Recensione di Raffaella Giancristofaro

Roma – I portici di Piazza Vittorio

Abel Ferrara

— Sede di un mercato storico della Capitale, Piazza Vittorio è oggi l’emblema di un’integrazione interetnica problematica ma possibile, in una posizione centralissima, tra palazzi storici affascinanti e l’inurbamento di una popolazione così multirazziale da ricordare a tratti a quella newyorkese. Con troupe ai minimi termini, Abel Ferrara intervista per strada residenti di lungo e breve corso, commercianti, homeless e migranti che transitano o bivaccano nei dintorni.

In arrivo da Nigeria, Afghanistan, Burkina Faso, Guinea, Bosnia, Perù, Bangladesh, Moldavia, dalla badante al griot (cantastorie africano), dal macellaio egiziano alla ristoratrice cinese al lavoratore a giornata sudamericano. Più due intervistati “vip”, entrambi entusiasti della contaminazione culturale del quartiere e della pax raggiunta nella compresenza di tanti gruppi e indigenti: Matteo Garrone, che si è trasferito in zona a fine anni Novanta per ambientarvi poco dopo il suo Estate romana, e Willem Defoe, naturalizzato romano dopo essersi sposato in Italia con la regista Giada Colagrande.

Tra partitelle di calcio, commenti dalle panchine degli anziani italiani, musicisti di strada e un’inaspettata visita con annessa illustrazione teorica da parte di alcuni militanti di CasaPound, si accumulano le voci del “paese reale” – alcuni bozzetti di colore, altri confusi frammenti biografici, tra pareri favorevoli e contrari all’integrazione, la constatazione di un senso di ospitalità tutto italiano e al tempo stesso di un razzismo esplicito.

D’altro canto, alcune inedite immagini provenienti dagli archivi dell’Istituto Luce ricordano come la piazza sia stata abbandonata a se stessa e all’incuria dalla municipalità anche in passato, non solo oggi, a smontare le lamentazioni sul degrado attuale.

Sulla scia di Napoli Napoli Napoli e Pasolini, Ferrara prova a raccontare delle realtà socioculturali distanti da quelle in cui si è formato. Nato nel Bronx da genitori immigrati dalla provincia di Sarno, qui si dichiara egli stesso come “immigrato” alle persone che intervista. Il suo sguardo conserva come sempre l’empatia con gli ultimi della Terra, con il nonsense delirante di chi in strada ha la sua unica possibilità di redenzione e anche la curiosità e l’affinità del dropout privo di pregiudizi. Il risultato è una galleria di personaggi, esempi di disperata emarginazione ma anche di faticosa affermazione, selezionati secondo questa predilezione. Più interessante l’accostamento dei due brani musicali che ripetono il dualismo Stati Uniti/Italia che innerva il documentario: Do Re Mi di Woody Guthrie, che già negli anni Sessanta chiariva come per migrare evitando respingimento o sfruttamento serva il denaro e un classico tradizionale capitolino, melodico e consolatorio come Chitarra romana (nella doppia versione di Claudio Villa e di Gabriella Ferri). Fuori Concorso alla Mostra di Venezia 2017.

venerdì 8 settembre 2017