Elena Paparelli l’ha intervistata per noi

L’invecchiamento è un tabù, e lo è in particolare per le donne. Il tema – ahinoi – è tristemente noto, ribadito anche dall’ultimo romanzo di Erica Jong, Paura di morire. I fattori in gioco sono tanti. La presunta perdita di capacità seduttiva, un cambiamento di ruolo sociale, il rischio di impoverimento. Pensiamo solo al fatto che le donne in Europa possiedono il 38% in meno della ricchezza degli uomini, un divario che aumenta con l’avanzare dell’età, complice anche l’aspettativa di vita più lunga per le donne rispetto agli uomini. Un’aspettativa che però a fronte di salari più bassi, dovuti anche a carriere più brevi e spesso discontinue rispetto ai colleghi, si traduce inevitabilmente in pensioni più esigue. Non bastasse il gap economico a rendere la vecchiaia un’età difficile per le donne, c’è anche un welfare in evidente affanno in tutta Europa, che delega ancora alle donne i ruoli di cura e di assistenza. Questo mentre le cosiddette baby boomers si trovano alle prese con il loro ruolo di nonne, con tutte le ambivalenze e le contraddizioni del caso. Donne strette fra “la rivendicazione della propria indipendenza e la solidarietà con le donne più giovani, figlie o nuore che siano; tra il piacere di ‘godersi’ i/le nipoti e la stanchezza fisica che comporta stare con dei bambini piccoli; tra l’imperativo, spesso consapevolmente auto-imposto, di non intervenire/interferire nella vita dei figli e figlie e il desiderio di essere comunque presenti nella cerchia d’affetti delle giovani coppie”, raccontava anni fa Anna Maria Crispino in un articolo su inGenere. Con Ritratti di donne da vecchie, uscito di recente per Iacobelli, Luisa Ricaldone torna a parlare di invecchiamento. Il sottotitolo – contro i tabù dell’età che avanza, soprattutto per le donne – invita da subito alla riflessione. L’abbiamo intervistata.

Come ha scelto di affrontare il delicato argomento del rapporto fra donne ed età? Come ha selezionato questi ritratti?

Ho cominciato a occuparmi di vecchiaia delle donne dopo avere partecipato, intorno al 2005, alla presentazione di un volume sugli Age Studies di Rita Cavigioli, italianista che vive e tuttora insegna negli Stati Uniti. L’incontro ebbe luogo al Centro di Studi delle Donne e di genere dell’Università di Torino, dove ho insegnato fino ad alcuni anni fa Letteratura italiana contemporanea, privilegiando la letteratura delle donne e uno sguardo attento alla differenza. In quell’occasione, si notò che anche la cinematografia era ricca di storie che avevano al centro la vecchiaia; e così, con un gruppo di amiche e studiose – in particolare con la francesista Edda Melon e l’allora addetta al Museo del Cinema, Luciana Spina – iniziammo una ricerca che si tradusse in una rassegna cinematografica e in una serie di incontri che trovarono successivamente una sistemazione nell’e-book Vecchie allo specchio. Alcune altre occasioni di incontri pubblici, fra cui il seminario della Società italiana delle Letterate sui Passaggi d’età, mi ritrovarono sempre più coinvolta nel tema. In quel periodo, entrando in libreria, mi capitava che lo sguardo si posasse sulle copertine di libri che avevano al centro la vecchiaia. Senza scomodare l’inconscio, credo che l’intenzione di riflettere più diffusamente e sistematicamente sull’argomento venisse stimolata da questi eventi. Nell’introduzione ai Ritratti di donne da vecchie dico che questo libro è il risultato di letture ordinate e disordinate, che talvolta seguono dei fili rossi, talaltra compongono un quadro impressionistico. L’unico criterio delle scelte è stato quello orientato dalla volontà di trovare, in narrazioni note o di nicchia, più che le costanti, che pure ci sono, la varietà e l’originalità del dire le vecchiaie delle donne.

In che modo a suo avviso le donne sanno autorappresentarsi la vecchiaia? C’è un modo di raccontarsi diverso da quello dell’uomo?

 

Il femminismo ha giocato un ruolo decisivo nella rappresentazione della vecchiaia delle donne, perché l’elaborazione del pensiero delle donne e la connessa presa di coscienza progressiva di sé come soggetti storici, ha dato inizio a una critica delle immagini tradizionali di vecchiaia, che non ha confronti con le modalità di narrazione da parte degli uomini. Varie le caratteristiche delle narrazioni: la vecchiaia descritta come momento di libertà, talora anche trasgressiva; come tempo della malattia, perdita dell’autosufficienza, trasferimento in case di riposo; l’essere nonne e le relazioni con le/gli eredi, con l’ “altra necessaria”; l’età avanzata come fase della vita che segna significativi cambiamenti anche nella scrittura, il cosiddetto “stile tardo”, e molto altro ancora.

Perché in Occidente la vecchiaia, in particolare per le donne, è ancora un tabù?

Il mondo occidentale bianco è tentato dalla amortality, la cecità nei confronti dell’età, una vera “epidemia sociale”, come l’ha definita Luisa Passerini. Controllare la morte, conservare i corpi nell’attesa che la scienza scopra i rimedi per curarne le malattie e farli tornare in vita, è un mito che nella narrativa contemporanea ha ritrovato slancio o nell’abbraccio fra desiderio di immortalità e ricchezza (Zero K di Don DeLillo) o – nell’ambito della narrativa delle donne – nell’investigare la disponibilità ad abbandonare corpo e memoria per vivere in eterno; una invenzione, questa, che si legge nel romanzo di Nadia Tarantini Quando nascesti tu, stella lucente, che narra il rifiuto della nostra epoca di confrontarsi con l’invecchiamento del corpo e con le emozioni che su di esso agiscono, guardando a un’idea di eternità che serpeggia fra tutte e tutti noi. Ma alla fine, sono per fortuna le rughe ad avere la meglio! Nella narrativa che ha costituito la materia prima del mio libro, più volte viene messa a tema l’accettazione della vecchiaia come un atto di consapevolezza di una fase della vita che Doris Lessing definì “straordinariamente interessante”. Sì, perché la vecchiaia ha i suoi lati positivi, nonostante la chirurgia estetica e il mercato (molto variegato e ricco quello che si rivolge alla popolazione anziana) vadano a braccetto nella pretesa di costruire una mentalità di diffusa eterna giovinezza.

Nella letteratura contemporanea di oggi è difficile a suo avviso seguire l’esempio di Rossana Rossanda, che riesce a incrociare l’autobiografia con un orizzonte più largo, collettivo?

Certo, non è facile. Anche perché Rossana Rossanda ha alle spalle lo spessore di una vita vissuta nella collettività. Libri come il suo sono rari, non solo per la straordinarietà della persona, ma anche perché il fare politica di allora era tutt’altra esperienza rispetto a oggi. In ogni caso trovo molto arricchente lo sguardo dalla fine, che nella narrativa prende il nome di Vollendungsroman, cioè romanzo di compimento, che permette di dare forma al disegno dell’esistenza, come avviene in Diana Athill, Da qualche parte verso la fine, o nel classico Un grido lacerante di Anna Banti, o nella recente Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit.

In che senso a suo avviso oggi la vecchiaia è una età da inventare?

A metà degli anni ’90 Betty Friedan pubblica L’età da inventare. Pochi anni dopo, la rivista Leggendaria esce con un numero intitolato L’età inventata, e siamo ancora nello scorso millennio. Da allora sono passati quasi vent’anni, e direi che il processo di invenzione della vecchiaia è sulla buona strada, almeno a livello di immaginario narrativo, come dimostrano le personagge messe in campo nei Ritratti. D’altra parte, in Italia sono state le ragazze’ del ’68 a riempire di nuovi contenuti le modalità di relazionarsi con figli e figlie, genitori, amanti, mariti, con il potere, e dunque, seguendo il trascorrere del tempo e sempre partendo da sé, si sono inventate e continuano a inventarsi il nuovo tempo che stanno vivendo, la vecchiaia. Tema sempre vitale, se a breve usciranno otto dialoghi di ultrasettantenni che ritessono le loro vite, L’invenzione della vecchiaia.

L’ultimo capitolo è dedicato alla demenza senile e all’Alzheimer, già oggetto di tanta letteratura. In che modo ha scelto di parlarne in modo nuovo?

Semplicemente leggendo i romanzi (e vedendo i film) dedicati al tema. Da essi emerge un punto di vista sull’Alzheimer come metafora del nostro presente, immemore del passato, privo di progettualità futura, che si muove senza meta sovente verso la distruzione. Inoltre, anche il genere giallo chiede aiuto a protagoniste affette da Alzheimer, la cui visione instabile della realtà, dove nessuno è quello che sembra, permette al mistero di strutturarsi continuamente. Le testimonianze poi, in prosa e in versi, toccanti e coinvolgenti, spesso mostrano che se da un lato l’Alzheimer toglie (la parola, la memoria, il riconoscere) dall’altro dà, producendo nelle figlie, figli, mariti, un mutamento profondo.

Il femminismo di oggi differisce da quello di ieri? Come?

Questa è una domanda che richiederebbe un’intervista a sé stante, a partire da considerazioni di ceto sociale. L’impressione generale è che le giovani donne – fatte salve alcune eccezioni, come sempre – siano per lo più dimentiche delle conquiste delle donne del passato, complice anche la situazione economica di questi anni che, retribuendole di meno, obbligandole a lavori part time, escludendole da posizioni apicali, le pone in una condizione subalterna rispetto agli uomini. Difficili, molto difficili, le rivendicazioni, in tempi di precarietà. Ma le matrici di alcuni movimenti come Metoo sono femministe.

Quale passaggio di testimone una “ragazza del ‘68” può fare alle ragazze di oggi?

Consapevolezza e orgoglio di sé come donna, convinzione che è possibile cambiare le cose, richiedere la parità sul posto di lavoro, saper dire di no, denunciare i soprusi.