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A proposito del libro * Lettera a mia figlia che vuole portare il velo * dell’algerina Leila Djitli

Il tuo velo, davanti ai miei occhi, nega la storia mia e delle donne prima di te

Ileana Montini

:: Ileana Montini

Alcuni mesi fa una donna marocchina della Associazione delle donne marocchine in Italia (ACMID) mi disse, di non riuscire a capacitarsi di un fenomeno in crescita: molte donne musulmane, che prima in Italia non lo portavano, ora mettono il velo.

Mi parlava dei suoi tentativi, in una zona del Nord con altissime percentuali di immigrati, di iscrivere le donne marocchine, che non non stavano dando buoni risultati per i divieti dei mariti o dei padri.
E’ stato pubblicato un libro in Francia, e ora tradotto in Italia con il titolo Lettera a mia figlia che vuole portare il velo (Ed.Piemme) della giornalista di origine algerina Leila Djitli proprio sul fenomeno della corsa al velo anche da parte di giovani donne nate da genitori immigrati di religione o cultura musulmana. In Francia come in Italia. Non credo che possiamo continuare a cavarcela assumendo una posizione neutrale con la nota tesi che anche da noi, non molto tempo fa, le donne di alcune regioni o nelle campagne portavano il velo e comunque in chiesa, prima del Concilio Vaticano II era obbligatorio o quasi. Non lo credo, perché dovremmo evitare accuratamente di ascoltare le donne di origine musulmana che, come Leila Djitli, interpretano il velo, dal quale si sono sottratte, come uno strumento al servizio dell’integralismo religioso.

Il libro è una finta lettera a una finta figlia adolescente, studentessa delle medie superiori, che un giorno avvisa la madre che intende mettere il velo perché si è scoperta religiosa e legata a una presunta identità delle origini. Alla madre sembra una decisione assurda e le grida: “Le donne che ci precedono, ti precedono, Nawel, hanno rinunciato al velo. Ti sei mai chiesta perché? Pensi che lo abbiano gettato, o strappato, senza sapere quello che facevano? Credi che siano delle sciocche? Non pensi che fossero perfettamente coscienti del loro gesto? Per me, il velo significa soltanto passato e reclusione. Un passato fatto di sofferenza o, peggio, di ipocrisia.”
La lettera ci introduce in un universo che conosciamo male e pressappoco, ma rischiamo di giudicare secondo le nostre categorie culturali sottovalutandone le implicazioni profonde nella vita delle donne musulmane. “Conosco donne - scrive la madre- obbligate a portare il velo. Solo così possono uscire. Sono costrette a chiedere un permesso per esercitare un diritto del quale dovrebbero godere senza nessuna, dico nessuna, forma di processo.”

Quando ci sentiamo inclini a prendere sotto gamba le donne velate che incontriamo sempre di più per le strade, ci farebbe bene leggere questa spiegazione: “il velo sottolinea una differenza (di quale natura esattamente?) che marchia le donne. Faccio un paragone che forse ti sembrerà semplicistico, ma prendiamo il caso della barba. Se questo ‘accessorio’ non pone problemi è perché ho l’impressione che l’attributo conti meno della testa che lo porta: gli uomini che portano segni religiosi non devono modificare la loro vita. Hanno il diritto di diventare quello che sono senza che la loro condizione desti la minima preoccupazione. Restano liberi. Hanno il diritto di andarsene e venire, di parlare, di vedere e di essere visti. L’uso del velo non si limita a marchiare le donne, ma impone un comportamento sociale, come salutare gli uomini senza stringere loro la mano,non rimanere sole in una stanza con un uomo, eclissarsi davanti alla loro autorità, non frequentare il caffè, talvolta non uscire affatto, avere orari diversi per la piscina...”.

Ecco che parole come queste, per così dire dall’interno della condizione femminile delle immigrate musulmane, fanno apparire i nostri pareri come superficiali e lontani dal senso di responsabilità nella solidarietà che ha contraddistinto il femminismo storico. Cioè, non è una questione loro: è anche nostra, perché ci tocca sulla stessa pelle quando le incontriamo velate : “il velo è, prima di ogni altra cosa, un segno.”

Lo è stato per noi, in Occidente, lo è ancora altrove. Lo è stato nel senso, come scrive l’autrice, di deresponsabilizzare gli uomini, di delegare alle donne il compito di regolare le pulsioni maschili o all’uniforme quello di nascondere le differenze sessuali. Riducendo l’identità femminile alle presunte qualità del sesso: un sesso provocante, quindi da occultare, perché se ne determini la proprietà: della famiglia prima, del marito dopo. Le donne che ritornano a velarsi nei nostri paesi e quelle che arrivano per i ricongiungimenti familiari, dicono le mediatrici culturali, lo devono fare perché così gli uomini si sentono sicuri che di loro, nelle nazioni di origine dove possono giungere le voci per l’aumento di parenti e amici, non si sparlerà.

La giornalista algerina pronuncia un timore che con laumento dell’uso del velo potrebbe rapidamente divenire realtà: ”Quel velo ti separerà dal mondo. Perché oggi, in nome di valori inattaccabili, è il velo, e domani, che altro? I pasti halal, gli orari della piscina, gli spazi riservati alle donne, il burka, la lapidazione, l’infibulazione che alcuni fondamentalisti predicano senza vergogna?”.

Il passaggio, sostiene Leila, dal velo all’integralismo è facile. Di fronte alle difficoltà dell’integrazione, ma anche al desiderio di mantenere integra il sentimento dell’appartenenza rituale, normativa, valoriale, la religione “diventa un conforto. L’integralismo un’ancora di salvezza.”
In altre parole: il patriarcato.

E per concludere proviamo a fare nostre queste parole rivolte alla figlia adolescente, (rappresentante di un fenomeno in crescita), ma anche rivolte a noi, le emancipate, le femministe storiche: “Il tuo velo, davanti ai miei occhi, nega la storia, la mia, quella dei miei genitori, i cinquanta anni di vita che sono trascorsi prima di te. Nega lo svolgimento del tempo, quel tempo che abbiamo vissuto, provato, passato. Nega la realtà dell’emigrazione che ci precede. Azzera le realtà che sono esistite.”

23 maggio 2006