Forse occorrerebbe chiedersi quanto influisca in Italia il pensiero della naturalità della divisione dei ruoli, sull’aumento esponenziale del femminicidio.
Quando i politici parlano di cultura, di formazione, di scuola e università, si limitano a generiche affermazioni di principio, mai si inoltrano negli ambiti dei concetti oggetto della trasmissione professorale. Mai si chiedono se non è il caso di mettere mano, per esempio, alla stereotipata formazione degli psicologi e dei pedagogisti o degli psichiatri.
Il femminismo islamico non è un movimento omogeneo e come tale va studiato: secondo Renata Pepicelli le differenze più eclatanti sono tra le femministe islamiche che intendono riformulare l’Islam in modo progressista e le islamiste che invece perseguono la realizzazione di stati islamici o perlomeno influenzati dalla religione.
Insomma, Berlusconi magari “utilizza” i corpi femminili come antidoto contro la paura fobica di invecchiare. Pertanto, la professione di ”lavoratrici del sesso” potrebbe essere considerata ufficialmente nell’ambito delle professioni delle “relazioni d’aiuto”.
In Germania, in questi giorni, Angela Merkel si scontra con un candidato Spd al parlamento, per le elezioni del settembre prossimo, che vuole ripristinare la separazione dei maschi dalle femmine per le lezioni di ginnastica.
E alla fine della lettura mi sono venute in mente le parole di Carl Gustav Jung nel suo saggio sull’archetipo della Grande Madre: in ogni madre c’è la propria figlia, in ogni figlia c’è la propria madre. Non mi pare che abbia mai scritto la stessa cosa in versione padre/figlio.
Un articolo di Chiara Saraceno in prima sulla Stampa del 17 gennaio (Donne senza mariti, un articolo di Paolo Zanca sull’Unità di venerdì 19 Niente figli, siamo italiane e sul tema delle donne single la trasmissione su La 7 di Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni con la sociologa e deputata Franca Bimbi, la giornalista del Corriere della Sera Maria Laura Rodotà e altri.
Di nuovo, sul corpo delle donne si discute. Uomini e donne, secondo i propri schieramenti politici esprimono pareri spesso abbastanza superficiali e approssimativi. Più o meno inconsapevolmente. Di nuovo perché un prefetto, quello di Treviso, ha decretato che il burqa le donne lo possono indossare in quanto si tratta di un simbolo religioso.
Il caso del ragazzo sedicenne che poco prima delle vacanze pasquali si è ammazzato perché non reggeva più di essere preso in giro in quanto presunto gay, ha occupato le cronache e i commenti di tutti i quotidiani per alcuni giorni. Ho anche letto questo un titolo in un quotidiano di sinistra: “l’omofobia ha ucciso un sedicenne”. Ma è proprio così? O c’è altro?
In Italia la religiosità cattolica ha, più che altrove, una parte enorme di responsabilità nel mantenere i modelli tradizionali ispirando costantemente un ‘idea della famiglia eterosessuale con l’immagine della Madonna con il bambino divino dell’iconografia storica: oblativa e tenera, sempre pronta a rinunciare al “suo interesse” per il “bene”, appunto di figli e marito; anche dei vecchi genitori e dei vecchi suoceri.