Iniziando a mettere in atto l’analisi e la critica più spietata di ciò che per secoli ci ha rabbuiato e resi insapiens: la cultura del conflitto duale e della corruzione ai dictat a cui ci costringe la violenza della bestia per avere il sopravvento… Iniziando ad avere riconoscenti orecchie e rispetto per le indicazioni alle libertà che le donne hanno, loro sì, iniziato a rendere consapevolmente praticabili. Cosa che la violenza obnubilante di cui sono state vittime secolari ha impedito fin qui: e che il duramente conquistato accesso al sapere, alla presa di parola, allo studio, alle possibilità delle esperienze, da cui sono state escluse con la violenta repressione maschile, ha finalmente cominciato a mettere a loro disposizione, rendendole uniche consapevoli.
Consapevoli che la loro tragedia storica ha avuto come contropartita l’averle insignite della possibilità di salvaguardare tutto ciò che la bestia avrebbe inesorabilmente distrutto, di fare pulizia quando la bestia insozzava, di preservare aneliti del cuore da truculente arroganze cazzute, di accudire e nutrire il vivere della specie.
La pratica diffusa della violenza l’ha impedito forse anche a tutti quelli che oggi prendono atto con orrore di quanto essa sia straripante e che farfugliano impotenti contro la propria stessa voluta e praticata appartenenza culturale irresponsabile. Quella che li fa sentire mal/potenti.
Sono sbalordita della loro cieca ignoranza e davvero ridicola inconsapevolezza.
E mi prendo contemporaneamente anche il diritto di sogghignare davanti alla truce e beota e ridicolissima arroganza e prosopopea di chi le ha messe in atto.

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Sarebbe ora che le donne si liberassero finalmente ed energicamente della “sindrome di Stoccolma”. Quella che la violenza maschile – e la repressione secolare delle loro libertà e dignità – ha impiantato nei loro sguardi, obnubilando così le loro menti. Rendendole complici delle barbarie oltre a subirle.

Al punto di accettare e perfino amorevolmente!! “giustificare” e piegarsi alla ossessività sessuale maschile, quella che si arroga il diritto di mettere in campo nella conseguente e contestuale
monetizzazione della “prestazione” la bieca esemplificazione del loro potere corruttivo e bestiale.
Potere corruttivo e simbolico che impazza del resto a tutti i livelli di senso di questa loro cultura insapiens.

Basata esclusivamente sul loro istinto primordiale, quello del primato della bestia. Boriosa nella sua barbara presa di potere.

Quella che sostituisce all’insicurezza e alla penosa fragilità, l’imposizione e la crudeltà; alla mancanza, la violenza, la discriminazione e l’oppressione e lo sfruttamento.

Quella che usa e sparge i suoi semi per corrompere, possedere e degradare i corpi e le anime.

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E pretendono perfino che sia lei a lavare e a stirare le loro luride mutande e che sia lei ad assumersene tutte le responsabilità e conseguenze, compreso il feroce ostracismo e la repressione sessuale, la colpevolizzazione (il cosiddetto peccato dipende dalle lusinghe della
femmina!) fisica e morale e svalorizzazione intellettuale ed economica.
Fino alla morte : i loro femminicidi reali e simbolici compresi.

Una vera mafia autogiustificante e boriosa.

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Incapaci dunque di gestire civilmente quello che hanno nelle mutande (e che gli è andato alla testa) pretendono che una “serva gratuita e/o puttana a pagamento” si renda coercitivamente disponibile al “servizio” del coito non interruptus; rendendola immemore non solo del proprio reale piacere, ma anche di un “estro” naturale e circostanziato che la difendeva da stupri non richiesti e permetteva scelte oculate, costringendola perfino ad essere lei a “sedurre” e “convincere” al coito perenne – penetrativo e perciò procreativo mi raccomando…..(ipocriti scarica barili perché loro sì sono coatti alla procreazione e ne fanno pagare alle donne le conseguenze)

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Che tutti loro aprano corsi accelerati di automasturbazione, abbasseremo livelli testoteronici pericolosi, e forse cominceremo a libererarci(li) dalla corruzione della bestia.

Brani da prossimo libroliberiamoci della bestia” di Daniela Pellegrini