La domanda: “In condizioni ideali l’uomo dovrebbe andare a lavorare mentre la donna dovrebbe rimanere a casa a occuparsi dei figli”. Circa il 53 % delle persone intervistate in età compresa tra i 25-39, ha risposto per il 53 % che sì, è d’accordo; contro il 9% di Danimarca, il 20% circa della Svezia e della Francia.La rilevazione si riferisce al 2006 ma difficile è pensare che siano avvenuti cambiamenti rilevanti. Ne scrive la ricercatrice Maria Rita Testa (VID e Wittgenstein Centre for Demography-Vienna) in un articolo pubblicato il 16 giugno di quest’anno su Neodemos.it con il titolo: {[Fecondità effettiva e desiderata: l’Italia nel quadro internazionale->http://neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=612].}

Secondo l’autrice dell’articolo negli ultimi tempi demografi e policy makers hanno rivolto l’attenzione al fatto che una proporzione di coppie nei paesi a bassa fecondità come l’Italia, arriva alla fine delle possibilità riproduttive (per le donne) con un numero di figli inferiori a quello che desiderato.
_ Si chiama {desired-actual fertility gap}.

E’ stata condotta un’indagine Eurobarometro (EB) in 27 paesi dell’Unione Europea nel 2011 che aiuta a comprendere i motivi del gap.
_ L’Italia è il paese in cui le donne dai 25 ai 39 anni, hanno in media il più basso numero di figli nell’ambito dell’UE.
_ Ma il numero di figli desiderati è tra i più alti.

Come leggere questi dati? Tanto per cominciare, fa notare la studiosa, il ritardo della transizione alla vita adulta in Italia è un fenomeno più accentuato rispetto agli altri paesi.
_ Secondo i dati EB 2011 “esiste una correlazione positiva nei paesi dell’Unione Europea tra la quota di donne e uomini in età 25-39 anni con numero di figli inferiore a quello desiderato e la quota di persone nelle stesse fasce di età che sono (ancora) senza figli.
_ Questa correlazione suggerisce che il posticipo della transizione alla genitorialità contribuisce significativamente alla misura del gap fecondità desiderata-effettiva.”

Il ritardo della nascita del primo figlio ha come conseguenza un minor tempo disponibile per raggiungere il numero desiderato.
_ E come c’entra la risposta affermativa data alla domanda sulla donna a casa per i figli? Per Maria Rita Testa è un dato cruciale che fa dell’Italia un caso quasi unico nel panorama dei paesi post moderni.

Certamente la situazione di grave crisi economica aumenta la difficile transizione verso lo adultità autonoma, ma vi gioca un ruolo ampio la scarsa volontà politica (tradizionale) di operare nella direzione della conciliazione tra lavoro e famiglia per le madri.

La Conferenza Episcopale Italiana, la pastorale parrocchiale, l’ideologia dei molti uomini politici come Formigoni, è costantemente indirizzata all’ esaltazione del mito della famiglia con al centro la figura materna capace di rinunciare a se stessa, cioè a un sogno extra familiare di realizzazione personale.

Le giovani donne di questo paese spesso, soprattutto nelle zone a maggiore tradizione cattolica, sono assillate da sentimenti contrastanti quando, da una parte vorrebbero fare un figlio, o un secondo figlio, e dall’altra nutrono il desiderio di continuare il proprio lavoro, o un progetto di ricerca, con il rischio al rientro di perdere quel ruolo, quel posto, e comunque il tempo di quel progetto.

Spesso, troppo spesso, le giovani donne si trovano in una solitudine totale nella dinamica della coppia, perché il partner -quasi sempre- vede soltanto il proprio desiderio e il ruolo tradizionale materno-sponsale della compagna rispetto ai doveri di cura.

La caduta della natalità, più rilevante in Italia che in altri paesi dell’Europa, andrebbe dunque esaminata rispetto al perdurare di una cultura arretrata, patriarcale, anche a causa di una laicità (libera chiesa in libero stato) sempre difficile da affermare e definire; a causa di una gerarchia ecclesiastica cattolica capillarmente presente sul territorio e capace di influenzare le coscienze fin dall’infanzia con il catechismo, l’ora di religione nelle scuole, i riti sacramentali ecc.