In carcere ci sono molte donne incinte
redazione:: Laura Astarita
Dalla news letter dell’Associazione Antigone, da anni impegnata a favore dei diritti delle/dei detenute/i pubblichiamo questa riflessione che segnala una discrepanza tra la realtà carceraria delle donne e l’attuale legislazione che pure, con la così detta legge Finocchiaro, ha aperto qualche spiraglio per le detenuti madri.
Ci si può ancora stupire di qualcosa ogni tanto di ciò che accade in un carcere. Così succede se ti trovi davanti 5 ragazze incinte, molto incinte, 2 di loro oltre l’ottavo mese, una dopo il settimo. Raccontano di essere sistemate tutte in infermeria, insieme ad altre persone malate e sofferenti; raccontano che un’altra ragazza la sera prima si è sentita male ed è stata portata all’ospedale per emorragia. Le condizioni igieniche e logistiche dell’infermeria sono quelle di un carcere che dovrebbe ospitare 280 detenute e che invece ne ha circa 400, ma si fa quel che si può: sono seguite abbastanza costantemente dal medico e quando si sentono male vengono prontamente portate in ospedale.
Ma sono incinte e colpisce, oltre al loro stato evidente, la loro forte agitazione, la sensazione di pericolo che ti trasmettono: non sono libere di chiamare il ginecologo per ogni dubbio o meglio di chiedere alle loro parenti più anziane del campo consigli e istruzioni varie; sono lontane dai propri affetti e da qualunque fonte di rassicurazione; tutto costituisce per loro motivo di preoccupazione per la propria salute e quella del bambino; le altre donne fanno da specchio e quando una sta male, le altre entrano in crisi; l’ansia della carcerazione in loro è moltiplicata in maniera tangibile.
Viene istintivo chiedersi il perché siano dentro e non fuori, agli arresti domiciliari. La risposta è che non è prevista la possibilità, per le donne ’non definitive’, di accedere a misura alternativa alla detenzione, se non a discrezione del giudice. E poiché la nostra legislazione ha un’impronta che esclude dai benefici alcune categorie di persone, prassi vuole che regolarmente le donne nomadi e quelle con recidiva, seppur incinte, restino in carcere.
Scendiamo, almeno un po’ nel dettaglio della normativa, per capire meglio: l’art. 146 del codice penale - così come modificato dalla legge Finocchiaro del 2001 - prevede il rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena per donna incinta e per donna che abbia partorito da meno di 12 mesi; l’art. 147 c.p. - così come modificato, anche questo, dalla Legge Finocchiaro - prevede il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena per madri con prole inferiore ai 3 anni.
Il risultato è che è raro trovare condannate incinte in carcere, ma non lo è trovarvi donne incinte in attesa di giudizio.
Il problema è che, come accade spesso, la realtà è diversa da quella presa in considerazione dal legislatore: le donne ’non definitive’ in carcere in Italia sono oltre il 40% e per quelle, tra queste, che siano incinte, il legislatore non prevede niente, se non la possibilità per il giudice di decidere, con discrezionalità, se concedere o meno la misura alternativa.
Ma, poiché, per esempio, la percentuale di donne rom in carcere è altissima, capita molto spesso di trovarne diverse, incinte, lasciate in carcere dal giudice, perché recidive.
Si sente dire, molto spesso, dagli operatori: ’Qui sono curate meglio rispetto a fuori’. Questa frase lascia sempre un po’ di amara perplessità rispetto alle possibilità che lo Stato offre, fuori, a queste donne. Se davvero non hanno adeguati livelli di cura, non è questo un grave problema di cui discutere?
Certamente non è il carcere che può sopperire a ciò, né il fatto di trovarsi in carcere fa sentire le donne più protette rispetto alla propria gravidanza.
E inoltre, quando ci si sente dire che molte donne restano incinte proprio per evitare il carcere, siamo sicuri di trovarci davanti a una persona socialmente pericolosa che è molto meglio resti in carcere?
L’interpretazione delle leggi da diversi anni sta prendendo una piega molto restrittiva e le prassi dei Tribunali di Sorveglianza si consolidano in atteggiamenti volti a creare il minor numero di rischi possibile.
Certo è che i Magistrati non sono affiancati, nel loro lavoro, da adeguate politiche di presa in carico dei problemi sociali da parte dello Stato e dei governi locali. Questi problemi diventano visibili solo al momento della commissione del reato e, come avviene sempre più spesso, da sociali diventano problemi penali.
Tutto ciò che attiene alla persona viene assolutamente ignorato: eppure sappiamo benissimo che il periodo pre e post-parto è caratterizzato da momenti di grande ansia per la maggior parte delle donne, dovremmo sapere che per quelle che vivono in carcere i normali stress vengono ad essere moltiplicati, amplificando il vissuto di inadeguatezza e impotenza.
Il retroterra sociale di deprivazione, i contatti familiari inconsistenti, l’isolamento, una instabile salute fisica e/o mentale e la coscienza che il bambino potrà essere affidato a un ente assistenziale, sono soltanto alcuni dei problemi che vivono queste donne, testimoniando un bisogno di tutela maggiore rispetto alle persone libere.

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