Stop alla violenza domestica sulle donne
marta marsili:: Marta Marsili
La campagna del Consiglio d’Europa contro la violenza domestica sulle donne è stata presentata il 27 novembre a Madrid, capitale dello Stato che ha compiuto la più completa riforma del diritto penale di tutta Europa in materia di violenza di genere.
La nuova campagna internazionale contro la violenza sulle donne ha preso ufficialmente il via. Ultimo atto di un impegno di lunga data che il Consiglio d’Europa ha promosso per dotarsi di strumenti giuridici internazionali contro la violenza sulle donne e in particolare contro la violenza domestica.
Un percorso che ha avuto inizio nel 1993, anno in cui la Conferenza ministeriale sulle pari opportunità ha elaborato la Strategia per l’eliminazione della violenza sulle donne nella società che ha portato nel 1997 all’elaborazione di un Piano d’azione contro la violenza sulle donne e, nel 2002, alla Raccomandazione del Comitato dei ministri sulla protezione delle donne contro la violenza, primo strumento giuridico internazionale che propone una strategia globale di prevenzione della violenza e della protezione delle vittime che copre tutte le forme di violenza fondata sull’appartenenza di genere.
Dal 2003 al 2005, la task force per combattere la violenza di genere ha coordinato un programma di monitoraggio per valutare l’effettiva applicazione della Raccomandazione 5/2002; un primo bilancio di queste indagini è contenuto nello studio Combattere la violenza sulle donne pubblicato di recente.
Ne deriva un panorama assai variegato che mostra l’ordine di grandezza del problema: il 45% delle donne che vivono nei paesi membri rappresentati dal Consiglio d’Europa è o è stata vittima di violenza fisica o psicologica e gli autori, nella maggior parte dei casi, sono uomini appartenenti alla sfera familiare della vittima.
Come trattare la violenza domestica
Tra i problemi posti al gruppo di esperti nel valutare dell’applicazione della raccomandazione c’è la maniera con la quale ogni Stato membro tratta il fenomeno della violenza domestica. Essa varia in funzione della storia di ciascun paese, del ruolo svolto dalla polizia, dalle autorità giudiziarie, dall’associazionismo femminista e femminile e dai professionisti del settore socio-sanitario. Un fatto che complica la ricerca di un approccio comune che si attacchi alle cause profonde della violenza e che rallenta l’evoluzione delle mentalità e delle prassi antidiscriminatorie.
Le violenze domestiche rientrano nella gran parte dei casi nelle disposizioni generali di diritto penale e sono punite come violenze alla persona fisica. In alcuni casi (Polonia, Lituania e Danimarca) la legge sanziona la violenza domestica nell’ambito delle infrazioni relative alla famiglia; in altri, in Slovacchia ad esempio, esistono leggi specifiche per le violenze a danno del partner.
Alcuni stati hanno inasprito le pene per i delitti commessi nei confronti del partner (Francia e il Lussemburgo) e il fatto che la violenza sia stata perpetrata in alla famiglia è considerata, a Cipro, una circostanza aggravante.
Il nuovo approccio legislativo sposta l’aspetto predominante della violenza dal carattere familiare a quello fondato sull’appartenenza sessuale, e ha portato all’adozione di una legislazione specifica sulla violenza nei confronti delle donne: è il caso della Svezia che ha istituito il reato di violazione grave dell’integrità della donna o della Spagna che, con la sua nuova legge quadro ha compiuto la più completa riforma del diritto penale di tutta Europa.
La tendenza generale è quella di un inasprimento delle pene in caso di violenza domestica. Essa coincide però con un aumento degli abbandoni delle procedure penali, dovuto, secondo lo studio, all’assenza di misure durature di sostegno alla donna vittima di violenza lungo tutto il corso della procedura. I casi di violenza domestica che riescono ad arrivare in giustizia sono in netta diminuzione in tutta Europa e ancora meno quelli che, giunti in giudizio, si risolvono con una condanna.
In alcune legislazioni recenti, inoltre, sebbene il concetto di violenza domestica sia ben espresso, la legge viene utilizzata solo nei casi di violenza fisica gravissima e rimane sulla carta per il resto del tempo. Un fatto che mostra come il ricorso all’intervento giudiziario, in assenza di altre forme di sostegno, possa risultare dannoso e risolversi in una doppia violenza.
La legislazione esistente in molti paesi assicura, infatti, una protezione immediata alla vittima attraverso misure come l’allontanamento preventivo del partner aggressivo, le ordinanze restrittive o di espulsione dell’autore di violenza ecc. che permettono di separare fisicamente la vittima del suo aggressore, ma si tratta di misure temporanee insufficienti a garantire la sicurezza della donna sul lungo periodo, specie nei casi di violenze psicologiche e di minacce.
Lo studio rileva l’inadeguatezza dei piani nazionali contro la violenza domestica, fatto che mostra l’interesse solo parziale che molti stati membri conferiscono a questo tema: in occasione della prima inchiesta sul recepimento della raccomandazione nel 2003 solo cinque paesi su 38 avevano un piano d’azione pienamente sviluppato e quelli che sono stati adottati in seguito tendono a avere un carattere parziale e di dichiarazione di intenzione.
Questo disinteresse indebolisce ancor più le politiche intersettoriali nazionali e locali che invece sono essenziali per far progredire la lotta alla violenza sulle donne e in particolare a quella domestica e porta all’assenza di una rete coordinata per il sostegno e la responsabilizzazione delle vittime di violenza domestica: gli Stati stentano ad offrire, se non in casi eccezionali, un accompagnamento medico, psicologico e giuridico globale e duraturo, mentre le organizzazioni di donne che offrono da anni un sostegno specializzato e di prossimità alle donne che ne fanno richiesta mancano di riconoscimenti pubblici, soprattutto a livello finanziario.
Le gravi lacune nella presenza di dati nazionali sul numero di casi di violenza domestica sulle donne, inoltre, contribuiscono a complicare la situazione: senza una rete di dati scambiabili tra i diversi attori che si occupano della violenza contro le donne come è possibile misurare l’efficacia delle misure prese?
Prevenire e combattere la violenza domestica
La Campagna del Consiglio d’Europa durerà fino al marzo 2008 e avrà come compiti di sensibilizzare governi e cittadini sul fatto che la violenza sulle donne è una violazione dei diritti umani e che è pertanto necessario che ogni Stato manifesti la propria volontà politica di recepire integralmente la raccomandazione, attraverso l’elaborazione di un piano d’azione che contenga soluzioni globali contro la violenza di genere e in particolare quella domestica.
Gli Stati sono quindi chiamati a impegnarsi a perseguire e punire gli autori di violenza attraverso misure giuridiche chiare ma anche a fornire strumenti di sostegno e responsabilizzazione delle vittime come i centri di ascolto e di difesa dei diritti e un numero sufficiente di centri di accoglienza dove possano trovare rifugio le vittime di violenza familiare, di servizi specializzati, dotati di rispose, che possano prendere in carico la vittima sotto l’aspetto medico, psicologico e giuridico.
Un’attenzione particolare dovrà essere dedicata alle attività di sensibilizzazione nei confronti dell’opinione pubblica: il discorso sulla violenza di genere deve entrare nelle scuole e nelle università e uno studio attento degli stereotipi di genere deve essere realizzato nei media.
Gli Stati sono invitati a perseguire quegli atti della cultura patriarcale che contribuiscono a legittimare le ineguaglianze di genere e a prendere misure efficaci per promuovere l’indipendenza economica delle donne, e in particolare delle donne migranti, perché la loro mancata indipendenza economica, la precarietà lavorativa, la disoccupazione e la povertà aumentano le possibilità di assoggettamento e creano terreno fertile alla violenza.
La campagna sarà condotta attraverso l’azione coordinata di governi, ministri, parlamentari nazionali ed eletti locali, in stretta collaborazione con le numerose organizzazioni della società civile, in particolare l’associazionismo femminile e femminista impegnato da anni su questo tema, le forze dell’ordine, cui si richiede una formazione specifica, gli insegnanti, i professionisti della salute e della giustizia, i sindacati, i capi di impresa, i media e gli uomini, in qualità di attori del cambiamento.
Le azioni saranno ripartite su due livelli: il primo comporta le attività direttamente gestite dal Consiglio d’Europa; il secondo riguarda le campagne e le attività nazionali organizzate dai diversi Stati membri. Il Consiglio d’Europa si impegna a svolgere cinque seminari per mettere in luce l’importanza di questa campagna e a coinvolgere i media nazionali e locali per una pubblica condanna della violenza sulle donne, in particolare quella domestica.
Un sito web specialmente consacrato alla campagna fornirà informazioni aggiornate sulla campagna e sui suoi protagonisti a livello nazionale, ospiterà materiali informativi dedicati e servirà da forum interattivo per lo scambio di informazioni e buone pratiche.
Ogni Stato ha designato (o designerà prossimamente) un funzionario di alto livello e un punto di contatto, incaricati dello sviluppo e del monitoraggio della campagna a livello nazionale. Saranno sostenuti da un gruppo di esperti nazionali, di cui faranno parte le associazioni di donne e le organizzazioni della società civile impegnate nella lotta alla violenza di genere per mettere a punto la strategia nazionale e sostenere l’efficacia della campagna di azione e informazione.

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