Per gentile concessione della rivista Zapruder pubblichiamo l’editoriale del n. 32 dedicato al tema “Ripensando la violenza politica. Appunti sui confini di una categoria”. Il numero, curato da Antonio Lenzi e Marilisa Malizia presenta una riflessione a tutto campo che esorcizza ogni tentazione di semplificazione.{Una critica della violenza è un’indagine sulle condizioni della violenza,
ma è anche un’interrogazione su come la violenza viene circoscritta in anticipo
dalle domande che poniamo su di essa.}
Judith Butler

Partiamo da un dato, che è una difficoltà. Definire i confini della violenza politica è un’operazione complessa, che presenta non poche problematicità, non solo da parte storica. Ne sono un segno evidente i vari modi − non sempre giustificati − di nominarla, di comporre il nome e l’aggettivo della categoria. Il ventaglio è ampio: violenza politica, appunto, violenza politicamente motivata, violenza
direttamente politica, uso politico della violenza.
O di sostituirne l’aggettivo con altri, altrettanto non ben definiti: violenza agita, violenza rivoluzionaria, violenza precaria, violenza diffusa, violenza subalterna. O di descrivere il fenomeno con altri nomi che costituiscono altre gradazioni, e che sono sovente sue sottocategorie: pensiamo, ad esempio, al termine terrorismo, al suo uso disinvolto − ma anche contestato − nello studio degli anni settanta, sostituito in alcuni casi dal termine violenza politica, sempre in riferimento alla lotta armata, al fine di attutirne criticità e debolezze. Non che significativi tentativi di definizione non ce ne siano stati, provenienti soprattutto dalla scienza politica e dalla sociologia. Basti ricordare gli importanti lavori di Sidney Tarrow, Charles Tilly, Max Kaase, Alberto Melucci, Donatella Della Porta, solo per citarne alcuni.

Tali sfumature costituiscono spazi di tensione nel lessico che non accennano a trovare luoghi di comprensione − tanto meno di conciliazione – nemmeno in quello che appare un altro “campo semantico” in fermento, che alla violenza politica è strettamente connesso, ovvero quello della nominazione delle forme politiche che “sconvolgono l’ordine esistente”: {émeute, sommosse, riot, tumulti}.

Un termine, quindi, polivalente, che se da una parte ha confini labili che non ne permettono una classificazione − e che, come tutte le categorie di cui si allargano le maglie, corre il rischio di perdere valenza analitica −, dall’altra, non permette di sbarazzarsene facilmente. Tanto vale farci i conti e rimettere la categoria al centro stesso della riflessione.
È questo il tentativo che proviamo a fare nel numero che state leggendo, aprendolo a una pluralità di fenomeni che esorcizzano tentativi semplificatori e {reductio ad unum}; non solo perché il passaggio dalle manifestazioni e dagli incidenti di piazza, all’organizzazione della violenza come forma di lotta politica, o alla lotta armata − nonostante quel che afferma parte anche della vulgata storiografica – non è naturale, tanto meno scontato; non solo perché non c’è necessariamente un rapporto diretto tra le parole e l’azione violenta, tra l’espressione verbale e la violenza come forma organizzata di lotta politica, o l’uso delle armi.

Bisogna riconoscerne le sfaccettature mancanti. I fenomeni ai quali abbiamo pensato durante la costruzione del numero non possiedono tra di loro un’unità, non cerchiamo di imporre loro un’essenza comune, che seguirebbe le orme del «male in noi», come l’avrebbe definito, in altri tempi, il padre della psicoanalisi. D’altro canto possiamo supporre che questa eterogeneità stessa sia il segno dei modi in cui la violenza politica si manifesta nell’esperienza storica.

In tal senso, considerando le variegate definizioni di violenza, ci sentiamo di condividere le osservazioni di{{ Luca Baldissara}} quando afferma che, più che un problema storico in sé, la violenza si palesa come un fattore disvelatore di questioni storiografi che altrimenti complesse della contemporaneità. La violenza, infatti, proprio per la sua natura multiforme e scivolosa nelle mani dello/a storico/a, non può essere categoria storiografica, ma può illuminarci su altre cruciali questioni (cfr. Ferdinando Fasce e Elisabetta Vezzosi, {Una storia di violenza? Riflessioni su una categoria controversa}, «Contemporanea», n. 3, 2006, pp. 491-525).

La nostra è una scelta storiografica, metodologica e anche politica. La violenza politica è, infatti, sempre più spesso evocata nel dibattito pubblico per attribuire connotati negativi agli episodi di conflittualità nella società. Una manifestazione, un picchetto operaio, uno sciopero, anche se semplicemente lambiti dal sospetto di violenza, diventano immediatamente esecrabili e condannabili.
I riot del 2011, le manifestazioni studentesche del novembre 2010, le rivolte delle banlieue parigine, così come le proteste contro la crisi finanziaria, in Italia e non solo, hanno fornito ulteriore materiale di riflessione su una categoria eminentemente amorfa che, a seconda delle accezioni attribuite e degli indicatori considerati, è diventata strumento per categorizzare il conflitto e i soggetti coinvolti.
Le sommosse di Parigi, Atene, Londra, ma anche quelle di piazza Tahrir o le notti di Gezi park a Istanbul si sono imposte all’agenda mediatica internazionale, nel preciso momento dello scontro. Quando le piazze sono state sgomberate con la forza, è rimasto un ricordo lontano della violenza, nulla o quasi dei loro diversi significati politici, di una analisi ragionata dei motivi, dei linguaggi, degli attori delle proteste o delle rivolte.

Inoltre, se la riflessione sulla categoria di violenza politica è spesso accompagnata da luoghi comuni che la relegano a esperienze quali il terrorismo, la messa a tema di alcune sue{{ forme non immediatamente riconoscibili}} getta nuova luce sul suo carattere politico e sulle sue trasformazioni nel corso del tempo.

Visto tale dibattito di per sé intricato, siamo consapevoli che gli ostacoli posti a questa operazione sono numerosi – teorici, storiografi ci, geopolitici – e che “volando in superficie” si rischiano di accomunare fenomeni tra loro diversi.
Ma pensiamo valga la pena correre il rischio, per una riflessione sulla categoria, vista la crucialità del tema e i limiti dello stato dell’arte. Lo facciamo partendo da casi di studio, da specifiche forme della violenza, attraverso uno sguardo posizionato che porta alla luce forze e debolezze del dibattito sulla violenza.

Degli ostacoli e dei limiti eravamo consci anche quando decidemmo di presentare il progetto di questo numero all’Assemblea nazionale di Zapruder/Sim di Reggio Emilia del 2011. Abbiamo quindi deciso di tentare un approccio il più aperto possibile cercando di coinvolgere attorno a noi studiosi/e impegnati/e in ricerche sul tema, non dimenticando la ragione sociale del progetto di Storie in movimento che trova nel conflitto il momento fondante del politico, al centro dei processi umani che viviamo. Il call for paper ci è sembrato uno strumento utile per vagliare lo stato dell’arte, comprendere e recepire almeno una parte dei lavori intorno a questo tema e le loro problematicità. Abbiamo inoltre deciso di organizzare un seminario per discutere e selezionare le proposte, con uno spirito inclusivo. È emersa una {{frammentarietà di studi che cercano di rispondere a domande importanti attorno alla questione della violenza politica}}, spesso partendo da esperienze e pratiche vissute appartenenti alla sfera del politico e della militanza dei/delle singoli/e studiosi/e. A ribadire, ancora una volta, che il dibattito storiografico attorno all’oggetto della nostra indagine difficilmente si separa dai percorsi di elaborazione politica.

Ci pare un sommovimento semantico quello che avviene nelle discipline storiche, e non solo, non di poco conto e che riflette le contaminazioni e la molteplicità delle esperienze di conflittualità sociale a cui assistiamo.
Sebbene{{ focalizzati prevalentemente sugli anni settanta}}, sono numerosi i lavori che esplicitamente hanno posto la loro {{attenzione sul lessico}}. Risultano invece più rari i contributi che provano ad “entrare” nella categoria, a darle respiro per rintracciarne continuità e discontinuità, prendendo sul serio le sfide che il tema della violenza pone alla riflessione storica sul Novecento.
Étienne Balibar, nel suo recente libro {Violence et civilité} (Galilée, 2010), tenta di ricostruire la relazione tra violenza e politica attraverso i suoi costitutivi elementi aporetici che rendono tale categoria amorfa e non decidibile.
Il “senza asilo” del volume a cura di Gianluca Bonaiuti (Senza asilo. Saggi sulla violenza politica, ombre corte, 2011, dove l’autore prova ad aggiornare il “catalogo” delle forme di violenza politica centrando l’attenzione su quelle dimensioni della violenza collettiva di cui è difficile comprendere il carattere politico) indica «la progressiva erosione delle dimensioni d’immunità e di rifugio dalla violenza che caratterizza le espressioni della violenza politica nel nostro tempo».

Ma ritorniamo alla questione del lessico e, in particolare, a sottolineare come «nel discorso sulla violenza politica l’aggettivo sia più rilevante del sostantivo» (Eros Francescangeli, {Stato e insurrezione. La violenza rivoluzionaria e gli scontri di piazza: definizioni, periodizzazioni e genealogie}, «Zapruder», n. 27, 2012,
p. 147): “la politica della violenza”, potremmo sbrigativamente definirla con una formula che non a caso ricorre in molti dei titoli di volumi dedicati alle forme storiche della violenza politica, a voler sottolineare il punto di “incandescenza” della questione.
Se il soggetto tradizionalmente pensato come detentore del monopolio della forza è lo Stato, abbiamo voluto centrare l’attenzione su altri soggetti che agiscono la violenza. Con tale scelta, non stiamo escludendo di applicare la categoria per sé all’attività normativa e repressiva della forza pubblica, non stiamo evitando di porci la “questione dello Stato”. Tanto più che lo Stato non ha solo weberianamente il monopolio della violenza, ma ha anche il potere di definirla (Heide Gerstenberger, {La violence dans l’histoire de l’Etat, ou la puissance de définir}, «Lignes», n. 25, 1995, pp. 23-33). Ci appare, quindi, che la sua per definizione funzione renda meno significativo uno sguardo sulla sua esercitata violenza, sebbene non meno problematico. È forse solo necessario ricordare, in tal senso, la polisemia e l’incompiutezza dialettica del termine {Gewalt} che, come ci ricorda Walter Benjamin nel denso,
seppure nella sua brevità, saggio {Per la critica della violenza} (in Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi, 1962, pp. 5-28), è allo stesso tempo violenza, autorità e potere.

Abbiamo scelto, quindi, senza dimenticare la complessità delle dinamiche oppresso/oppressore, di privilegiare la prospettiva di quella violenza che tende a sovvertire, a rovesciare l’ordine costituito, ad aprire piuttosto che a chiudere spazi di agibilità politica, una violenza “dal basso”, potremmo dire con un’espressione non meno problematica.

Se il dibattito storiografico, ma non solo, si è svolto principalmente tra studiosi/e specializzati/e nei diversi contesti geografi ci, si noterà, almeno in filigrana, l’altro obiettivo posto dalla costruzione del numero: intrecciare due dibattiti apparentemente distanti; da una parte, quello sviluppatosi in seno alle discipline storiche, per analizzare contesti e specificità, dall’altra, quello che ha coinvolto le discipline filosofiche.
Il confronto tra questi filoni di ricerca risponde all’esigenza comune di interrogarsi su come si è costituito un certo modo di intendere il politico della violenza, quando e come tale politico della violenza si è fatto discorso. La categoria è presa non per appiattire, livellare, ma per iniziare a “pensarla” altrimenti, non associandola esclusivamente a processi di militarizzazione. Ripensando il politico e ripensando la dicotomia amico/nemico, la cui contrapposizione, fondativa del politico in quanto tale, ha egemonizzato la tradizione politica novecentesca e le interpretazioni non solo storiografi che su di essa.

Confrontandoci con questa tradizione, abbiamo identificato dei nodi che crediamo abbiano la potenza della rottura. Nell’anche come punto di equilibrio del dibattito storico e politico sulle donne che agiscono la guerra in armi, e che {{Lidia Martin}} sottolinea nel suo articolo, è intrinseca, nel suo stesso porsi, una sottrazione di politica alla violenza agita per parte di donne. È un anche importante che non casualmente apre il numero e rovescia le prospettive tradizionali sulla violenza. A quell’anche seguono sovente tesi che tendono a comprenderlo, giustificarlo, attraverso chiavi interpretative che sottraggono forza al gesto politico e, nel caso della partecipazione femminile alla violenza politicamente motivata, agency alle donne coinvolte. L’articolo di Martin assume da subito la prospettiva di mettere al bando le semplificazioni dell’ordine discorsivo all’interno del quale il rapporto donne/violenza agita si è tradizionalmente inserito.
A svolgere quasi funzione di contrappunto si pone il contributo di {{Monica Di Barbora}} che rimanda e approfondisce, attraverso uno studio ragionato sull’iconografia delle donne in armi, alcuni dei nodi tematici sviluppati nel saggio che apre lo Zoom sulle specificità femminili nell’uso politico della violenza, sulle forme di cittadinanza femminile e di affermazione delle donne sulla scena pubblica che passano attraverso forme di violenza.
Il genere, inteso in termini di intersezione di assi di differenziazione, in particolare la “razza”, il sesso, la generazione, la classe, le pratiche religiose, è “un’utile categoria di analisi” anche nel saggio di {{Michelle Zancarini-Fournel}} che, concentrandosi sulle ribellioni urbane nella Francia del XXI secolo e in quello che viene definito “momento postcoloniale”, ci ricorda come le violenze o sommosse urbane siano qualificate come “a-politiche”, “infra-politiche” o “proto-politiche”, negandogli la caratterizzazione di violenza politica o di violenza sociale.

Alla condizione postcoloniale rimanda anche il saggio di{{ Viola Carofalo}}, attraverso l’analisi della teoria della violenza presente in alcuni testi di Fanon, sottolineandone l’attualità, l’incredibile ricchezza, la complessità dell’articolazione del rapporto tra violenza repressa e violenza liberata.

L’attenzione verso l’{{orizzonte di senso fornito da uno sguardo di genere sulla violenza politica}}, verso un punto di vista situato e sessuato – presente anche nel contributo di {{Alice Corte}} sulla rivolta dei moriscos in Andalusia, sulle complesse articolazioni dei processi di mascolinità e femminilità delle soggettività coinvolte – non si limita a un discorso delle donne/sulle donne, ma diventa postazione teorica che mira a contaminare la riflessione teorica sulla violenza politica.
Non è un caso che gran parte dello sforzo di disarticolare i nessi che legano tradizionalmente i termini cruciali della trattazione, violenza e politica, provenga dalla critica femminista, abituata a sfidare i paradigmi del pensiero politico.
Vengono in mente le preziose pagine che Judith Butler ha dedicato alla necessità di ripensare radicalmente la violenza legandola alla costitutiva vulnerabilità dell’umano (Judith Butler, {Vite precarie. Contro l’uso della violenza in risposta al lutto collettivo}, Meltemi, 2004).
O al lavoro di Adriana Cavarero, che da anni si intreccia con quello della filosofa
statunitense, e che dimostra l’inadeguatezza delle categorie della tradizione politica, come terrorismo, nemico, guerra, spingendosi a coniare un nuovo vocabolo, orrorismo, utile a comprendere quest’epoca in cui la violenza colpisce soprattutto gli inermi (Adriana Cavarero, {Orrorismo ovvero della violenza sull’inerme}, Feltrinelli, 2007).

Abbiamo cercato di superare l’appiattimento della categoria presa in esame in un ambito cronologico troppo angusto. Gli studi di {{Claudio Mancuso e Francesco Galantini}} si sono concentrati sugli inizi del Novecento. Il primo si è occupato delle manifestazioni di piazza degli interventisti durante il “maggio radioso” in Sicilia facendo emergere le complesse dinamiche che ne causarono lo scoppio; il secondo, invece, ha investigato la repressione seguita agli scioperi della “settimana rossa” a Firenze con un’analisi basata anche sulle fonti processuali, volta a disvelare i “volti” degli imputati, le modalità degli arresti, i significati delle condanne inflitte.

Ovviamente non potevamo sottrarci ad occuparci degli anni settanta, vista la centralità che tale decennio assume nel dibattito storiografi co sul tema e la vasta quantità di fonti che recentemente si sono rese disponibili su quel decennio. L’articolo di {{Salvatore D’Agostino}} per la rubrica {Luoghi } ci mostra ad esempio l’archivio presente a Marghera sulle lotte operaie del distretto chimico a partire dagli anni cinquanta. Lo sguardo sul decennio ha però privilegiato prospettive che dessero conto del tentativo di interrogare il carattere politico e ambivalente dei fenomeni considerati.
Il contributo di {{Luciano Villani}} esplora la sottile linea che divide la violenza “politica” da quella “sociale”, ricostruendo le lotte per la casa in alcuni quartieri romani, interrogandosi sul nesso tra conflitto sociale e violenza organizzata e sulle dinamiche di socializzazione alla politica e all’uso della forza; lo studio di {{William Gambetta}} pone invece l’attenzione sull’iconografi a con cui le diverse forze politiche si sono confrontate riguardo alla violenza e più in particolare alla lotta armata. I manifesti, infatti, ci restituiscono non solo la vivacità del dibattito di quegli anni, ma pongono questioni metodologiche su come il manifesto per sé possa essere fonte di rideclinazione della categoria e suo luogo di ridefinizione.

Sempre di anni settanta si occupa l’articolo di {{Simone Lallaro}} concentrandosi sulla reazione popolare durante gli attentati dinamitardi del 1975 a Savona. Dallo studio emerge il clima di collaborazione che si instaurò immediatamente tra i diversi attori sociali e istituzionali (polizia, comitati di quartiere, istituzioni), ben lontano, quindi, da atmosfere molto più cupe come quelle respiratesi a Milano dopo Piazza Fontana o a Brescia dopo Piazza della Loggia.

Di altrettanto interesse è la ricerca di{{ Santo Peli }} sui Gap durante la Resistenza. È un lavoro a cui l’autore si dedica da tempo e la cui presentazione in questo numero mostra tutte le difficoltà e i ritardi con cui finora ci si è approcciati all’argomento. Peli rileva come il gappismo sia stato usato variabilmente o per sacralizzare il sacrificio comunista alla lotta di Liberazione o per condannare l’uso della violenza. Ma è proprio sulla legittimità di questa che l’articolo si interroga al fi ne di ricostruire una narrazione meno semplicistica dell’esperienza dei Gap.

Questo numero di «Zapruder» è inoltre arricchito dal saggio fotografico di {{Giulia Bassi }} sulla festa dell’Unità del 1975 a Firenze, e dalle fotografi e gentilmente concesse da Ron Haviv e dall’associazione Vojvodjanka. Il processo all’interno del quale tali immagini si collocano, ovvero quello della mostra fotografica Anno Domini II, rielaborazione del reportage di guerra di Ron Haviv {“Blood and Honey: the Balkans War Journal}” sulla Jugoslavia dall’inizio della sua dissoluzione al conflitto in Macedonia, dal 1991 al 2001, ponendo l’accento sul dialogo “immagine originale/im-magine fruita” ribadisce la cornice e l’impostazione che abbiamo voluto dare al numero.

—–
Oltre che tramite abbonamento, la rivista (160 pagine, 12 euro) è reperibile nelle principali librerie.
Per informazioni – info@storieinmovimento.org