L'opera Mon Pere et Moi dell'iraniano Charles Hossein Zanderoudi. Sullo sfondo la Danza di Matisse

Al Moma di New York – L’opera Mon Pere et Moi dell’iraniano Charles Hossein Zanderoudi. Sullo sfondo la Danza di Matisse

NEW YORK – Al posto di Picasso un modernista sudanese, Ibrahim el-Salahi. Di fronte alla famosissima Notte stellata di Vincent Van Gogh un astratto panorama di Hong Kong dipinto da Zaha Hadid, l’archistar anglo-irachena morta l’anno scorso. E affianco alla celebre Danza di Matisse, un enorme ed intricato lavoro dove geroglifici e corpi si confondono dell’iraniano Charles Hossein Zenderoudi.

Il Moma di New York, il più importante museo d’arte moderna d’America, risponde così al bando anti musulmani firmato sabato scorso dal presidente americano Donald Trump e ora bloccato da un giudice di Seattle. Esponendo nel cuore della sua collezione, al quinto piano dell’edificio, i lavori di artisti provenienti dai sette paesi colpiti, Iran, Iraq, Yemen, Somalia, Sudan, Siria e Libia. Al fianco di ogni opera, una scritta:         “Questo lavoro è stato realizzato da un artista di una nazione ai cui cittadini è stato negato accesso negli Stati Uniti. La sua esposizione vuole affermare gli ideali di accoglienza e libertà, alla base della cultura di questo museo e degli Stati Uniti”.

Una protesta tanto discreta quanto clamorosa: la più importante arrivata finora da una grande istituzione culturale.

Alle undici del mattino di sabato, le sale del quinto piano sono già affollate: in molti sono arrivati fin qui dopo aver letto la notizia pubblicata sul New York Times. Nella stanza dei futuristi italiani una ragazza bionda lancia un piccolo grido: “Eccolo” esulta, davanti al totem di bronzo Il profeta dell’artista iraniano Parviz Tanavoli sistemato fra il Geroglifico dinamico del bal Tabarin di Gino Severini e la celebre scultura di Umberto Boccioni Forme uniche della continuità nello spazio.

“L’ho visto sul giornale, che emozione trovarmici di fronte”. Adele è americana, di San Francisco: il suo compagno Hussain Gilani è invece un giovane medico di origine pachistana: “Faccio il neurologo a Oakland, California. E sono sconvolto da quello che sta succedendo in America. Certo, il Pakistan non è fra i paesi colpiti dal bando. Ma il clima è quel che è, potrebbe toccare a chiunque. Un mio collega, nostro carissimo amico, è iraniano. Suo padre novantenne sta morendo. E lui non ha il coraggio di partire, teme di non poter rientrare. La foto di quest’opera l’abbiamo scattata per lui. Perché sia fiero della cultura del suo paese”

Una signora stringe la mano ad un bambino. “Sono entusiasta che un’istituzione culturale abbia preso una così coraggiosa iniziativa” racconta Patricia Konigsberg, 64 anni. “Ho voluto portare il mio nipotino di otto anni. Siamo venuti tante volte, a lui piace perché ogni volta gli racconto una storia. Van Gogh, il doganiere Rousseau… Oggi gli parlerò di persone che vivono dall’altra parte del mondo ma amano l’arte proprio come sua nonna. Solo che pregano un altro Dio e per questo sono odiate. Proprio come è successo anche a noi che siamo ebrei”.

A riarrangiare la collezione, giovedì notte, in accordo con la direzione del museo, sono stati tre curatori: Christophe Cherix, Jodi Hauptman, e Paulina Pobocha. Un compito delicato: sì, perché le opere scelte dialogano perfettamente con il contesto in cui sono state inserite. Così la Moschea visionaria di Ibrahim el-Salahi fronteggia quelle Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso che, pescando proprio nell’arte africana, nel 1907 segnò la svolta fondamentale dell’arte del Novecento. Mentre il video Chit Chat dell’iraniana Tala Madani, una pittura animata che mostra due uomini che urlano l’uno contro l’altro, riprende le pennellate corpose ed espressioniste, di Strada di Desdra, un’opera del 1908 di Ernst Ludwig Kirchner.

Il Moma non è l’unica istituzione culturale ad aver fatto sentire, nell’ultima settimana, la sua voce contro il bando, che seppur ora bloccato potrebbe essere reistituito dalla Casa Bianca da un momento all’altro. Thomas Campbell, direttore del Metropolitan Museum di New York, ha fatto notare che una mostra blockbuster come “Assyria to Iberia at the down of classical age” sulle influenze dell’arte assira su quella classica, con le regole di Trump non sarebbe stata possibile. James Cuno del Getty di Los Angeles ha parlato di “bando inutilmente distruttivo”.

Ma certo quello di stravolgere un percorso espositivo per fare spazio all’arte di maestri che oggi in America sarebbero visti come potenziali terroristi ha una forza senza pari. La forza irriverente e discreta della cultura. La Repubblica