A febbraio, a Roma, Licia Maglietta è stata al Teatro Valle, con una Lectio Magistralis e l’interpretazione e la regia di “Manca solo la domenica” di Silvana Grasso.
Passando casualmente di fronte al Teatro Valle, sguardo rivolto alle locandine esposte, ricordo all’improvviso che fra due ore {{Licia Maglietta}} vi terrà una sua attesa {{Lectio magistralis}}: forse istintivamente qualcosa vuole che i miei impegni si concentrino in un’ora e che, mio malgrado e quasi subito, alle tre del pomeriggio di un giovedì di febbraio, io mi ritrovi lì.

L’approccio è intuibile: {{un’ attrice di raffinata maturità professionale incontra gli studenti dell’Accademia d’Arte drammatica}} con la disarmante naturalezza propria della sua fisionomia attoriale. Ma le domande, sia pur prevedibili, seguono una traccia inopinatamente un po’ ovvia: che differenza tra cinema e teatro, quanto conta la regìa, come affronta i suoi ruoli, come è nata la protagonista di “Pane e tulipani” (ohibò, ancora e sempre..).

Nonostante l’incipit minimalista, l’inconfondibile presenza dell’attrice, attenta e in ascolto, va marcando sommessamente tutta la differenza: lo spessore e il senso profondo di quell’incontro, scaturiscono soltanto dai suoi dati esperenziali, dai {{punti fermi e importanti del suo vissuto d’attrice}}: “….Il teatro è degli attori, ma le regie accurate, costanti, sera dopo sera, come la cura che Peter Brook sa dedicare ai suoi spettacoli, imprimono la qualità, lo stile inconfondibile… Si parte da un testo improvvisando verso una direzione sconosciuta che sarà data dalla coscienza che si avrà del proprio corpo, dello spazio intorno, della narrazione, della tipologia del personaggio, delle relazioni che quello intrattiene con le altre figure…
Sono necessari dei puntelli per la memoria: una ginnastica per la mente dell’attore che si ancora ad azioni ricorrenti, ma che d’improvviso sa operare scarti da quelle, aprendo spazi nuovi, smarrimenti creativi…questa la scuola di Carlo Cecchi, questa la parte viva, senza la quale il Teatro non c’è…”

Quanto alla immancabile {{protagonista del film di Soldini:}} “ si è trattato di una sceneggiatura molto discussa tra me il regista. Lui ha l’abitudine, come in teatro, di provare per venti giorni prima del ciack, e quando mi consegnò la sceneggiatura, la mia parte era stata lasciata in bianco…” Quello spazio lo riempi tu… “In effetti lei nella storia all’inizio non c’è…non c’è nella relazione con gli altri…Silvio sa che io allora comincio a “spandermi” tutta…scrivo un diario tutta la notte e..verso l’alba mi arrivano le idee migliori…Secondo me quel personaggio aveva difficoltà con il suo corpo e con lo spazio in cui si trovava a muoversi …. di qui gli impacci, le goffaggini nel maneggiare gli oggetti più comuni..Una persona dalle potenzialità inespresse che non può, né vuole fuggire..che si muove allora a passetti piccoli piccoli.. é una figura costruita su questo…Ma anche gli abiti: io cerco sempre i costumi con la costumista e siccome mi dicevano che avevo una certa eleganza nella figura, abbiamo optato per quegli abitini semplici, sotto tono, che diminuissero ogni pretesa di charme….”

Raggiungendo invece, fatalmente, come tutti ricorderanno, una formula dallo stile irresistibile e forse anche anticipatore, a suo modo, della imminente moda del {wrap dress}…: una rilettura di quella sorta “{{vestaglietta”}} (o abito leggero) riservata alla familiarità quotidiana e alle faccende domestiche e perciò inadeguata a qualsiasi altra attività, che nel cinema italiano dichiara, come pochi altri oggetti, la condizione femminile. Indossato da Licia Maglietta, quell’abito non risulta eroticamente allusivo, come quello di {{Silvana Mangano}} in ”Riso amaro “ e di {{Laura Antonelli}} in “Malizia”; nè allegramente selvatico come quello di {{Gina Lollobrigida}} in “Pane e amore e fantasia”; neppure drammatico come divenne con {{Sofia Loren}} in “La ciociara” o in “Una giornata particolare”, o con {{Annie Girardot}} in “Rocco e i suoi fratelli”. Se proprio se ne volesse ricercare il profumo si potrebbe pensare alla sottomessa, incantevole, {{Stefania Sandrelli}} di “Sedotta e abbandonata” e alla stralunata, ironica, per sempre trasgressiva, {{Monica Vitti}}.

{{
E’ di potenzialità inespresse che parla l’abitino della Maglietta}} di “Pane e tulipani”, conferendo al personaggio, grazie alla sua capacità di intuirne morbidezza e fragilità, fantasia e coraggio, quelle doti positive e di fascino che impongono all’abito casalingo e da lavoro il valore aggiunto del comfort, della freschezza e dello svago. Il film è del 2000, il trend delle collezioni di moda ne registra ufficialmente la tendenza nel 2007-2008. Ma la scoperta di sé da parte di un femminile non più silenziosamente rassegnato, passa attraverso quei panni, come negli anni settanta passò per la minigonna de “La ragazza con la pistola” di Monicelli.

Un successo enorme.

Senonchè la {{Liboria Serrafalco, detta Borina,}} nativa di Tagliaborse, che ci racconta {{la sua storia dal palcoscenico del Valle}}, è un tipetto tutto diverso: {{nira nira e sìcca sìcca}}, più emancipata del suo paese, interamente pervasa da un cupo istinto di morte, avrebbe assai poco a che vedere, per forma e contenuto, con l’attrice che conosciamo, se quella non disponesse della sua formidabile intuitività viscerale, non conoscesse la musica, non avesse uno spiccato senso estetico… “Manco mortammazzata me lo sposo quel pilorùsso” aveva detto lei la prima volta che aveva visto Cataldo portato dalla sensala di matrimoni. Era pilorùsso, aveva i capelli rossi, e anche i sopraccigli e i pinnulàri degli occhi erano rossi, un rosso strano, più arancione che rosso femminino. Ma aveva invece finito per maritarsi con lui, Liuzzo Cataldo, nato a Miscarello, grassoccio e almeno due palmi più basso di lei, a settembre del Cinquanta, perché (alta com’era, quasi un metro e ottanta, la chiamavano cannastendere) non aveva avuto nessuna richiesta di matrimonio a Tagliaborse; nessuno in paese la voleva una così alta spricinàta di fianchi, longammàtula senz’ombra di petto. E lui neppure al suo paesello. Così i due portando in dote l’uno all’altro il proprio difetto si erano sposati in meno di due mesi : un matrimonio portato,sì, dalla sensala, ma con tulle, torta, vermouth e confetti. Una questione di status…

E’ piuttosto inevitabile, per chi ami i personaggi che Licia Maglietta porta in scena, volerne ritrovare il carattere o i modi, andando a leggere {{il libro dal quale provengono}}. Perchè si tratta in genere di letteratura al femminile, brillante, acutissima, linguisticamente originale, costruita sul limite narrativo di una grande tensione: nel repertorio di questa attrice anche la capacità di selezione dei suoi testi è inconfondibile e costituisce un privilegio e una ricompensa per chi vi presti attenzione. Dopo {{Luisa Stella}} è ora la volta di {{Silvana Grasso}}, un’altra scrittrice siciliana carica di intensità, ritmo, ironia spietata e iconoclasta: nata in terra etnea e sotto lo zoccolo del vulcano, il suo stile espressivo travolge e infiamma come una colata lavica, lascia morti e feriti sul pavimento dell’ipocrisia e della piatta convenzione..

Dopo otto mesi esatti Cataldo era partito per l’Australia lasciando {{Borina}} {{ben felice della sua partenza}}, ma dopo sei mesi d’Australia non arrivarono più nè lettere di Cataldo, né dollari in vaglia postale…..Più passavano i giorni, ormai erano mesi, più Borina si confortava al pensiero della sua vedovanza, sospirava di disìo, ci prendeva gusto. Scendeva a Giarre con la corriera il giorno che c’era mercato grosso, il giovedì, e comprava delle belle stoffe nere per tutte le stagioni, dal panno alla seta, dalla lana all’organzina, dal teritallo al rasatello, unico fondo o con disegno rameggiato o broccato nero su nero, di modo di averle pronte in casa e di suo gusto quando fosse arrivata, dall’Australia, la notizia ufficiale della sua vedovanza.

Leggendo il testo della pièce che Licia Maglietta ha adattato e diretto, derivandolo da un racconto tolto dalla raccolta{{ “Pazza è la luna”,}} se ne rinnova il piacere per qualche minuto: l’attrice, il suo stile così personale, tutto immersione e subitanei distacchi dal personaggio, tornano vividi alla memoria in chiave ironica, divertente, disperata…Dura pochissimo. Poi ci si ritrova soli con la scrittura di un testo brillante, la cui partitura emotiva e musicale si perde nell’atto intellettuale che lo decifra..

Sembrano impossibili, in quel momento {{le tante chiavi d’ingresso e le modulazioni sul personaggio}} offerte da Licia Maglietta sulla figura di Borina …Di colpo si comprende la superba maturità professionale di un’attrice su di sé minimalista… {{Eppoi la musica,}} certo: la varietà degli accordi della partitura teatrale è sottolineata dalla fisarmonica russa di Vladimir Denissenkov, un grande maestro di quella peculiare musicalità, così appropriata alle pulsioni inquiete e barocche della messinscena…

Licia Maglietta ha appreso {{l’arte della fisarmonica}} da bambina, in una famiglia di buona cultura musicale e questo la accompagna nelle scelte cinematografiche e di teatro, che nascondono sempre una profondità camuffata dal suo contrario…E ancora il senso estetico:… al centro della scena un enorme “Cuore di Gesù” campeggia implacabile e beffardo, barocco anche quello e così tragicamente attuale. Viene in mente la grande artista palestinese che è {{Mona Hatoum}} e l’oppressivo rosario islamico da lei allestito a Venezia in formato magnum. Perché intanto che Borina, nell’imminenza di quella morte auspicata, prova e riprova la sua parte nel rassicurante status di vedovanza, (arrivando a visitare ogni giorno, eccetto la domenica, la tomba di un possibile marito, che sceglie tra i defunti meno ingombranti dei paesi vicini….), intanto che sogna le fogge delle sue divise luttuose, (non lontane, tutte, dal rigore definitivo del burka afgano)….. ecco che Liuzzo pilorùsso torna. {{E torna da padrone…..}}

Così, se nel ’67 sembrava vicina la Cina di Marco Bellocchio, certe volte è l’Afghanistan che pare, adesso, minacciosamente acquattarsi dietro l’angolo. Stando almeno alle analogie tra i pesanti retaggi culturali che qua e là, distrattamente, ci affliggono e quelli che, sempre più diffusamente baluginano da lontano, con rifrazioni epifaniche…..