“Tremate, tremate, le streghe son tornate”?
Olivia Fiorilli, redazione:: Olivia Fiorilli
Non era passato nemmeno un mese dall’inizio delle occupazioni delle università e già, a Roma, epicentro delle proteste, molte donne del movimento cominciavano ad avvertire un certo disagio per le dinamiche di potere che andavano comparendo. Dinamiche, non c’è neppure bisogno di dirlo, declinate al maschile singolare. E’nata così la prima assemblea-fiume tra sole donne, nella quale il disagio che ognuna provava singolarmente ha trovato un riscontro nell’esperienza delle altre ed una cornice di senso in elaborazioni che molte incontravano per la prima volta.
Dopo esserci dette che il monopolio maschile delle assemblee, alla faccia dell’amplissima partecipazione femminile alla protesta, non era solo il frutto di una diffusa timidezza, o che gli episodi spiacevoli che avevano riguardato molte di noi avevano a che fare con il nostro essere donne, si è creato un clima che ha permesso di prendere la parola anche a quante se ne sentivano impedite negli spazi misti. Già alla seconda assemblea molte di quante non avevano mai avviato un percorso di genere potevano dichiarare di aver inforcato un nuovo paio di occhiali con i quali leggere la realtà. Ma questo percorso, così fragile al suo inizio, ha subito incontrato una forte ostilità all’interno del movimento.
Molte donne, e questo è il punto più dolente, hanno esplicitamente negato la necessità di un percorso di genere all’interno di un movimento a loro parere immune da dinamiche di sopraffazione degli uomini sulle donne. Questo è il punto con cui sicuramente l’assemblea non mista dovrà urgentemente confrontarsi. Ma non è purtroppo mancata neppure l’ostilità degli uomini.
“Fuori dal letto nessuna pietà” è stata la parola d’ordine di uno striscione comparso in occasione della prima riunione non mista. L’estensore dello slogan lo ha motivato con il sessismo a suo parere insito in un’assemblea aperta a sole donne. “Più troie, meno lesbiche” era invece il suggerimento che ha campeggiato per qualche tempo (poco, per fortuna) su un muro della facoltà di lettere. Non quantificabile, poi, è stata l’ilarità che ha circondato l’idea che delle donne si riunissero da sole (ma che si dovranno mai dire?). Non starò poi ad enumerare i “disordini” che puntualmente si scatenavano fuori dalle aule che hanno ospitato l’assemblea itinerante (ci riuniamo a rotazione nelle diverse facoltà).
Ma l’attacco più forte che la nostra volontà di avviare un percorso di genere ha incontrato è stata la decisione che ben due assemblee di gestione- comprendenti, quindi, uomini e donne-, quella di fisica prima e quella di lettere recentemente, hanno preso: nessuna riunione chiusa a qualcuno (nel nostro caso gli uomini) potrà tenersi nelle aule occupate delle facoltà in questione.
La motivazione forte data a queste decisioni è stata il fatto che, essendo le suddette aule aperte a tutti, esclusi razzisti e fascisti (ma anche ai ciellini, cui siamo state serenamente paragonate dall’assemblea di fisica), non si vedeva come si potesse impedire a qualcuno di accedervi anche nelle due ore al mese richieste dalla nostra assemblea.
Anche senza pretendere che tutti/e comprendano la necessità di un momento separato (un momento, appunto, perché il nostro percorso non è separatista), che interrompa le dinamiche consuete negli spazi misti, per sviscerare il rapporto uomo-donna e donna-donna. Anche senza pretendere che tutti/e si rendano conto che il sistema simbolico in cui ci muoviamo, che informa lingua, pensiero, vite, è ancora in massima parte maschile (anche se noi, fortunatamente, abbiamo a disposizione la riflessione di chi ci ha precedute), e che ci è necessario uno spazio autonomo per ripensarlo e per ripensarci, non si capisce per quale motivo debba essere misconosciuto un bisogno così esplicitamente espresso. Soprattutto perché la nostra intenzione dichiarata è quella di condividere con tutti/e, in momenti separati dalla loro elaborazione, le nostre riflessioni, così da arricchire il movimento di nuovi contenuti.
Per non parlare del fatto che la motivazione del divieto è quantomeno pretestuosa. Se infatti consideriamo le aule occupate aperte a tutti (o quasi), e su questo siamo d’accordo, dobbiamo specificare cosa intendiamo per “tutti”. Possiamo intendere tutti gli individui o tutti (o quasi) i soggetti politici, intesi come individui che condividono delle pratiche e delle idee. Penso che sostenendo che le aule sono aperte si voglia dire aperte ai soggetti politici, altrimenti non si comprenderebbe l’esclusione di chi si dichiari fascista, che non viene escluso/a in quanto individuo, bensì in quanto portatore/portatrice di determinate idee.
Noi veniamo “ammesse” nelle aule come singole donne ma non come “soggetto politico autorganizzato”. Quindi delle due l’una: o non viene riconosciuta ad un assemblea di donne una soggettività politica, o non le viene riconosciuta una legittimità. In entrambi i casi ci troviamo di fronte ad una discriminazione da parte di chi rifiuta perché “discriminanti”(e addirittura sessiste!) in presenza, per di più, spesso, di una formale accettazione delle nostre istanze- vi potete vedere da sole, ma non qui-. Penso che la radice di questo rifiuto, che non viene riconosciuto come tale, ma viene anzi ribaltato, sia duplice.
“L’eredità teorica e procedurale del femminismo è accettata, imitata, certe volte saccheggiata e mai citata, sicchè (i movimenti n.d.r.) curano e pretendono che nel presentare qualsiasi fenomeno o progetto si facciano dichiarazioni proposte previsioni distinte per generi”scrive Lidia Menapace nell’Agenda “di Marzo in Marzo” 2006. Ci si firma sempre “studenti e studentesse”, ad esempio, non tralasciando mai di specificare che il maschile non comprende anche il femminile, ma si è persa memoria delle pratiche che hanno portato a questa elaborazione. Stiamo forse scontando la “sommersione” del femminismo all’interno dei movimenti.
D’altra parte questo oblio non giustifica la carica di violenza e di sopraffazione insita nella scelta di vietare a delle persone, che si dichiarano portatrici di una specificità, di autorganizzarsi secondo i propri bisogni, e abbiamo visto che di questo si tratta. Ad esplicitare ulteriormente questa violenza è stata la forma processuale (nei confronti delle compagne coinvolte nell’assemblea delle donne) assunta dalla discussione che ha portato alle decisioni trattate, forma che certo non si addice ad un movimento. Sulle cause di questa violenza si può discutere a lungo. Certo non sfugge un certo timore che spesso assume la forma di sconnesso rifiuto.

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