di Alberto Leiss

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L’ Italia resta un paese che, nonostante i cogenti richiami europei, non ha ancora una legge che condanni il reato di tortura, in particolare se commesso da personale delle forze dell’ ordine, e da funzionari statali, che dovrebbero invece tutelare i basilari diritti di libertà dei cittadini. Adriano Prosperi lo ricorda nel libro appena uscito “Tortura fuorilegge” edito da Forum e curato da Andrea Lucatello e Laura Morandini, animatori di un centro di impegno culturale a Udine molto vivace , che pubblica la bella rivista Multiverso ( www.multiversoweb.it). Prosperi denuncia il fatto che nella formulazione della legge attualmente parcheggiata in Parlamento il riferimento alle forze dell’ordine è stato eliminato, e la tortura è riferita come reato a qualunque cittadino eserciti coercizione, minacce e violenze verso altri. E questo nel paese dei vari casi Cucchi, e soprattutto della gravissima serie di violenze e torture inflitte dalle “forze dell’ordine” durante il G8 del 2001 a Genova. Un riferimento che attraversa molte pagine del libro, soprattutto nell’intervista di Andrea Lucatello a Daniele Vicari, regista del film Diaz ,che ha rievocato quella vicenda ponendo di fatto la questione se quella ferita profonda inferta allo stato di diritto e alla consistenza stessa della nostra libertà si sia mai più rimarginata.
La risposta oscilla tra il dubbio e la negazione. Tanto più che gli esiti giudiziari solo in parte hanno individuato responsabilità e chiarito la dinamica dei fatti, restando solo la verità delle testimonianze di chi la violenza e la tortura l’ha subita. Due mesi dopo l’esplosione di quella violenza di stato in Italia arrivava il crollo delle Torri a New York e l’avvio di una guerra infinita al terrorismo, che in effetti è ancora aperta, nel corso della quale il ricorso legale alla tortura è stato sostenuto da filosofi liberal come Michael Walzer, e da noi da commentatori in teoria liberali come Angelo Panebianco. Nel libro lo ricordano Livio Pepino e Donatella di Cesare, che nel suo intervento pone la controversa questione di una “democratizzazione” del ricorso alla tortura, sia nel senso di una sua giustificazione in momenti di emergenza, di stato di eccezione si potrebbe dire, sia in quello di una sua normalizzazione sotterranea, nonostante le leggi e le convenzioni internazionali la ripudino come pratica inammissibile in uno stato di diritto. Quando anticamente la tortura era considerata uno strumento lecito e legale essa era anche visibile, e spettacolarizzata proprio per renderla “efficace” , ma anche regolata in modo preciso per contenerne gli effetti violenti sulle vittime. Oggi il rischio accertato è che al divieto si accompagnino forme segrete e ancora più disumane di torture.
Per Ida Dominijanni , che ha presentato “Tortura fuorilegge” a Roma nei giorni scorsi, siamo a una “governamentalizzazione” della tortura, com’è tipico del contesto neoliberale. La legge per la più la vieta, ma viene praticata secondo la regola aleatoria del “dipende da…” le condizioni di volta in volta valutate da chi detiene il potere della “governance”. Non senza il caso di spettacolarizzazioni spontanee, come avvenne da parte di soldati e soldatesse americane a Abu Graib, in Iraq. E qui arriviamo a come ognuno di noi vive questo genere di “spettacolo” e di informazioni. Il moto di indignazione non sempre produce una adeguata mobilitazione politica – è successo anche all’inizio del caso Regeni – e in questo tipo di esitazione soggettiva bisogna avere il coraggio di non rimuovere il peso inconscio del rispecchiamento sadico e masochista nel carnefice e nella vittima. Soprattutto quando ci si rassegna alla violenza del potere.

Pubblicato sul manifesto il 13 dicembre 2016  e ripreso da http://www.donnealtri.it