Cairo che le donne inviano all’organizzazione attraverso e-mail, facebook, twitter, le verifica e poi le traccia come punti dati su una mappa della città.
La proposta di Costituzione approvata dall’Assemblea costituente egiziana il 30 novembre e che sarà sottoposta a referendum il 15 dicembre, non protegge i diritti umani: in particolare, ignora i diritti delle donne, limita la libertà d’espressione in nome della tutela della religione e prevede che i civili possano essere processati dai tribunali militari.
Una coalizione di 33 organizzazioni femminili e femministe ha manifestato lo scorso 4 ottobre davanti al Palazzo presidenziale de Il Cairo per chiedere la revoca della bozza di un articolo della nuova Costituzione che recita "lo stato è impegnato a realizzare tutte le misure atte a garantire l’uguaglianza delle donne con gli uomini, a condizione che tali diritti non sono in contraddizione con le leggi dell’Islam"
Amnesty International ha sollecitato le autorità del Cairo a indagare immediatamente sulle denunce di molestie sessuali e aggressioni contro le donne che prendono parte alle manifestazioni.
Intervento di Amira Salah Ahmed, giornalista e blogger egiziana
al 24° Convegno della Rete Radié Resh (Rimini, aprile 2012)
L’assoluzione di un medico militare egiziano accusato di aver costretto un gruppo di manifestanti a sottoporsi a "test di verginità" è un’ulteriore prova, secondo Amnesty International, dell’incapacità della giustizia militare di occuparsi di casi di violazione dei diritti umani.
Il processo era nato dalla denuncia di Samira Ibrahim, 25 anni, una delle manifestanti che subì il "test di verginità" nel marzo 2011.
La maggior parte dei principali partiti politici egiziani ha promesso ad
Amnesty International di portare avanti ambiziose riforme nel campo dei
diritti umani, ma ha al contempo dato risposte ambigue o ha rifiutato
d’impegnarsi a porre fine alla discriminazione, a proteggere i diritti
delle donne e ad abolire la pena di morte.