Per qualche euro in più..
Giovanna Circiello:: Giovanna Circiello
Spesso lavorare significa sacrificare il proprio essere per qualche spicciolo in tasca. E’ giusto lasciare inaridire i sogni e le aspirazioni sbocciati in gioventù e accontentarsi di un lavoro qualunque?
Dopo mille colloqui siete riuscite a trovare uno straccio di lavoro. Uno qualunque, perchè, magari, avete deciso di respingere le vostre aspirazioni, i vostri sogni, in un antro buio per guadagnare qualche centesimo di euro? Brave! Esultate, allora. Ma esultate subito, perchè la gioia del lavoro non durerà, incrociando le dita, che pochi giorni. Giorni? mi chiederete. Ebbene sì. Giorni.
E’ una notizia sconfortante, soprattutto per chi si sta ancora affannando a trovarlo, un lavoro. Ma la verità è questa: il lavoro, invece che nobilitare l’uomo, sembra lo alieni, nel senso originario del termine.
Sarà colpa della new economy, colpa dei ritmi frenetici che ci vengono imposti, del luogo «fisico» del lavoro che non è proprio così confortevole, fatto sta che se potessimo cambiare lavoro lo faremmo volentieri. Se vi ritrovate in questo profilo, allora sappiate: siete sull’orlo di un’alienazione...
...voglio portarvi il mio esempio. Oggi è, praticamente, il mio terzo giorno di lavoro. E’ un part time. Sei ore al giorno. Leggero, penserete. L’orario può anche andare. Ma il lavoro...sei ore di telefonate...sei ore quasi ininterrotte di telefonate!
Torno a casa con gli occhi stanchi, le membra rilassate...e non ho voglia di fare altro che sprofondarmi nel letto e dormire, dormire per recuperare un senso di dignità che sento sempre più distante da me.
Magari potrà sembrare un amaro sfogo di insoddisfazione e, forse, lo è. Ma vi rendete conto? La necessità di avere dei soldi - neanche molti in verità - ha piegato quell’entusiasmo che avevo con così tanto affetto coltivato negli anni universitari, quell’entusiasmo di fare il lavoro che mi piaceva, tutto, ahimè, buttato al vento. Anzi, poichè fa un caldo bestiale, buttato al mare a rinfrescarsi le idee in attesa di...ma di che?
Ieri sera, tornando a casa, mentre aspettavo l’autobus, mi è tornato in mente mio padre. Ero piccina e lo attendevo con gioia per le scale. Volevo saltargli al collo e salutarlo, prima di mettermi a letto. Era sempre sorridente. Poi, crescendo, imparai a scorgere degli impercettibili segni di stanchezza, che andarono aumentando sempre di più. Mio padre era un operaio. Ieri, ricordandomi di lui, ho sospirato di tristezza. Per tutti gli uomini e le donne di questa Terra, irretiti dal bisogno di denaro per «campare», che dimenticano di essere innanzitutto Uomini, di quelli con la lettera maiuscola.
La soluzione al mio problema? Stamattina mi son detta: quasi quasi non vado più...continuo a scrivere i miei libri, le mie poesie - lontane appendici di un’adolescenza passata? - e quel che sarà, sarà...poi, in cucina, mi sono saltati all’occhio alcune bollette, l’ICI...e mi sono detta: scriverò domani, se avrò del tempo. Oggi andrò a lavorare.

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