L’assenza del movimento delle donne e dei femminismi nell’album di famiglia del M5S: e per le singole elette? Quale relazione politica fra donne dentro e fuori il Parlamento (al di là della precarietà di questo) si può ipotizzare?Fra le interpretazioni più interessanti della imprevista affermazione del M5S*, c’è quella che lo vede erede di alcuni dei movimenti che hanno attraversato il nostro Paese dalla fine del secolo scorso. Dal movimento altermondialista a quello ambientalista (quello delle battaglie territoriali su temi ambientali), oltre a movimenti di opinione, come il giustizialismo diffuso dopo Mani Pulite (e puntualmente ravvivato da episodi di corruzione e di malaffare), o la più recente polemica sui costi della politica.

E’ questa l’analisi di {{Lorenzo Zamponi }} sul sito {Il corsaro}, in un [post del 22 febbraio.->http://www.ilcorsaro.info/in-piazza/grillo-e-i-movimenti-continuita-rimosse-e-preoccupanti-contiguita.html] Sul {Corriere della sera} del 5 marzo [l’analisi->http://archiviostorico.corriere.it/2013/marzo/05/dai_Global_agli_Indignados_tutti_co_0_20130305_8b598f70-855c-11e2-8ad2-cf08f284d9d1.shtml] viene ripresa da {{Marco Imarisio}} affermando che il M5S ha sostanzialmente “cannibalizzato” quei movimenti: processo questo facilitato dal fatto che i partiti non solo non erano stati capaci di fornire una sponda istituzionale a tali movimenti, ma avevano invece costituito quasi sempre un ostacolo.

{{Fra i movimenti citati mi ha colpito l’assenza di quello pacifista e di quello delle donne}}. Sul primo non mi soffermo: forse esso rappresentava una componente del movimento altermondialista e ne ha seguito la progressiva emarginazione fino alla sconfitta. Nel programma del M5S consultabile sul blog, non resta molto delle complesse tematiche dei movimenti {no global}. Soprattutto è scomparsa la forte carica utopica che li caratterizzava, quell’utopia il cui continuo spostarsi sull’orizzonte serve, secondo Galeano, a farci camminare.

Mi interessa di più, comunque, {{l’assenza del movimento delle donne e dei femminismi nell’album di famiglia del M5S.}} Sia dopo le parlamentarie che dopo le elezioni Grillo ha sottolineato con soddisfazione l’alto numero di donne candidate e poi elette. Senza meccanismi particolari il gruppo del M5S risulta essere il secondo alla Camera, per presenza femminile (e il primo al Senato).

Ma davanti a questa situazione è necessario rovesciare il titolo del [mio ultimo articolo->http://www.womenews.net/spip3/ecrire/?exec=article&id_article=11353]: il numero serve, ma non basta.{{ Nel programma citato non c’è traccia del contributo che il movimento delle donne,}} la cultura delle donne e le pratiche femministe hanno dato alla storia politica di questo Paese. Forse è eccessivo definire la nostra come l’unica rivoluzione novecentesca che ha vinto, ma certamente quello delle donne è un movimento che ha sempre avuto la capacità di rinnovarsi, di risorgere dalle ceneri, di fare di necessità virtù adottando percorsi carsici e dando luogo a spostamenti significativi sul piano sia materiale che simbolico.

Il fatto che nulla di questo sembri aver permeato il M5S costituisce un problema interessante, perché a me sembra improbabile che questo valga anche per le singole donne elette, molte delle quali non possono non aver incrociato sulla loro strada il movimento delle donne, in qualcuna delle forme che esso ha assunto negli ultimi decenni.

{{Nel nuovo Parlamento }} queste donne incontreranno altre donne, prevalentemente di centro-sinistra (alla Camera il gruppo con la più alta percentuale di donne è quello del Pd): sicuramente fra queste è maggiore il numero di coloro che hanno partecipato al movimento delle donne o che si dichiarano femministe. A queste alcune di noi, nel dibattito dopo Paestum, avevano pensato di proporre la costruzione di una rete di relazioni, fra di loro all’interno del Parlamento, con altre donne fuori.

Il fatto che questo Parlamento sia sotto il segno della precarietà (singolare rappresentazione della realtà contemporanea) non fa decadere la proposta. Sarebbe interessante che tale proposta venisse indirizzata a tutte le neo-elette, non “in quanto donne”, ma per far uscire allo scoperto quelle fra loro che, con livelli diversi di consapevolezza, possono essere attratte da una relazione politica fra donne, che non può che rafforzarle rispetto sia all’istituzione che al loro gruppo di appartenenza.

A questo proposito vorrei entrare nel merito della discussione che in questi giorni, ma non per la prima volta, vede al centro {{l’art. 67 della Costituzione}}, quello del “senza vincolo di mandato”. Ricordo {{un’iniziativa di ArciDonna,}} all’inizio degli anni ’90, che consisteva in un appello rivolto alle donne elette a costituire un gruppo “interparlamentare donne” e a difendere il loro ruolo, da esercitare “senza vincolo di mandato”. La prima parte dell’appello proponeva di istituzionalizzare e allargare il gruppo con lo stesso nome che, nella legislatura 1987-1992, aveva riunito le parlamentari (deputate e senatrici) del Pci e della Sinistra indipendente, oltre all’unica deputata di Dp. La seconda parte dell’appello intendeva sottolineare come il dettato costituzionale in materia avesse lo scopo di garantire l’autonomia della singola persona, della singola donna, rispetto alla segreteria del partito a cui doveva la candidatura e l’elezione. La distanza da quel periodo ci sembra oggi un’era geologica: il trasformismo lo si studiava a scuola in relazione al periodo giolittiano, mentre la maggior parte delle persone elette terminava la legislatura nello stesso gruppo parlamentare a cui si era iscritta all’inizio. D’altro canto l’esistenza delle preferenze faceva sì che l’elezione fosse vissuta come effetto di una duplice scelta, quella del Partito e quella del corpo elettorale, che poteva modificare significativamente la prima. Si pensava, nell’ipotesi di ArciDonna, che rivendicare il ruolo parlamentare “senza vincolo di mandato”, consentisse di scegliere un altro vincolo: quello con le donne con cui costruire una relazione politica, a cui render conto di perdite e guadagni, individuali e collettivi.

In questo senso mi piacerebbe riprendere ora non la prima proposta (che oggi mi appare politicamente improponibile), ma la seconda: perché {{soltanto donne capaci di esercitare la propria libertà rispetto a un partito (ma anche a un non-partito)}} a cui debbono sostanzialmente la propria elezione, possono essere interessate a costruire una relazione con quante, fuori dalle istituzioni, pensano che non si possa trascurare l’occasione offerta da un Parlamento dove le donne sono più di un terzo.
Potranno rappresentare una massima critica? Non lo so, ma vorrei andare a vedere…

*Questo contributo è stato pensato e scritto dopo i risultati delle elezioni e prima dell’[intervento di Cigarini, Masotto e Melandr->http://paestum2012.wordpress.com/2013/03/07/un-si-e-tre-no/#more-1288]i. Questo spiega perché parto dal problema del rapporto fra Movimento 5 Stelle (M5S) e movimento delle donne/femminismi.