In tempi in cui i media s’interrogano sulle madri che uccidono i propri figli, la figura di Medea torna imperiosamente sulla scena dell’immaginario collettivo con tutto il carico di tragedia e fascino che da sempre ha esercitato sull’opera di drammaturghi, pittori, scrittori, musicisti, cineasti.La Medea che il regista Piepaolo Sepe e la sceneggiatrice Francesca Manieri hanno adattato dal testo di Seneca è ricca di elementi di contemporaneità. Sola, straniera, respinta dal mondo nuovo in cui è approdata ed estranea al mondo vecchio che ha tradito per amore di un uomo che ora la tradisce, Medea è una “furia senza meta e senza esito, che una volta innescata esige di infrangere le sacrosante leggi dell’universo”.

{{Maria Paiato }} è la grandissima interprete. Regale in un lungo abito nero, Paiato-Medea è “sacerdotessa, madre, donna innamorata, ma anche guerriera”. Fa pensare ad una Grande Madre – divinità archetipica che esprimeva la sua massima potenza simbolica nell’ambivalenza- quando, alla fine dell’ultimo monologo, sta in ginocchio, impietrita, con le braccia tese e le mani che mostrano al pubblico l’immagine dei figli uccisi. Macchie di sangue su fogli vuoti.

{{Maria Paiato, la sua Medea è una donna fortemente ambivalente: uccide i suoi figli eppure li ama teneramente, è vittima e allo stesso tempo carnefice di Giasone, è furiosa e impotente.}}
A parte l’intenzione del regista di restituire al pubblico un personaggio il più completo possibile, è una mia esigenza di attrice dare quante più sfaccettature possibile ai personaggi che affronto. Mi è piaciuto farlo con Medea, anche in una scena -come quella dell’incontro con Giasone- in cui, quasi, non sembrerebbe esserci amore tra loro o echi di un passato comune. Medea non tira mai in ballo i figli, rinfaccia a Giasone soltanto il furto del vello d’oro, i guerrieri che ha ucciso, il drago. Se non si sapesse che chi parla è Medea, sembrerebbe un dialogo tra due soldati che hanno combattuto insieme e, ad un certo punto, uno ha tradito l’altro. Seneca, probabilmente, dava a questo personaggio la funzione di mostrare all’imperatore come l’ira ostacolasse la ragione e che un buon imperatore dovesse comandare in base alla ragionevolezza e al giudizio, non abbandonandosi a passioni così estreme. E’come se Seneca avesse trascurato nel personaggio di Medea certi lati tipici del femminile che, invece, noi abbiamo cercato di restituire.

{{“Ora, sono Medea” dice Medea prima dell’epilogo della tragedia. Come si è calata nei panni di questo personaggio così complesso e quando ha sentito di essere, veramente, il “monstrum” di Seneca che arriva ad uccidere i suoi figli?}}
Guardi, io le confesso che ancora adesso non mi sento Medea, devo fare uno sforzo per empatizzare con questo personaggio. Medea, in genere, è un punto di arrivo per un’attrice, però io non mi sentivo pronta, non credevo di essere in grado di sostenerla. Poi è andata, ma io non sono particolarmente affezionata a questa donna. Sapevo che dovevo mettere in campo molta energia fisica che non sentivo di avere in questo momento della mia vita. Per anni, ho rincorso ruoli di responsabilità e, paradossalmente, quando ho cominciato a fare monologhi mi è venuta l’ossessione della voce che si perde, dell’influenza, del non potere portare in scena lo spettacolo perché se mi ammalo io il monologo non si può fare più. E’ strano, invece di fortificarti dopo tanti anni di lavoro, ti trovi per certi aspetti indebolito. Non è una debolezza che attiene al corpo, ma un’insicurezza che abita in maniera sempre più importante, nella testa e che ti rende un po’ fiacco, di conseguenza, nel fisico. Appena smetto di lavorare posso uscire anche con i capelli bagnati e non mi ammalo, invece se lo faccio lavorando penso, oddio. Per giunta, in questo momento della mia vita avevo voglia di fare un personaggio più leggero; da attrice mi piacerebbe lavorare sulla sottrazione. Non credo, però, che ci sia alcun problema tra me e Medea: una donna che ha ucciso i figli. Io non mi calo nei personaggi; la sera, torno a casa e penso a tutt’altro. Sicuramente, però, Medea mi lascia addosso la cupezza di un mondo senza speranza.

{{Lei ha portato in scena un altro personaggio posseduto dalle passioni, Erodiade.}}
Erodiade, nel testo di Testori, è un personaggio con un bisogno d’amore molto forte, un amore che contempla tutto: la sessualità, il gusto di toccare il corpo. Il corpo, il corpo, il corpo, dice Erodiade, milioni di volte. Per lei è impossibile l’idea che un dio -quello di Giovanni Battista- possa dare al corpo un valore dispregiativo. E, poi, è una donna innamorata. Erodiade è una richiesta continua d’amore, mentre Medea, uccidendo i figli, è come se presentasse un conto a Giasone. Quando lessi il testo di Testori, me ne innamorai per la scrittura così poetica, pulita, così capace di evocare immagini violente, coloratissime, da pittore qual’era. Leggere {Erodiade}, mi ha dato l’idea che il corpo si potesse muovere tra le parole e accompagnarle. In {Medea}, le parole sembrano scolpite su lapidi di marmo, ti suggeriscono la mancanza di vita. Una delle scene migliori, secondo me, è quella tra Medea e Creonte. Io sto ferma con una maschera sul viso e da questa mia staticità viene fuori
un’azione tutta interiore.

{{Mi sembra che il filo conduttore dei personaggi che porta in scena – {Medea}, {Erodiade,} {Anna Cappelli}, Elena di {Cara Professoressa} o altri – sia la ribellione a un vissuto d’ingiustizia.}}
Sì, certamente. Il teatro che io ho frequentato negli ultimi anni, non è un teatro leggero, è un teatro che indaga nelle sofferenze, nel dolore. Anche Félicitè di {Un cuore semplice} è un personaggio che come gli altri acquista la possibilità di teatralizzare la sua storia perché di fondo c’è un’ingiustizia, un dolore che nasce da un sopruso, un tradimento. Questi personaggi sono interessanti anche per questo.

{{Lei è stata interprete e regista di {Non ho imparato nulla} (tratto da {Scottature} di Dolores Prato) un testo di cui ha colto, oltre il dolore, l’ironia, la leggerezza, il gioco.}}
Sì, mi è piaciuto farlo e avrei voluto che qualche regista se ne facesse carico, sviluppasse lo spettacolo. Anche quella, era la storia di una donna che, fin da bambina, entra in un convento dove la gerarchia, due pesi e due misure, l’ingiustizia sono molto forti. Però, nonostante il tradimento che subirà alla fine, si sente che in questo personaggio c’è gioia, voglia di vivere, stupore della vita, positività.

{{Il suo, è un teatro di parola eppure fortemente legato al gesto, “carnale”, potentemente fisico. Quale è stata la sua formazione teatrale?}}
Io ho amato moltissimo il lavoro di Pina Bausch, il teatro-danza, il lavoro di quei coreografi che raccontano il corpo vero, oltre le imperfezioni e gli anni. Ho visto delle cose meravigliose, poetiche oltre ogni dire. Ho sempre avuto il desiderio di fare uno spettacolo dove non dico niente ma, solamente attraverso la musica o anche il silenzio, racconto qualcosa di toccante, di struggente. Non mi piace il teatro che dimentichi appena esci, quello che ti rassicura, che sai già come va a finire appena inizia. Mi piace il teatro che forza il pubblico ad immaginare, ad evocare.

{{I media danno sempre più rilevanza al “fenomeno” delle donne che, come Medea, uccidono i figli. Cosa ne pensa?}}
I media sono quasi morbosamente interessati. Secondo me, queste donne, sono differenti da Medea. Siamo in un’epoca in cui si vive molto male, c’è troppo rumore fuori dalla nostra testa, non riusciamo a parlarci, in qualunque luogo siamo obbligati ad urlare, le fauci si aprono di più, si vedono di più i denti. La gente si colpisce per strada, si tratta male. Viviamo in un andamento vorticoso, non si riesce a stare dietro alle continue novità. Anche nel cinema, il montaggio si è accelerato: un fotogramma ogni cinque secondi. In un film degli anni cinquanta o sessanta c’erano scene molto più lunghe. Questa cosa non può non influire sui nostri sensi, ci affatica, ci stressa, produce disattenzione rispetto alle cose, alle persone, al loro valore. E’ tutto violento oggi. Forse parlo da persona che è entrata in un’altra fase della propria vita e il mondo appartiene ai giovani, nati nella velocità. Però, i nostri organi interni funzionano come quelli di duemila anni fa e questo sfasamento tra il ritmo della vita dentro e fuori ci lascia un po’ tutti con le gambe rotte.

{immagine da} www,piccoloteatro.org