Non è possibile anteporre le culture alla dignità delle donne
Ivana Bartoletti:: Ivana Bartoletti
L’Associazione Anna Lindh e le Giovani Donne DS preannunciano il lancio di una mobilitazione nazionale che da Brescia toccherà tutta Italia, a cominciare dal primo giorno di scuola
Dalle cronache degli ultimi giorni è palese che sia in atto una recrudescenza della violenza sulle donne, una questione seria che interroga tutte e tutti noi. Ma è altrettanto palese che sia in atto una certa confusione, legata anche all’aumento della pericolosità nelle nostre città: siamo su un crinale rischioso, che mette in discussione gli approcci tradizionali.
E bene ha fatto il sindaco di Brescia Corsini a distinguere tra la violenza maschilista su Hina e la serie di delitti cha ha colpito la città, mentre è sconcertante la reazione da parte della destra e di Calderoli alle sue parole.
Dobbiamo partire da un dato e avere il coraggio, tutti, di ammetterlo: c’è un filo conduttore, un nesso diretto tra la barbara uccisione di Hina e le troppe violenze, gli stupri di gruppo che segnano la cronaca delle nostre città. E’la stessa violenza dei maschi contro le donne, che nulla ha a che vedere con le religioni e con il colore della pelle. Anzi, spesso usa la religione come clava per imporre il proprio maschilismo proprietario e negare i diritti delle donne.
Basta parlare con gli operatori dei nostri pronto-soccorso per capire quante siano le violenze domestiche, quelle non denunciate ma perpetrate nel silenzio, nell’omertà e nel dolore da parte di italiani o stranieri, di qualsiasi ceto sociale essi siano.
Basta pensare ai mariti italiani che fino a pochi anni fa, era il 1981, disponevano del delitto d’onore per mitigare le condanne per le proprie efferatezze ai danni delle mogli e delle figlie.
E ognuno conserva la memoria di soprusi, nei paesi come nelle città, e che certo albergano di più dove di più alberga l’ignoranza.
Tutti sanno quanto le donne abbiano combattuto contro la misoginia e l’oscurantismo, dando così forza, vigore e sostanza politica a quel grande movimento delle idee che fu il Sessantotto, tanto è vero che l’Italia di strada ne ha fatta in trent’anni, traducendo in leggi i diritti delle donne.
Ora c’è un tema, quello della recrudescenza delle violenza, che ci scandalizza di più quando è perpetrata da immigrati.
La sicurezza nelle strade, nelle città e nelle case è un diritto di tutte le donne, di qualsiasi appartenenza sociale, religiosa e culturale, e sarebbe utile che ne parlassero anche i maschi, gli intellettuali ed i politici.
Dobbiamo sgombrare il campo da un grande equivoco e cioè affermare che mai possiamo anteporre le culture alla dignità delle donne.
Proviamo noi donne ad immaginarci quaranta anni fa immigrate in un paese più emancipato: avremmo forse accettato di buon grado un matrimonio riparatore per le nostre figlie (cioè possibilità per lo stupratore di avere estinto il reato se poi sposa la vittima, in vigore in Italia fino al 1981) mentre le giovani del posto erano libere di scegliere il proprio futuro?
O ancora oggi, una donna italiana in Finlandia per trovare lavoro rifiuterebbe un posto nel consiglio di amministrazione di qualche azienda perché in Italia non ci sono le quote rosa mentre invece una legge finlandese impone alle aziende la parità?
Sembrano dissertazioni banali, ma non lo sono. Ci servono per chiederci: è possibile pensare ad un “progressismo dei valori” a cui chi entra nel nostro paese debba necessariamente aderire?
Una carta dei valori, come giustamente ha proposto il Ministro Amato che insieme alla cittadinanza breve permetta di indicare un sistema di libertà per tutti, a partire dai diritti delle donne.
Non si tratta di una difesa dei “valori” dell’Occidente, di cui sono paladini Marcello Pera e Calderoli, gli stessi che mentre inneggiano alle libertà dell’Occidente, pensano a un nuovo oscurantismo, copiato in maniera dozzinale dai neoconservatori americani, che vede proprio nell’autonomia femminile il più grande terreno di arretramento.
Si tratta di affermare che non dobbiamo mai anteporre le culture alla cultura del progresso e dei diritti: solo così potremmo permettere ad esempio alle donne marocchine che in Marocco lottano per la loro emancipazione e ottengono un nuovo Codice di famiglia, di essere libere anche in Italia, impedendo ai loro maschi di confondere la nostalgia di casa con il conservatorismo e il maschilismo.
Oppure fare in modo che non avvenga più l’assurdo paradosso che, mentre il padre di Hina in Italia si permette per anni soprusi fino alla tragedia finale, il suo omologo in Pakistan venga denunciato e portato alla gogna dell’opinione pubblica.
Noi giovani donne dei Democratici di sinistra vogliamo lavorare su questo terreno, consapevoli che i nostri bisogni di “italiane” non sono dissimili da quelli delle giovani immigrate di prima o seconda generazione: tutte, proprio tutte, cittadine dello stesso paese, abbiamo diritto a città sicure, ad un nostro futuro, alla nostra formazione culturale e professionale, ad un lavoro che ci soddisfi, all’accesso alle carriere, all’accesso al credito per fare un mutuo per comprarci la casa in cui costruire la nostra autonomia e le nostre famiglie.
Abbiamo diritto di coniugare professione e voglia di maternità, così come abbiamo diritto ad una televisione di qualità che non faccia di noi solo comparse o veline.
Abbiamo diritto ad una parità reale e sostanziale come leva di sviluppo del paese.
E allora, solo dopo aver sgombrato il campo dagli equivoci, affermando il principio che l’appartenenza ad un futuro comune sia più importante di ogni altra appartenenza culturale o religiosa, che possiamo collocare il tema della violenza sulle donne nella sua giusta posizione: materia di sicurezza, repressione e riqualificazione urbana certo. Ma anche affermazione di valori e principi come terreno di costruzione di una nuova cittadinanza, per tutti.
Con questa consapevolezza le giovani diessine avvieranno una grande mobilitazione, fatta di dibattiti e incontri in tutta Italia: ma chiediamo alle migliori energie del paese, alle donne e agli uomini del mondo della politica, delle associazioni, di tutte le appartenenze culturali e religiose, a tutti gli enti locali, di stare con noi, perché questa consapevolezza si traduca nel coraggio di affrontare finalmente un dibattito nuovo.

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