La luminosità apollinea del clarinetto nel quintetto K 581 di Mozart introduce l’atmosfera idilliaca di Le bonheur (tit.it. Il verde prato dell’amore) un film di Agnès Varda, icona del cinema francese, documentarista regista fotografa e autrice oltre i generi e gli stereotipi (film del 1964, attualmente sulla piattaforma MUBI. ndr)

Il tema della coppia torna dopo dieci anni da La Pointe Courte (1954). In questo suo primo lungometraggio, Agnès Varda racconta la crisi di un rapporto d’amore sullo sfondo di un ambiente “naturale”: una cittadina portuale con la vita essenziale e la gente di mare di poche parole cui fa contrasto il continuo parlare della coppia sulla loro relazione affettiva. Lui ha tradito lei ma giura di amarla; lei si ribella e vorrebbe lasciarlo, intanto restano insieme. “La festa non cambia nulla, ma ci fa sentire bene” dice un uomo durante il torneo che si svolge nel finale del film, suggerendo l’impossibilità di cambiamento di questa coppia.

In Le bonheur (1964), Agnès Varda esplora la “naturalezza” della felicità coniugale utilizzando come sfondo la natura vera, gli alberi, i fiori, il cambiamento delle stagioni.

François e Thérèse si amano. Lui è falegname, lei lavora in casa come sarta, hanno due figli belli, la loro vita scorre tranquilla a Fontenay-aux-Roses tra incombenze quotidiane, amici, gite nella natura e il ballo nelle giornate di festa. Nella loro casa le pareti sono colorate di celeste come nelle fiabe e i fiori recisi sono sempre freschi nei vasi. Agnès Varda compone il quadro della felicità coniugale con pennellate impressioniste. Non c’è trama ma soltanto appunti di vita perché, come dice la stessa regista, “non mi piace raccontare una storia ma ciò che accade nei momenti importanti di una storia”. Dopo venti minuti di rappresentazione della felicità familiare, entra in scena imprevedibilmente un secondo personaggio femminile, la bionda Émilie impiegata delle poste, l’opposto di Thérèse. Émilie è sensuale e libera, Thérèse è rassicurante e accogliente come una dea madre. Il tradimento di François cambierà con un tragico colpo di scena la “musica” del film ma non la felicità coniugale che l’uomo ri-costruirà con i medesimi rituali: i ruoli rigidi di coppia, i giochi dei bambini, i picnic delle giornate di festa nel parco di sempre. Gli alberi però sono ingialliti dall’autunno e i fiori recisi appassiscono nei vasi.

“Plus ça changeplus c’est la même chose” dicevano i teorici della comunicazione umana del Mental Research Institute di Palo Alto – Paul Watzlawick, John H. Weakland e Richard Fisch autori di Change – a proposito di un modello ripetitivo che genera sofferenza.

Le bonheur è un film inquietante nella sua apparente semplicità. Forse, non a caso, Agnès Varda utilizza i girasoli nei titoli di testa del film, i fiori preferiti da Vincent Van Gogh, quelli che meglio rappresentano la tensione ideale verso la luce di questo artista geniale e problematico.

Ed è proprio l’impossibilità di rendersi conto delle ombre, nella luce accecante della felicità, una possibile chiave di lettura di Le bonheur un film che racconta, come anche Cleo dalle 5 alle 7 (1962), “l’inspiegabile degradarsi di quel che pareva inalterabile” (Pierre Marcabru).

Gli interpreti principali, tutti bravi, sono Jean-Claude Druot (François), Claire Drouot (Thérèse), Marie-France Boyer (Émilie).

Un film da vedere della grandissima Agnès Varda, premio Oscar alla carriera nel 2018.