Proponiamo la lettura dell’articolo di Luca Aterini uscito su Greemreport.it

— L’Istat comunica oggi i dati sul (non) lavoro in Italia fotografati a giugno 2017: mentre gli inattivi rimangono stabili al 34,9%, il tasso di disoccupazione scende all’11,1%, quello di occupazione risale al 57,8%. Si tratta di due variazioni minime come ormai d’abitudine – rispettivamente, -0,2% e +0,1% rispetto a maggio –, che pur nascondono alcune piccole notizie positive: su tutte il tasso di occupazione delle donne al 48,8%, il più alto da quando l’Istat ha iniziato a conteggiarlo nel 1977.

L’altalena delle percentuali del lavoro in quest’inizio estate pende dunque in positivo, ma i problemi non sono scomparsi e i progressi brillano assai meno allargando la prospettiva.

A partire dal tasso di disoccupazione, che vede l’Italia inchiodato terzo peggior Paese d’Europa dopo Grecia e Spagna, come illustra oggi l’Eurostat. È vero inoltre che nell’ultimo mese le donne al lavoro sono cresciute (+36mila), a fronte però di un indietreggiamento dei maschi (-13mila), e si tratta di contratti a termine: tra maggio e giugno i lavoratori dipendenti permanenti sono infatti calati di mille unità (gli indipendenti di 13mila), mentre quelli a termine sono cresciuti di ben 37mila.

A perdere terreno più di ogni altra fascia d’età sono ancora una volta i 25-34enni (con un tasso d’occupazione a -0,2% tra maggio e giugno), un trend negativo che al netto della componente demografica riguarda tutti i giovani: «Su base annua – osserva infatti l’Istat – cresce l’incidenza degli occupati sulla popolazione tra gli ultratrentacinquenni mentre cala tra i 15-34enni».

Si perpetuano dunque quelle caratteristiche del mercato del lavoro italiano che – anche quando in flebile, ondeggiante ripresa – hanno portato negli ultimi anni a un expolit di disuguaglianza e povertà, soprattutto a discapito dei giovani. A ricordarci la catastrofe cui dobbiamo (ancora) far fronte, semmai ce ne fosse bisogno, arriva l’analisi appena pubblicata su Economia e politica da due docenti dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, facendo leva proprio sui dati Istat ed Eurostat.

«Negli ultimi anni si riscontra una tendenza inedita: l’incidenza della povertà assoluta risulta maggiore tra le famiglie più giovani, in cui la persona di riferimento ha un’età inferiore ai 35 anni, rispetto a quelle più anziane, di ultrasessantacinquenni». A partire ormai dal 2012 è avvenuto il sorpasso: fino a quel momento i giovani erano la categoria meno esposta alla povertà in Italia, e in appena 5 anni si sono ritrovati a essere di gran lunga la più povera. Non che la popolazione nel suo complesso se la cavi bene: la fetta dei cittadini a rischio povertà in Italia è più elevata che in ogni altra nazione Ue eccetto la spagna, spiegano dall’Università Magna Graecia, arrivando a inglobare «oltre un quarto della popolazione italiana, cioè 15 milioni e mezzo di persone». Senza interventi fiscali che possano favorire una massiccia redistribuzione delle risorse – dopotutto, la ricchezza totale degli italiani al 2016 viene stimata in 9.973 miliardi di dollari –, investendo al contempo sui settori più dinamici e sostenibili come quelli forniti dalla green economy, è assai difficile che dalle percentuali Istat possa prima o poi sbucare qualche vero passo in avanti per quanto riguarda il lavoro in Italia.