Mercoledì 8 Novembre dalle ore 18,30 fino a lunedì 11 dicembre 2017 si può entrare nell’istallazione di loredana Longo  in via Pietro Calvi 29 .  Accompagna l’installazione un’edizione  dell’artista in 10 esemplari.

Chi passa davanti alla vetrina si vede riflesso dietro le sbarre; chi entra, invece, nell’intera stanza, che sembra circondata da sbarre. Tutto è come sembra: prigionieri dell’immagine di sé dall’esterno e dall’interno. Lo specchio è doppio.

I led attorno alla vetrina hanno ricordato a Loredana Longo le lampadine attorno allo specchio dei camerini teatrali, e ha trasferito la dinamica di controllo della propria immagine di attori e attrici, in una metafora della libertà quotidiana.

Le sbarre indicano che tra le cose, le immagini, i pensieri c’è un riflesso continuo in cui si vedono anche gli impedimenti.

Mentre lo specchio imprigionandoti nella tua stessa immagine indica il legame tra libertà e costrizione. Come dichiara Loredana Longo: “Io non sono libera, io mi sento libera”.

Questa figura va oltre la visione consueta della reclusione perché, nel momento in cui tutto è come sembra, fa “riflettere” sulla differenza tra uomini, donne, vero, falso, giusto, sbagliato. Conta come ci si sente e l’immagine di sé che si proietta nel riflesso dell’altro.

Libreria delle donne di Milano, via Pietro Calvi 29 0270006265 www.libreriadelledonne.it


Vi proponiamo, come redazione Il paese delle Donne, il colloquio tra Loredana Longo e Fiammetta Strigoli che  si è svolto durante la mostra tenuta a Mialano e allestita nella sala della New Bad Business nella primavera del 2013. Una intervista che intende far emergere la donna e l’artista  che costruisce la propria arte, installazioni e video, entro la cornice di una ‘scrittura’ simbolica generatrice di rimandi e sentimenti, confrontandosi col proprio sé, con la propria visione ed esperienza di vita in rapporto alla società e alla famiglia, alla storia e alla cultura.

La Bad Girl dell’arte italiana

Quando ci siamo conosciute lavoravi sulla corporeità della donna, sulla sua pelle come superficie che trattiene la narrazione dell’esistenza esposta, ma soprattutto sull’involucro che cela ciò che veramente si è: il vero ‘teatro’ delle emozioni, dei piaceri e dei dolori. Fotografie, performance e installazioni che non ricordo tu abbia definito come una dichiarazione femminista e politica. Ma nella tua arte si è andato sempre più connotandosi un aspetto che definirei proprio come femminista e politico. Sei d’accordo?

«Io lo definirei più politico che femminista. Il femminismo nel senso letterario della parola è anch’esso un movimento politico, ma io non difendo nessuna categoria in particolare, l’umanità mi interessa in modo integrale. L’equivoco nasce dal fatto che sono un’artista donna, e ho notato che sovente le artiste nella prima parte della loro vita artistica esibiscono il loro corpo, lo utilizzano fino allo sfinimento, non solo come atto performativo, ma come tavolozza, oggetto da fotografare, come se solo attraverso questa esibizione si possa riuscire a trasmettere qualcosa. Non lo considero un errore, piuttosto un limite che bisogna superare, considerarlo un punto di partenza non di arrivo.

Venti anni fa utilizzavo il mio corpo come superficie di accadimento, lo riempivo di timbri con la scritta: SULLAMIAPELLE, ora per la mia personale al BAD New Business a Milano (il nuovo spazio di Francesco Pantaleone), riporto frasi pronunciate dai leader politici e le incido a fuoco in preziosi tappeti persiani, una sorta di minaccia dell’Occidente alla minaccia dell’Estremo Oriente. Si è spostato il fulcro del lavoro, il messaggio: l’artista è un comunicatore e ha il dovere di esporre la propria visione del mondo».

Il progetto Explosion (rappresentazione ironica di un disastro familiare), cui hai lavorato a lungo e allestito in diverse realtà espositive, riguarda il rituale familiare delle apparenze. Lo scenario è una tavola imbandita che attende la famiglia riunita, ma prima che ciò si compia, la tavola e tutte le suppellettili saltano in aria. La tavola sarà imbandita di nuovo con gli stessi pezzi frantumati e ricomposti: un’azione che è oltre l’opera, trattenuta nei frame del video che è memoria dell’evento. Credo che il senso del perché di Explosion stia tutto in quest’azione, in questo fare durante il quale è come portassi addosso te stessa in nome del desiderio di cambiamento che libera dalla propria storia e dalla propria cultura. Si può dire che Explosion trattiene il flusso di un tuo vissuto?

«La serie Explosion nasce da un periodo di lunga ospedalizzazione che ho voluto trascorrere quasi forzatamente da sola, mi sembrava di esplodere, come se il mio corpo mi volesse espellere. In quegli interminabili giorni, rivedevo la mia vita legata sempre a doppio filo alla mia famiglia. Un luogo di amore e conflitto eterno. Ho costruito decine di scenografie, riproduzioni di scene di vita familiare, momenti di grande convivialità, turbate da un improvviso scoppio che le distruggeva tutte o in parte. Ho ricostruito le scene, prima, mentre e dopo ogni esplosione e ne ho documentato le fasi tramite dei video. Non è solo una metafora sulla famiglia e sui suoi limiti, è anche la cronaca di tutti i giorni, che ci trasmette esplosioni e disastri che colpiscono gente innocente per strada, o mentre svolge le attività quotidiane».

Qual è stato il percorso che ti ha portato a realizzare “Floor# 5” per la Biennale Donna 2012 di Ferrara, dove entri esplicitamente nel merito di una problematica che riguarda da sempre la condizione femminile: il lavoro?

«Lo scorso anno ho cominciato una nuova serie di lavori, i “FLOOR”. Si tratta di pavimenti costituiti da mattonelle in cemento in cui sono ‘affogati’ particolari oggetti, con lo scopo di impoverire il materiale. Un lavoro che riflette sull’uso incondizionato del calcestruzzo. Io sono siciliana, ho visto deturpare il territorio e le coste siciliane da costruzioni abusive, frutto di appalti vinti in modo poco regolare da associazioni mafiose, da una quantità indecente di cemento impoverito, che ha arricchito imprenditori poco onesti e deturpato irrimediabilmente il paesaggio. Quando ero piccola sovente sentivo parlare di personaggi scomodi affogati nel cemento o nella calce viva e da sempre mi chiedevo dove potessero essere. Credo che la stratificazione di tutti questi ricordi e visioni sia la causa della nascita dei “FLOOR”. Ho affogato nel cemento abiti di lavoratori, vestiti neri da donna e camicie bianche bruciate come per la Biennale Donna 2012 di Ferrara il cui tema era “Violence”. Ho cercato il dato di cronaca più violento che abbia mai colpito delle donne: il triangle shirtwaist factory fire, l’incendio del 1911 nella fabbrica di camicie a New York dove 146 persone morirono carbonizzate, quasi tutte donne immigrate, siciliane ed ebree. Ho realizzato 146 mattonelle in cemento “impoverito” con centinaia di camice bianche bruciate per un lavoro site specific che ha coperto per intero il pavimento di una stanza della Biennale. La definirei comunque una tragedia del lavoro, quindi non specificamente femminile. Al momento sto producendo un FLOOR con porcellane cinesi affondate nel cemento, una sorta di ponte simbolico, il famoso ponte sullo stretto tra la Sicilia e la Calabria, teatro di grandi campagne elettorali e promesse politiche e che sembra sarà costruito dai cinesi. Lo esporrò in giugno in una mostra allo Chateau de Nyon in Svizzera.»

A proposito di eventi espositivi e di incontri tra artisti come ad esempio “Made in Filandia”, secondo te quali sono i fattori che ne amplificano il senso: i partecipanti, la durata, il luogo, la tematica?

«”Madeinfilandia” è una delle esperienze umane più importanti e gratificanti della mia vita artistica. Esistono tante residenze in Italia, ma questa è una cosa diversa: è un tempo condiviso con altri artisti e per gli artisti, in modo totale, dalla colazione alla confidenza notturna, in uno spazio particolare come la vecchia Filanda in Toscana, in un ambiente che i “padroni” di casa, Elena El Asmar e Luca Pancrazzi, rendono familiare, grazie anche alla generosità di Arturo Grezzi, proprietario dello spazio. Il progetto artistico non è il fine, ma il mezzo per essere parte del “Madeinfilandia”. Sono nate delle grandi amicizie e nuovi progetti».

Gli attenti equilibri tra contenuto e forma, tra pratica artistica e processi di significazione, costituiscono il tessuto connettivo della tua arte, come tu stessa affermi. Quando ti è stata commissionata la scenografia per la pièce teatrale La notte poco prima della foresta di Bernard Marie Koltès con la regia di Juan Diego Puerta Lopez, come ti sei rapportata con le esigenze del testo e la tua cifra creativa? 

«Non avevo mai realizzato una scenografia prima di allora, ma il mio lavoro da sempre ha avuto un’impostazione scenografica. Il curatore Antonio Arevalo ne parlò a Juan Diego Puerta Lopez, il regista. Il giorno dopo venne a trovarmi a Catania per parlare assieme del testo, un lavoro di Koltes, era molto difficile, duro, una catastrofe incombente. Mi vanto di avere il soprannome di ‘artista della distruzione’, quindi realizzai un paesaggio di distruzione, come se un intero edificio fosse caduto in scena, mostrando tubi rotti gocciolanti, tondini di ferro contorti dal peso, mattoni distrutti, spezzoni di cemento in cui l’attore Claudio Santamaria tra qualche imprecazione sottovoce causata dalla scomodità di muoversi in questo ambiente, si muoveva piegato dalle oppressioni della vita. Un’esperienza gratificante, perché ti fa uscire dai confini degli spazi espositivi, ti mette in relazione con altre priorità che non siano solo la pura visione della materia, ma la fruizione reale, la spettacolarizzazione, il confronto con altri professionisti: illuminotecnici, attori, registi, specialisti del suono, ed una produzione reale».

Sono cento le vittime di femminicidio nel 2012 e il 2013 ha già iniziato a dare i suoi frutti. Donne, uccise da compagni, fidanzati, mariti, amanti, perché ritenute oggetto di possesso. Violenze e assassini che dovrebbero essere puniti con una nuova legge nazionale che ancora manca. Molte artiste negli anni Sessanta hanno sollevato istanze intorno a tematiche come la libertà di pensare, muoversi, amare e lavorare anche nell’ambito dell’arte, aderendo al movimento femminista. Pensi che i femminicidi di questi ultimi anni rappresentino una regressione rispetto agli obiettivi raggiunti e soprattutto, pensi che le donne abbiamo sottovalutato il problema?

«Non sono le donne ad aver sottovalutato il problema, ma gli uomini ad essere in crisi. Gli uomini non riescono a tenere il passo con le donne, madri lavoratrici che finalmente escono da casa e conoscono anche altri uomini che non siano solo il padre padrone e marito, e magari tradiscono e lasciano il compagno. Gli uomini non lo accettano. Chissà perché si parla ancora di eguaglianza, bisognerebbe parlare di superiorità, ormai. Le donne fanno molte più cose degli uomini e, dato sopra ogni altro, la procreazione che rappresenta la più grande frustrazione dell’uomo. Non si può parlare di eguaglianze proprio perché siamo diversi. Io credo che l’uomo costituisca la parte distruttrice del mondo, la donna quella creatrice. Gli uomini fanno la guerra, una donna non manderebbe mai in guerra suo figlio, a parte quelle eccezioni che, naturalmente, confermano la regola». (da exibart)