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A proposito dell’appello “ Se 60 ore vi sembran poche…”
Contro la politica europea di progressiva marginalizzazione del sistema pubblico di welfare: che fare?

 

 

E’ importante prendere parola contro la sciagurata azione del governo in materia di età pensionabile delle donne. E ancor più ci interessa quando viene fatto, come l’appello “se 60 ore...”, valorizzando argomenti del femminismo sindacale degli anni ’80/90, oggi più che mai di attualità.

Allora, l’Intercategoriale Donne di Torino, il Coordinamento donne FLM , fecero dell’intreccio tra “Produrre e riprodurre” la chiave di lettura del lavoro, della condizione materiale delle donne nella fabbrica e nelle relazioni sociali; con questa ottica, le donne della Cgil Piemonte e Sindacato Donna, arrivarono nel 1994 ad elaborare una proposta di sistema pensionistico alternativo! .

Donne di provenienza e cultura diversa, dentro e fuori il movimento sindacale, riuscirono a segnare il sindacato di quegli anni, con un radicamento nei posti di lavoro e sociale, dando vita a una rete sempre più consapevole di delegate sindacali che praticava nella contrattazione l’affermazione della “ scandalosa differenza”.

Oggi prevale la frammentazione: la relazione tra donne di diverse esperienze sindacali è stata persa dentro l’autoreferenzialità delle singole confederazioni, la strategia della divisione sindacale, fino all’arroganza degli accordi separati.

Da tempo passa una politica di smantellamento di tutti i diritti, in nome di una parità punitiva, che cancella la soggettività femminile come motore di cambiamento e voce nuova nell’etica del lavoro e nel mestiere di vivere, che consegna il corpo delle donne al destino misero di vecchi e nuovi stereotipi.

Non si può tacere, né stare ferme: come metalmeccaniche e donne della funzione pubblica abbiamo lanciato l’allarme già in vista dello sciopero generale Fiom e FP CGIL del 13 febbraio del 2009, quando denunciammo la strategia del governo sull’innalzamento dell’età pensionabile per le dipendenti pubbliche, come un attacco alle condizioni pensionistiche di tutte le donne e la strada maestra per una manipolazione dell’intero sistema pensionistico.
Di nuovo, in autunno, abbiamo insieme lanciato un appello, chiedendo a donne dentro e fuori i posti di lavoro di rifiutare la manomissione delle condizioni acquisite.

E tuttavia, né dai diversi settori di lavoro né dall’insieme della Cgil, né da luoghi di donne fuori del sindacato, si è riuscite a suscitare un movimento, che portasse nelle piazze una decisa opposizione delle donne all’ennesimo sopruso di questo governo. Perché?

Le argomentazioni di tale opposizione non mancano, come ricorda anche l’appello “ se 60 ore vi sembran poche…”: maggior carico di ore di lavoro e di fatica, discontinuità della vita lavorativa delle donne, che alternano periodi di esclusivo lavoro di cura a periodi di doppio lavoro; maggiore fragilità delle condizioni di lavoro: le donne rappresentano quasi il 58% del lavoro precario e permangono precarie per il doppio dei loro colleghi maschi; un differenziale salariale che pesa circa il 25% medio, determinando lo scarto di reddito tra i sessi, quindi con incidenza negativa sul montante pensionistico delle donne, l’utilizzo dei permessi di cura che penalizza sul piano contributivo chi ne usufruisce; il blocco delle carriere e la collocazione più frequente in cassa integrazione.

Le più giovani e le lavoratrici migranti nei fatti vedono seriamente compromessa la possibilità di avere una copertura pensionistica, per l’intreccio perverso tra lavoro irregolare, precarietà e abbassamento progressivo delle prestazioni nel sistema contributivo.

Condizioni di maggiore povertà e precarietà pensionistica delle donne, più volte denunciate senza né ascolto né risposte serie, neppure negli accordi Governo- Sindacati succedutisi nel corso degli anni.

Oggi invece governo, opinionisti, e, ahinoi, anche alcuni sindacalisti continuano imperterriti a parlare a sproposito di aspettativa media di vita e di parificazione dell’età pensionabile imposta dalla UE!

Sappiamo che non è vero: oggi nella UE ci sono ancora 14 paesi ( tra cui Gran Bretagna, Austria, Belgio, oltre l’Italia ) in cui l’età pensionabile rimane diversa tra i sessi senza che la Ue abbia o possa imporre loro alcuna modifica, dato che tale diversità è prevista e compatibile con la legislazione europea, che prevede e sostiene le cosiddette “discriminazioni positive”.

Alla sentenza europea si doveva e si poteva rispondere diversamente.
Il grande inganno è funzionale invece ad una politica europea di progressiva marginalizzazione del sistema pubblico di welfare e dei diritti acquisiti ( vedi libro verde sui sistemi pensionistici), ed è chiaro che l’obiettivo del governo italiano è quello di fare delle lavoratrici pubbliche la testa di ponte per l’innalzamento dell’età pensionabile per tutte e tutti, obiettivo del resto già anticipato nei provvedimenti contenuti nella manovra estiva da 25 miliardi.

Come passare da questa consapevolezza a un movimento diffuso e attivo?
Un tema che interroga tutte e tutti: incontriamoci per cercare insieme risposte, per dare spazio e forza alle ragioni di tante.

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giovedì 29 luglio 2010

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