Hina Saleem: le scorciatoie non servono
redazioneL’Assessora alle pari opportunità della Provincia di Arezzo Alessandra Dori, le Consigliere Provinciali di Parità Marilena Pietri e Giuseppina Ciullo e la Presidente della Commissione Provinciale Pari Opportunità Pilar Mercanti - condividendo la scelta del governo di costituirsi parte civile nel processo a carico dei colpevoli e unendosi all’appello del sindaco di Roma Walter Veltroni per pubblici funerali - intendono sottoporre alle donne e a tutti i cittadini del territorio una riflessione sul drammatico caso di Hina Saleem, la ragazza pakistana uccisa a Zanano di Sarezzo (Brescia) dal padre e da altri familiari di sesso maschile perché ’colpevole’ di una condotta ’disonorevole’ delle loro convinzioni etiche e religiose. Hina vestiva all’occidentale, fumava, lavorava, voleva diventare una modella e da qualche tempo conviveva con un ragazzo italiano: questo era oggetto di continue liti e violenze. Ma le scorciatoie ideologiche non servono, neanche e tantomeno in questo caso.
In Italia l’attenuante del delitto d’onore è stata cancellata dall’ordinamento giudiziario nel 1981 (legge 442 del 5 agosto): prima di allora, l’art. 587 del codice penale prevedeva sconti di pena per chiunque uccidesse - in un incontenibile impeto d’ira - la moglie, la figlia o la sorella al fine di difendere “l’onor suo o della famiglia”. Veniva considerata lesiva dell’onore personale e familiare una “illegittima relazione carnale” da parte delle donne.
Lo stesso codice penale puniva - all’articolo 559 - il solo adulterio della moglie e non quello del marito, così come altre norme pienamente vigenti (vedi quella sul matrimonio riparatore) rispecchiavano una concezione della donna e della famiglia fortemente improntata ai valori allora più diffusi nel nostro paese: quelli d’ispirazione cattolica, religione che pure non prescrive né giustifica in alcun modo l’omicidio.
Fu la Corte Costituzionale - accogliendo numerosi ricorsi - a esprimersi in senso contrario, perché quelle disposizioni violavano l’articolo 3 della Costituzione, che sancisce la piena uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e social”i. Fu quindi necessario un lungo cammino di crescita e consapevolezza - intrapreso innanzitutto dalle donne - perché quel principio di uguaglianza promulgato nel 1948 fosse finalmente applicato e quindi riconosciuto nella sostanza trentatré anni dopo. Eppure la società italiana era radicalmente cambiata, nel frattempo: il divorzio (1974), la riforma del diritto di famiglia (1975), l’interruzione volontaria di gravidanza (1978) erano già realtà, ma cancellare dalle leggi il retaggio dell’onore fu più difficile e faticoso.
Nel 2006 dobbiamo amaramente constatare che quel retaggio non è mai sparito del tutto dal costume nazionale, da certa mentalità e da certi atteggiamenti: oggi, nel nostro Paese, i delitti familiari o di prossimità, ovvero quelli tra persone legate da vincoli di parentela o sentimentali (di nazionalità italiana), sono tra le prime cause di morte violenta, nel 2002 hanno superato di gran lunga quelli commessi dalla criminalità e continuano a mantenersi ai primissimi posti della ’classifica’.
Le vittime sono per la stragrande maggioranza donne (italiane) - mogli, fidanzate, ex mogli, ex fidanzate - ’punite’ per aver trasgredito le convinzioni o i desideri dell’assassino, convinzioni e desideri dettati dalla sua personalissima scala di valori: la differenza rispetto al passato è che oggi, nelle aule di giustizia, nessuna attenuante di ordine morale, etico o religioso viene in soccorso dell’assassino.
Nella comunità, invece, a fronte di una maggioranza che fermamente condanna questi delitti, accade anche di trovare atteggiamenti ambigui, di tolleranza o comprensione verso la disperazione o esasperazione dei colpevoli: il pericoloso sospetto, insomma, che siano state le donne, con i loro comportamenti, a scatenare la violenza contro sé stesse, ancora sussiste.
E occorre riflettere sull’indifferenza che, nei rapporti quotidiani, si rende spesso complice della violenza: il tragico epilogo della sorte di Hina si era già annunciato in percosse e insulti, che la ragazza aveva coraggiosamente denunciato: ma quella denuncia, purtroppo, non è stata raccolta in modo adeguato e non l’ha messa in alcun modo al riparo dalla follia di suo padre e dei suoi complici.
Certo si è più intransigenti se il reato è di mano straniera. In questi tempi di scontro strisciante di civilità, in cui il nemico viene immancabilmente presentato nei panni dell’integralista musulmano, si fa in fretta a generalizzare e a legare l’atroce omicidio di Hina alla diversità e arretratezza del suo popolo, o di tutti i popoli di religione musulmana, religione che per altro non prescrive né giustifica in alcun modo simili delitti, proprio come quella cattolica.
Il fatto aberrante è che una ragazza di ventuno anni è stata uccisa perché la propria libertà di scegliere e costruire il proprio futuro - una libertà che non nuoceva materialmente a nessuno - è stata considerata dal padre e dai suoi complici una minaccia, non importa per qual genere di convizioni morali, etiche o religiose. Proprio come nei delitti della porta accanto, quelli di casa nostra, al padre e ai suoi complici non va concessa nessuna attenuante, perché non esistono convinzioni morali, etiche, religiose o di qualsiasi altro genere in grado di motivare o di giustificare la violenza, da parte di nessuno, e perché la responsabilità di qualunque delitto è di natura assolutamente ed esclusivamente personale.
E’ la condizione delle donne e delle ragazze di oggi, in Italia e nel mondo, il vero punto della questione, come testimoniano anche altri drammatici accadimenti recenti. Come ha ricordato la Ministra per le Pari Opportunità Barbara Pollastrini invocando il potenziamento dei centri anti-violenza esistenti sul territorio, l’omicidio è la prima causa di morte in Europa per le donne tra i 16 e i 60 anni: nessun paese, neanche a Occidente, è immune da questo problema, che assume anzi di giorno in giorno proporzioni via via sempre più vaste e drammatiche a ogni latitudine, come riferiscono gli eloquenti rapporti della campagna “Mai più violenza contro le donne” di Amnesty International. Accanto a tutto ciò, l’assenza delle donne dalla vita politica, la loro esclusione dai luoghi della decisione, la loro scarsa presenza e cattiva rappresentazione attraverso i mass media determina un forte indebolimento della loro posizione sociale e le espone ad altre violenze, anche in Italia.
La complessa mole di problemi riguardanti il tema dell’immigrazione in Italia si collega a questa vicenda solo lateralmente, attraverso la necessità di un sempre più intenso scambio tra la nostra e le altrui culture, e specialmente tra le donne, perché solo attraverso un processo di crescita collettiva e diffusa sarà possibile affermare globalmente quei diritti e quelle libertà che, attualmente, rappresentano un pericolo per la vita delle donne in ogni parte del mondo.
Il padre di Hina, purtroppo, non è solo nella sua “barbara” convinzione che le donne debbano sottostare a certe restrizioni, e la madre di Hina non è la sola donna a offrire copertura al proprio marito, per i motivi più diversi. Questa crescita - che riguarda anche noi, non solo gli stranieri - richiede un impegno forte e urgente di tutta la società italiana, e prima di tutto della sua parte pubblica e di governo: vanno innanzitutto potenziate le strutture di aiuto e accoglienza verso le donne e le ragazze in difficoltà e va allo stesso tempo intrapreso un lavoro di nuovo inquadramento - nel senso comune e nella coscienza individuale e collettiva - dei cosiddetti “valori” legati alla sfera dei diritti soggettivi, in particolar modo per le donne.
A chi chiede esami di idoneità per l’accesso alla cittadinanza italiana da parte degli stranieri, diciamo che - per contro - quella cittadinanza dovrebbe essere dunque tolta a chiunque, cittadino italiano, si macchiasse di delitti altrettanto efferati contro le donne, ma sappiamo che non è questo ciò che conta e che non sarebbe questo a risolvere il problema, qui o altrove. Le scorciatoie ideologiche non servono, neanche e tantomeno in questo caso.

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