Contatti | Mappa del sito | Link Archivio 2004-2006

Due incontri a Roma sull’ultimo libro di Barbara Duden

Il nostro corpo generante: uno sguardo storico per problematizzare il presente

Giovanna Romualdi

:: Ines Valanzuolo

I geni in testa e il feto nel grembo. Sguardo storico sul corpo delle donne: già con il titolo del suo ultimo volume, Barbara Duden, ci situa al centro del problema che sviluppa nelle duecento e più pagine del volume.

L’ha riproposto in due incontri romani a novembre: la distanza che ormai le donne vivono tra l’esperienza del proprio corpo e la riflessione, determinata dalle biotecnologie, dai test genetici, dai protocolli di prevenzione del cancro e da un linguaggio pseudoscientifico pervasivo al punto da determinare il simbolico. Si augura che le donne riescano ad orientarsi nel “deserto concettuale della biocrazia, in cui l’esperienza femminile del corpo subisce inevitabilmente un depauperamento....il biosproloquio va di moda.” (pag. 147)

Così Barbara Duden ci spiazza, ci ripropone dilemmi antichi e con durezza ci riporta ad ancestrali sensi di colpa circa le nostre capacità di vivere e valutare con saggezza la forza del nostro corpo generante. Il femminismo però, a partire dall’attenzione al corpo e alla sessualità, ha tracciato un percorso senza ritorno in cui abbiamo già incontrato Barbara e la sua efficace vis polemica.

Ricordiamo: Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita. (ed.1994/ 2006) in cui dichiarava “In questo libro vorrei analizzare le condizioni in cui nel corso di una generazione nuove tecniche e forme di espressione hanno completamente mutato il modo di vivere e concepire la gravidanza...il bambino è diventato feto, la donna incinta un sistema uterino d’approvvigionamento, il nascituro una vita, e la vita un valore cattolico-laico, quindi onnicomprensivo....”

Fulminante sintesi di anni di presa di coscienza, avvenuta soprattutto nei gruppi che avevano dagli anni settanta in poi lavorato su corpo/sessualità e che in Italia proprio in quegli anni, insieme a contraccezione e aborto, sostenevano parto in casa e allattamento al seno.

Vale la pena di ricordare che Simonetta Tosi, morta nel 1984, organizzò presso l’Istituto superiore della sanità, già gravemente ammalata, il primo grande incontro nazionale di ostetriche, per rivalutare, contro la medicalizzazione selvaggia del parto, la loro funzione di accompagnamento, necessaria ma non prevaricante, alle partorienti protagoniste di un momento particolare della loro vita e della loro sessualità. Non dimentichiamo quindi che con Barbara Duden abbiamo fatto la stessa strada con storie diverse, storie che hanno alimentato un dibattito intenso nei due incontri romani (il 21 novembre preso l’associazione “Civita” sala Alinari; il 23 novembre presso “La casa internazionale delle donne” sala Simonetta Tosi).. Tutte d’accordo che il suo lavoro di storica del corpo e il suo libro sono imprescindibili oggi per qualsiasi riflessione bioetica.

La senatrice Maria Luisa Boccia ribadisce che la distanza del suo sguardo storico serve a problematizzare il presente, dissacrare per esempio l’autodeterminazione solo in quanto le donne decidono in un contesto dato, dove si prescrive la maternità ottimale.....ma giustamente l’assessora Mariella Gramaglia si chiede se si debba mettere tutto in discussione circa la politica sanitaria preventiva che, per sua esperienza, ha permesso a tante donne di salvarsi per esempio dal tumore al seno...

Il libro, tuttavia, lontano dall’Italia, dalla stretta vaticano/cattolica, dalle problematiche sollevate dalla legge n. 40 e dal fallimento del referendum abrogativo, dal provincialismo dei nostri politici, apre radicali prospettive di dialogo e di dibattito. Costituito di tre parti - il corpo fluido e il corpo ostinato; essere incinta: la “buona speranza” e la diagnosi; il corpo gestito - raccoglie vari interventi (dal 1987 ai primi anni del 2000), a partire da studi della vita delle donne del ‘700, per “indurci a vedere il presente con gli occhi del passato, ad accorgerci dell’attuale mancanza di sensibilità nel rapporto con il corpo” con una presa di distanza metodologica che mentre le dimostra come il corpo attuale non ha niente a che fare con quello del passato, la rende consapevole “di tutt’altra distanza: quella tra il corpo di donna della sua giovinezza bavarese e il corpo delle sue studentesse degli anni novanta...” (pag. 12).

Sottolinea come “il futuro sperato e ogni volta sorprendente cede il passo all’attesa di avvenimenti sul cui corso e sulla cui possibile trasformazione siamo già informati” poiché attraverso la riduzione del corpo femminile a fenotipo siamo scippati della “buona speranza”, c’è “il declino di ciò che è confacente, armonioso, ossia buono perché gli si attribuisce valore...” con la genetica e ”con la tecnica della manipolazione sociale di valori che oggi, concretamente, si basano sempre sul calcolo statistico, quindi su dati astratti e insensati, senza ricorrere ai saggi giudizi del senso comune.” (pag. 233)

Queste affermazioni perentorie e appassionate chiedono un contesto adeguato, forse lo spazio a cui si riferisce Caterina Botti, docente di bioetica all’Università di Siena che ribadisce la necessità per la bioetica ” di sancire uno spazio di azione e decisione individuale, di mettere a tema le ragioni che ci spingono a scegliere un certo corso di azioni rispetto ad un altro ....di fare un discorso su come i singoli possono affrontare quelle situazioni, discorso comunicabile, non traducibile in norme sancite pubblicamente” né, si può aggiungere, necessariamente determinato dalla “manipolazione sociale di valori basata sul calcolo statistico.”

Barbara Duden, I geni in testa e il feto nel grembo. Sguardo storico sul corpo delle donne. Ed. Bollati Boringhieri (luglio 2006)

4 dicembre 2006