Articolo di Linda Maggiori*

Il tragico deragliamento del regionale nella linea Cremona-Milano, segnalata come una delle peggiori in Lombardia da Legambiente, nel rapporto Pendolaria, è purtroppo la conseguenza di un’Italia che investe poco sui treni. In un paese che ha il record europeo di morti premature per inquinamento dell’aria (91.000 morti l’anno) in un paese sottoposto a due procedure di infrazione da parte dell’Ue per la concentrazione di biossido di azoto e particolato atmosferico, è urgente cambiare aria e darsi una mossa. In tutti i sensi.

Eppure viaggiamo per lo più ancorati all’auto: in Italia gli spostamenti privati avvengono al 66,4 per cento in auto, al 3 per cento in moto, al 3,8 per cento in bici, al 10,8 per cento coi mezzi pubblici, al 15 per cento a piedi (Dati Isfort, osservatorio sulla mobilità, 2014-2017). Anche le merci viaggiano per lo più su gomma: 167 mld di tonnellate per chilometro su gomma contro 22 mld tonn/km su ferro (Dati Conftrasporto, 2017).

Colpa delle cattive abitudini degli italiani? In parte. In parte queste cattive abitudini sono state create, formate e incentivate dalla miopia e cattiva fede di chi ci governa. Come emerge dal rapporto di Legambiente Pendolaria, dal 2002 ad oggi i finanziamenti statali e regionali hanno premiato per il 60 per cento gli investimenti su strade e autostrade. Di contro in tutta Italia sono stati chiusi 1.323,2 chilometri di linee ferroviarie. Pochi e vecchi sono i treni soprattutto al Sud, disagi, disservizi, scarsità di linee che spingono la gente a usare l’auto. Alcuni pietosi esempi: in Molise non esiste più un collegamento ferroviario con il mare, sono scomparsi i treni che dal 1882 collegavano Campobasso con l’Adriatico e con Termoli. Tra Ragusa e Palermo ci sono solo tre collegamenti al giorno, tutti con un cambio, e in totale ci vogliono quattro ore e mezza per arrivare a destinazione. Sulla Roma-Lido di Ostia, linea suburbana gestita da Atac, si è registrata una riduzione del 45 per cento dei passeggeri a causa di disagi, ritardi e disservizi. Migliaia di pendolari in meno sui treni, migliaia di auto in più sulle strade.

Si investe sull’alta velocità, mentre vengono ridotti i collegamenti regionali (-6,5 per cento dal 2010 al 2016), Intercity e collegamenti a lunga percorrenza (-15,5 dal 2010 al 2016).

Ma solo investendo sui treni regionali diminuirà il traffico in strada. Così è accaduto in varie regioni tra cui Alto Adige e la Lombardia, dove si è raggiunta quota 735.000 passeggeri ogni giorno sui treni regionali (con un +3,1 per cento nel 2017 e +24 per cento dal 2009 ad oggi, quando erano 559mila). In queste regioni inoltre i bambini viaggiano gratis su treni e mezzi pubblici fino a quindici anni, incentivando le famiglie a viaggiare sui mezzi pubblici, lasciando a casa l’auto. Per questo ho lanciato una petizione per estendere questo modello a tutta Italia.

Legambiente individua nel rapporto Pendolaria tante altre storie di successo di quelle regioni che hanno investito sul ferro, dalla linea in Val Venosta e Val Pusteria in Alto Adige, alla Metropolitana di Napoli, al collegamento diretto Palermo-Catania, ai tratti minori come fra Ascoli e Porto d’Ascoli dopo l’elettrificazione.

Non solo più mezzi pubblici, ma anche più bici per risolvere i problemi legati all’inquinamento, al consumo di suolo, alla salute, alla sicurezza. Come sottolinea la Fiab, alcuni passi avanti in questi anni sono stati fatti: ad esempio la recente Legge Quadro sulla mobilità ciclistica, l’infortunio in itinere, la rete di ciclovie “Bicitalia”.

Ma occorre andare avanti. Per questo la Fiab lancia la “sua campagna elettorale”, una serie di misure, chiamate la “dieta del traffico”, che porterebbero a ridurre del 20 per cento le auto in circolazione. Nel concreto si chiede al futuro governo, nei primi 2 anni di insediamento di impegnarsi per:

 

  1. istituire il servizio nazionale per la mobilità ciclistica;
  2. riformare del codice della strada (30 km/h come standard di velocità nelle città, Contro senso ciclabile, casa avanzata ai semafori);
  3. sostenere economicamente l’acquisto della bici (muscolare o a pedalata assistita): l’incentivo dovrebbe essere maggiore a fronte di una scelta di dismettere la propria auto o a fronte di un impegno ad un utilizzo quotidiano casa-lavoro o casa-scuola;
  4. dare incentivi-sconti fiscali per i negozi che attrezzano spazi pubblici per le bici: questo intervento rivitalizzerebbe il commercio locale. Più spazio alle biciclette significa più spazio alle persone: 1 posto auto significa 1 potenziale cliente; in 1 posto auto parcheggiano 10 biciclette, 10 potenziali clienti;
  5. comuni ciclabili, comuni vivibili: rivedere gli standard urbanistici della legge Tognoli, che obbliga a dedicare ampie superfici per posteggi auto. Prevedere incentivi per i comuni che realizzano interventi per la ciclabilità e l’accessibilità della città a persone con ridotta mobilità;
  6. città attive, città sane: prevedere incentivi fiscali per le aziende che facilitano l’utilizzo della bicicletta negli spostamenti casa-lavoro.

 

* Educatrice, autrice di diversi libri (tra cui Anita e Nico di Tempo dal Delta del Po alle Foreste Casentinesi e Impatto Zero, Vademecum per famiglie a rifiuti zero). è blogger di famiglie-rifiutizero e di famigliesenzauto. Questo articolo è apparso anche su un blog de ilfattoquotidiano.it (con il titolo originale completo Inquinamento, solo investendo sui treni regionali diminuirà il traffico in strada), qui con il consenso dell’autrice