Una mattina dello scorso febbraio la Signora Dantan, vedova ottantasettenne, uscì come sempre alle 9 per recarsi al negozio di alimentari in cima alla strada e fare la piccola spesa quotidiana. Trascinava con sé il carrellino per raccogliere le poche cose utili: un litro di latte, un panino integrale, due yogurt, un’arancia e una mela. E una bottiglia di birra per la figlia – ah, come avrebbe fatto a meno di questa voce del tutto voluttuaria.
_ D’altronde, povera figlia, a 53 anni aveva oramai pochi vizi, e quella che chiamava “la mia birretta serale” era quasi una medicina, a suo dire: conteneva vitamina B.

Le due donne, una sull’orlo della morte – la Signora Dantan non faceva che parlarne, raccomandando ai figli di non occuparsene, e augurando ogni sera alla figlia di trovarla stecchita a letto il mattino dopo – l’altra sull’orlo della menopausa, anche lei vedova da trent’anni (il pover’uomo era rimasto stecchito per overdose di eroina, a 28 anni), dividevano per ragioni economiche una convivenza forzata. Chiunque le avesse sentite discutere nei momenti di massimo nervosismo domestico avrebbe usato l’aggettivo forzata.

Quella mattina, verso le 9 e tre quarti, la figlia della Signora Dantan indossò il maxicappotto fuori moda e il berrettino da nido del cuculo (faceva freddo, nonostante il sole romano) e si avviò al mercato rionale, per acquistare le verdure e i legumi ricchi di antiossidanti e due bottiglie di vino rosso, ricco in polifenoli antietà.
_ Mancavano pochi passi al portone di casa quando la Signora Dantan, in lenta discesa col carrellino, concentrata sui pericoli del marciapiede dissestato, si sentì apostrofare da una voce giovanile: “Buongiorno, Signora!”.

Dantan alzò gli occhi acquosi, protetti da un paio di Police scurissimi, dismessi da un nipote passato ai Ray Ban, vide un volto sorridente, una giovane donna elegante e slanciata, e rispose con incerta cordialità:
“Buongiorno…”.
_ Si rese conto di conoscere quella sagoma, ma di non riuscire a darle un nome. Del resto, dopo una decina d’anni, l’edificio e il quartiere avevano subìto una rotazione d’inquilini, e in molti le avevano offerto il caffè al bar dell’angolo.
_ “Come sta?”, chiese la giovane donna, con voce squillante – fin troppo: non era mica sorda!
_ “Eh, me la cavo, diciamo vecchiamente bene”, disse Dantan, continuando a cercare un nome e un volto da associare a quella voce. Infine, accettò la disfatta: “Mi scusi, ma noi ci conosciamo?”.
“Abbiamo una lunga convivenza, direi una convivenza eccessiva”, disse la giovane.

La Signora Dantan si appoggiò al carrellino, fragile mucchietto d’ossa pervaso dal terrore della demenza senile: “Sono desolata, mi dica: lei mi ha per caso offerto il caffè proprio ieri mattina?”.
_ “Ah, povera Signora! So che da mesi le tocca ospitare sua figlia! Lei ha una figlia terribile! Lo sento, sa, quello che osa dirle in certe esplosioni di rabbia!”, disse la giovane con voce tremante.
_ “E sì, è un po’ tremenda… La prego di perdonarmi: lei a che piano abita?”, disse la Dantan, scrutando la giovane attraverso un tale orrore per il disvelamento condominiale del vernacoliere di sua figlia, che quasi non distingueva più i contorni di quella figura elegante, diventata ormai una minaccia alla sua fama di donna beneducata, una fama che attraversava i quartieri di tutte le città nelle quali aveva seguito le trasferte militari del marito defunto.

Ma un orrore pari al suo, se non maggiore, s’impadronì della donna più giovane, che in un istante ebbe la tremenda visione di sua madre che le parlava male di lei.
_ “Sono tua figlia, mamma”, disse la figura elegante.