Sono contenta che Francesca Izzo abbia scritto in modo chiaro quello che
per lei è il valore aggiunto nella pratica politica di Snoq, che ha
definito l’originale trasversalismo*.
In varie occasioni, e in diversi gruppi del movimento, avevo colto
accezioni di volta in volta differenti del senso di questa trasversalità:
uno strumento che , per esperienza diretta, vissi dentro il Genova Social
Forum nel 2001, quando fui portavoce del movimento delle donne nel Gsf.
Il tentativo, dentro quel variegato e contraddittorio coacervo di realtà
politiche, sindacali e di movimenti misti (e contemporaneamente dentro
anche ai movimenti femministi) fu quello di provare a prestare ascolto alle
diverse pratiche per costruire un percorso che portasse tutti e tutte a
vivere al meglio il protagonismo antagonista delle varie anime della
proposta, e della protesta, contro l’incipiente avanzata della
globalizzazione neoliberista e della crisi, che allora sembrava lontana e
che noi femministe precognizzammo a Punto G, un mese prima del G8, senza
essere adeguatamente ascoltate.

Ho sempre pensato che {{la trasversalità, in qualità di strumento,}} abbia dato
buoni frutti, (tra i tanti voglio ricordare l’accordo parlamentare tra
tutte le donne elette sulla cancellazione dell’abominio che, prima del
1996, rubricava lo stupro come un delitto contro la morale, e due casi più
lontani, il consenso tra le donne cattoliche e le socialiste e comuniste
che fecero pressing nei rispettivi partiti e ambienti politici per
l’ottenimento delle leggi sul divorzio e la 194).

Parlo della trasversalità come strumento, appunto, e {{non come ad un fine:}}
usato come mezzo conveniente (convenire, così ho imparato dal pensiero di
{{Lidia Menapace}}, su singole questioni anche in presenza di differenze spesso
profonde tra chi lavora assieme per ottenere il risultato atteso) per
arrivare a soluzioni politiche su questioni controverse, che nei casi
citati configuravano diritti negati alle donne in situazioni che invece,
una volta raggiunta la possibilità di esercitare l’autodeterminazione
grazie ai diritti ottenuti, hanno reso migliore anche la vita degli uomini
e più ampia la pratica della cittadinanza inclusiva.

Ho citato non a caso tra grandi questioni come {{la violenza sessuale, il
divorzio e l’interruzione volontaria di gravidanza}}, perché si tratta di
argomenti che appartengono a quella sfera di temi eticamente sensibili sui
quali l’analisi femminista ha dato un grande contributo, mettendo a tema la
necessità di leggi non punitive e vendicative ma ispirate al principio del
riconoscimento della soggettività e, appunto, dell’autodeterminazione, uno
sguardo che ha migliorato la qualità sociale, politica e culturale in
Italia, almeno fino all’avvento del drammatico ventennio berlusconiano nel
quale ancora annaspiamo.

Sono colpita che{{ Francesca Izzo}} liquidi la stagione di maturità e
autorevolezza dei movimenti delle donne, quando questi si fecero anche
portatori di soggettività giuridica per l’ottenimento di diritti, in un
passaggio che mi pare cruciale del [suo articolo-> http://www.senonoraquando.eu/?p=11913] nel quale scrive: “Dire
dignità ̀voleva significare che l’avvento della libertà femminile apre una
epocale questione di carattere antropologico che investe la natura della
libertà coinvolgendo tutti, uomini e donne e non può più essere
affrontata rincorrendo il radicalismo dei diritti”.

Quando la parola {{dignità}} è stata evocata, in occasione della chiamata del
{{13 febbraio 2011}}, non mi sono trovata d’accordo con alcune che definivano
moralista ricorrere a questo concetto.
Ben prima di quella data, memore anche delle analisi sulla globalizzazione
e sul neoloberismo che facemmo nel 2001, ero convinta che {{il concetto di
dignità fosse intimamente legato al percorso storico e politico dei
movimenti delle donne.}}

Una delle prime volte che ho letto, da giovane, questa parola, è stata in
un passaggio del {Manifesto femminista} (1792) di {{Mary Wollstonecraft}}: “E’
tempo di compiere una rivoluzione nei costumi femminili, tempo di
restituire alla donne la loro dignità perduta e di renderle partecipi della
specie umana, in modo che riformando se stesse riformino il mondo”.

Dalla Wollstonecraft in poi {{i movimenti delle donne hanno ragionato e
proposto, con pratiche ed esiti diversi}}, sulla questione delle leggi e dei
diritti, non solo perché spesso ne erano prive, ma perché anche nel momento
in cui questi diritti venivano ottenuti non era sufficiente averli scritti
per potersi dire pienamente, e a tutto tondo, protagoniste della libertà.

In questo percorso di continuo perfezionamento e ricerca di risposte,
mentre la realtà poneva e pone nuove sfide (tra queste oggi c’è la violenza
globale contro le donne e la questione della laicità a fronte del crescere
dei fondamentalismi in tutte le religioni) penso che sia stata proprio la
ferma determinazione a {{non arretrare nella difesa radicale dei diritti
ottenuti}}, la volontà di estenderli a chi ancora non li ha (le/i migranti
per la cittadinanza, i gay e le lesbiche per le unioni e la famiglia, per
esempio) a determinare la forza di attrazione e di propulsione al
cambiamento dei movimenti femministi.

Se questa radicalità si stempera, se essa perde centralità e confonde,
nell’ascolto necessario delle differenze, mezzi e fini, il rischio è per me
quello di perdere il centro e il senso dell’agire e del pensare il
cambiamento.

{{Penso alla trasversalità come ad una pratica e uno strumento,}} come la
nonviolenza, che mi aiuta a tenere occhio, cuore e mente aperti
all’accoglienza e al dialogo.

Sono convinta che, quando invece la trasversalità diventa un fine e
neutralizza le differenze, questo meccanismo di omogeneizzazione porta
inevitabilmente all’omologazione, che nel nostro caso, in Italia, ha avuto
come approdo una rinuncia alla politica, una velenosa e pericolosa deriva
populista e violenta che non a caso ha dato spazio, come primo e devastante
effetto, alla legittimazione della mercificazione del corpo femminile e
all’assunzione del paradigma della logica del mercato e del denaro come
unica misura per tutto.

{{Il conflitto}}, che è stato uno dei cardini sui quali il movimento delle
donne si è sviluppato e si sta sviluppando dove esse stanno lentamente
riprendendo voce e coscienza, non è una pratica in contrasto con la
trasversalità quando questa è pratica di inclusione e ascolto critico:
quello che penso sia {{pericoloso e confusivo}}, rispetto a ciò che vedo venire
avanti nell’orizzonte teorico e concreto in Snoq, è {{l’asserire che ogni
forma di pensiero e di orizzonti, se vengono dalle donne (o anche da
qualche uomo) può trovare luogo e ascolto.}}

Ho imparato, per esempio, dalle attiviste femministe laiche che provengono
dai paesi dove vigono dittature islamiste a non sedermi né a partecipare a
dibattiti dove sono invitati sostenitori/trici del fondamentalismo, così
come non ho mai accettato di partecipare a trasmissioni o dibattiti nei
quali erano relatori uomini violenti e portatori di tesi sessiste.

Come scrive {{la femminista iraniana Maryam Namazie}}, che bene ha chiaro in
mente come una pratica non strumentale del trasversalismo può portare al
relativismo politico e culturale, con gli affetti devastanti che vediamo
nel suo paese , ma anche in Europa: “Si possono avere molte e diverse
opinioni e visioni sul mondo, ma non tutte queste visioni sono giuste.
Anche i nazisti avevano una visione.”

Nonostante, (e per fortuna), molte delle antiche categorie di pensiero
abbiano perso senso nel nostro presente globale, quello che penso abbia
ancora valore come bussola alla quale riferirsi per orientarsi nella
confusione attuale è proprio quella della radicalità dei diritti che
abbiamo ereditato dalle donne che ci hanno preceduto, in primo luogo le
suffragiste e le resistenti, il cui lavoro, storia, pensiero e pratiche
sono da far conoscere, estendere e condividere con chi ancora non ne gode.

*http://www.senonoraquando.eu/?p=11913

{immagine da} donneinnetwork.it