Centro di aiuto alla vita alla clinica Mangiagalli? no grazie
Giovanna RomualdiGentile ministra,
Sulla Repubblica del 28 novembre, ma la notizia è riportata anche da altri giornali, si legge che il professor Giorgio Pardi, primario alla Mangiagalli di Milano, intende ospitare il CAV (Centro aiuto alla vita) nel reparto da lui diretto, dove si praticano le interruzioni di gravidanza, e che le donne, avrebbe anche aggiunto, dovranno passare per detto CAV, prima di fare l’intervento.
Alcuni medici della Mangiagalli, fra cui Alessandra Kustermann, obbiettano sui dati forniti dal Professore circa gli aborti evitati dal CAV, ma soprattutto obbiettano nel merito dell’iniziativa, sulla necessità di garantire la laicità dell’applicazione della 194 che la presenza del CAV nel percorso IVG, di fatto negherebbe.
L’Udi-Unione Donne in Italia ha sempre preso posizione sui continui attacchi alla legge 194, ma soprattutto all’autodeterminazione delle donne, riconoscendo il primato della madre sul prodotto del concepimento e la necessità del consenso materno affinchè esso si sviluppi e diventi una nuova vita. Certo, il prof. Pardi, applica la 194, ma la sua decisione e le parole che l’accompagnano, se correttamente riportate, sono ben poco amichevoli e persino poco professionali nei confronti delle donne.
Nelle sue dichiarazioni, speriamo presto smentite, leggiamo che “l’aborto è un omicidio”; leggiamo che i CAV sono lo strumento della prevenzione di cui parla la legge 194, che nessuno in realtà fa molto per aiutare le mamme in difficoltà (su questo concordiamo con lui) e che le donne debbono essere “consigliate” prima dell’intervento.
Le chiediamo, nella sua qualità di Ministra, di rispondere a questo Signore e di rispondere alla sua iniziativa se essa risulterà essere vera. Per conto nostro chiediamo di essere tutelate e garantite in merito alle seguenti questioni. a)- la legge 194 parla di prevenzione dell’aborto e non di dissuasione. Le figure che le donne debbono obbligatoriamente incontrare nel percorso IVG sono di tipo sanitario, operatori della struttura di riferimento, con una professionalità precisa. Ogni altro incontro, contatto ecc, deve essere liberamente scelto dalla donna e fuori dal protocollo prestabilito. Le donne che chiedono un’interruzione di gravidanza, sebbene in difficoltà, anzi proprio perchè in difficoltà, debbono essere aiutate, soprattutto se chiedono aiuto, ma anche rispettate senza se e senza ma. Non è previsto un aiuto coatto, fuori dalle regole del rispetto e della tutela della persona. b)- L’Udi e altre donne che stanno impegnandosi perchè la violenza planetaria contro le donne sia denunciata in tutti i suoi aspetti e con tutta l’indignazione necessaria, stanno anche chiedendo che l’uccisione di mogli, fidanzate, figlie ammazzate ogni giorno da mariti, amanti, padri-padroni, sia chiamata femminicidio; per capire ed essere capite, infatti, pretendiamo ormai un linguaggio più appropriato. E’ troppo chiedere anche ai primari, di adeguare il loro linguaggio ad un maggior rispetto per le donne e ad una più approfondita conoscenza della complessità di eventi che tocca la vita di tante? c)- I sostegni alla maternità e la rimozione degli ostacoli che possono impedire il portare avanti una gravidanza sono esattamente ciò che chiediamo alla società e alla politica, da sempre, dicendo che vera tutela alla maternità è una minore precarietà di vita e di lavoro. L’aborto è un disvalore e una sconfitta, per questo sobbalziamo sempre (ah! il linguaggio) quando chi applica la 194 viene chiamato abortista (come viene definito il prof. Pardi sempre nell’articolo di Repubblica,, suscitando certamente il suo sdegno), come se non fossimo tutti, e noi donne più di tutti, antiabortisti. Si potrebbe evitare almeno per protocollo, se non per legge, che le americanate del tipo "pro life", "abortisti ed antiabortisti", "reparto vita" e "reparto morte" siano risparmiate alle donne che, con il cuore in gola e l’anima stanca, arrivano nei reparti dove, secondo il prof Pardi, non vedono l’ora di incontrarsi con i tutori della vita? d)- Nella rete di sostegni alla maternità, pubblici e privati, a cui la 194 fa riferimento, i CAV debbono fare la loro parte, ma fuori dai Consultori e fuori dai reparti. Iniziative come quella che il prof. Pardi annuncia con tanta convinta asprezza, se attuate in sempre maggior misura (ma anche un caso è di troppo), oltre ad offendere la dignità della persona donna e la sua autonomia di scelta, oltre a trattare con leggerezza l’immissione in percorsi sanitari di figure non qualificate e stravolgere il senso di una legge, vengono anche a toccare importanti questioni relative alla laicità dello stato. Le chiediamo, Ministra, di rispondere pubblicamente, sui temi che le competono, agli interrogativi che l’iniziativa del primario della Mangiagalli solleva, glielo chiediamo come donne che intendono lottare e che lottano per difendere quante più vite è possibile, ma che non accettano di separare le vite dalle madri. Laura Piretti, Coordinamento nazionale dell’UDI-Unione Donne in Italia,Roma 28 novembre 2006

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