Alla seconda metà del Duecento appartengono le prime due rappresentazioni conosciute di ”voli di streghe”, ambedue si trovano nel nord della Germania: una fa parte della decorazione esterna della Chiesa di Gelnhausen ( cittadina situata nel land dell’Assia), l’altra, qui raffigurata,  è un affresco (datato al 1280) del coro del Duomo di Schleswig (la cittadina si trova nella parte nord/orientale dello Schleswig-Holstein).  Le due streghe di Schleswig scoperte alla fine dell’Ottocento e restaurate nella prima metà del Novecento presentano particolari significativi che permettono di comprendere al meglio la storia della stregoneria: una, quella qui riportata è raffigurata su un gatto, coperta da una veste e da un lungo manto, nell’atto di suonare un corno. L’altra, invece, è nuda e coperta solo da un manto svolazzante, con i capelli mossi dal vento, anch’essa è a cavallo di una scopa. L’autenticità di queste due immagini è stata messa in dubbio, dal momento che i restauri furono eseguiti da personaggi implicati nella contraffazione di opere d’arte.

L’annuale incontro sulla Stregheria, promosso dal Paese delle donne nella Casa internazionale delle donne (Rm), è stato incentrato sull’antropologia e le tradizioni popolari, orali e scritte, di cui l’Italia d’oggi è ancora ricchissima, come da intervento di Marcella Delle Donne (docente di Sociologia e di Sociologia delle relazioni etniche all’Università “Sapienza” di Roma; Executive Committee dell’European Association for Refugees Research; Cittadinanza e Minoranze) sullo straordinario Camele, il Diavolo il Santo: l’origine magico-agreste di rituali religiosi nella comunità di Pontecorvo.

Pontecorvo è un comune della provincia di Frosinone che conta circa 14.000 abitanti e mantiene vivissimo, nell’oggi, il culto di Camele «che è un simbolo, un’identità, una trasposizione magica di condizioni antropologiche che caratterizzano la cultura delle compagini rurali.»

Le vessazioni di quella comunità «per secoli un’enclave dello Stato Pontificio, all’interno del Regno di Napoli, che aspirava ad annetterlo» hanno alimentato il senso d’ingiustizia, difesa delle radici,  isolamento, che «incrementa la dimensione magico-religiosa di miti, riti, credenze di una cultura orale permeata di credenze miracolistiche indotte dalla forte presenza delle istituzioni religiose.»

La cultura agricolo-popolare «legata alla produzione del tabacco, e la diffusa povertà, ignoranza, soggezione, sudditanza» hanno favorito «una cultura orale fondata sulla solidarietà e su un sentire comune che ha dato vita a miti e riti magico-agresti condivisi e convissuti» di tal forza che la Chiesa è riuscita a patinare di cristianesimo ma non a sradicare portati direttamente derivanti dall’animismo e dal politeismo; portati ancestrali sfociati, nella controriforma, in Camele, contadino povero, umile, devoto nella fede, ma ingenuo e credulone, che vive in uno spazio-tempo di presenze occulte, magiche, legate agli eventi naturali e alle credenze miracolistiche religiose.»

In breve, mentre lavora la terra, «Camele crede di vedere, al di là del fiume, un signore magnificamente addobbato che lo chiama e gli offre una borsa piena d’oro. Abbacinato dalla visione,  si getta nel fiume e sta per annegare quando, dall’alto dei cieli, vede comparire San Giovanni che lo porta in salvo.» Scampato al Diavolo tentatore, l’uomo si precipita dal parroco e la Curia fa erigere una chiesa sul luogo ritenuto miracoloso. Da quell’anno, ogni seconda domenica di maggio, parte dalla parrocchiale, diretta al fiume, una processione che porta a braccia la statua di San Giovanni Battista. La chiude un carro con i due fantocci di Camele il peccatore e del Diavolo destinati a essere, all’arrivo nella chiesa sul fiume, presi a sassate e lanciati nell’acqua. A ogni tappa dei sei chilometri di percorso, vengono gettate pietre nel fiume al grido “Via le peccata mea”. «La fase finale del rito di purificazione si esprima nella liturgia della Comunione».

Questo stato delle cose è perdurato, dal Seicento, fino a quando Marcella Delle Donne, antropologa, ha allestito a Pontecorvo il Museo della Cultura Agricola e Popolare e, nel cercare testimonianze e oggettistica collegata alla tradizione, è rimasta affascinata dal personaggio cui ha dedicato Camele, il Diavolo e il Santo. Uno sguardo antropologico svelando «la contraddizione tra una figura simbolica graziata da Dio attraverso il Battista e la condanna liturgica ecclesiale che accomuna Camele al Diavolo.» Il libro ha scatenato polemiche e strategie ecclesiastiche di diminuzione e demonizzazione di Camele abbinato al Diavolo e con lui gettato nel fiume, sfociate nella sostituzione di Camele-diavolo con San Giovanni Mele (nome di chiara derivazione), dotato di statua nella parrocchiale e introdotto nel rituale intitolato a San Giovanni Battista, patrono locale, e alla soppressione della processione che per un anno non ci fu.

La relatrice ha narrato l’imprevista e formidabile opposizione pontecorvese schierata contro una minoranza filo-clericale; vessato, Camele, il popolo, si ribella, difende il suo Camele e al grido “La tradizione non si tocca” costringe alla resa la Curia locale e i/le fedeli di Mele.

«In nome della propria identità, che nessuna politica ecclesiale e nessuna liturgia cristiana può scalfire, ecco l’anno successivo uscire la processione con San Giovanni e San Giovanni Mele» narra Marcella Delle Donne «ma ecco, in giro per il paese, il carro con i due fantocci che s’accoda, nessuno può fermarlo e si rinnovano i lanci dei sassi nel fiume e “l’annegamento” di Camele e del Diavolo.»

La scritta cubitale dietro al carro “Sono stato radiato; ora rieccomi di nuovo tra voi…” fuga qualsiasi altra interpretazione. Viene così di nuovo garantito, tramite il rito collettivo di purificazione, il raccolto, la prosperità, la coesione sociale.  «Non potendo ostacolare la furia popolare, la Curia locale pubblica un opuscolo che taccia l’antropologa di disciplina materialistica».

Nelle conclusioni, Marcella Delle Donne ha invitato alla presentazione del suo ultimo libro Donne donne eterni dei, edito da Manni «raccolta in versi di storie al femminile» (8 giugno, h. 17,30, Via della Dogana Vecchia, 5).

All’elemento espiativo e beneaugurante che dagli antichi orizzonti magico-religiosi d’Europa e d’Asia è stato assunto e rielaborato dal cristianesimo, ha parlato chi scrive, in merito alle leggende dei Ponti del Diavolo: manufatti tardo-romani o medievali che scavalcano arditamente baratri e fiumi, assegnati al demoniaco dalla perdita della tecnica costruttiva, dalla mancanza di pietre inserite “a croce”.

Nelle loro leggende, l’antico rito edilizio con sacrificio umano o sostitutivo (cani, gatti, camosci, ecc.); pratica percepita come necessaria all’integrità della costruzione, sempre di grande utilità pubblica, in epoche in cui qualsiasi artefatto violava l’integrità della natura, sacralizzata, e occorreva una vittima per compensare il sacrilegio (Anita Sepilli, Sacralità dell’acqua e sacrilegio dei ponti, Sellerio, 1977).

Le vittime del rito edilizio superavano la dimensione del capro espiatorio, che assumeva su di sé i mali  e le colpe, per mutarsi in benefici genius loci. Non un generico culto dei morti ma quello degli antenati, i morti appartenenti a una determinata famiglia/comunità che, per la sua salvezza, tutelano in eterno e non si vendicano, evitando il crollo.

La prima fonte del rito edilizio è la Bibbia (Giosuè, VI,I/26; Re, 16/24) con la maledizione di Giosuè sulla ricostruzione di Gerico e il sacrificio di Abiram e Segub (figli di Khel da Bethel che la rifonda);  numerosi gli esempi nei Classici e in altre tradizioni letterarie. Molti gli esempi europei anche in tempi di avviata cristianizzazione.

Il rito sopravvive in forme succedanee, spesso non riconosciute tali: es. “misurazione dell’ombra” (seppellire una fune lunga come un bambino); “lancio di sassi sull’ombra di chi passa durante la gettata delle fondamenta” (se ne prevede la morte entro l’anno); seppellimento sotto la “prima pietra” o una “soglia” di animali, oggetti, figure sacre, foglietti con benedizioni. Mason testimonia un  sacrificio umano per rito edilizio in Indocina nel 1750.

Vittime privilegiate del rito edilizio furono le donne, specie se incinte o puerpere, d’acclarata fertilità, sacrificando così, con la loro prolificità, il bene più prezioso delle società agro-pastorali.

Nel ciclo poetico arcaico (greco) sul Ponte d’Arta tre sorelle muoiono nelle fondamenta di un ponte, di un monastero e di una chiesa.

Nelle versioni macedo-romene sulla costruzione dei ponti, la vittima-madre chiede di lasciarle libero il seno per allattare in rimando al mito di Tegea in cui il figlio di Ares succhia il latte da Erope, morta di parto. Lo stesso mito è matrice delle fontane del latte che sgorgano dal terreno o da costruzioni. Vittima ricorrente, è la moglie del capomastro o un del suo fratello più giovane, per il prestigio di un mestiere che, come quello del fabbro, essendo essenziale è carico di sacralità.

La poetica romeno-bulgara invoca Maestro Manole nei riti nuziali e nella costruzione di ponti e di monasteri, eroe di cui basta pronunciare il nome per edificare con certezza di durata (Caraman).

Altre vittime del rito edilizio sono i guerrieri: la Grecia li seppelliva sotto le mura delle città; così sacrificavano gli Etruschi e allo stesso simbolico appartiene il fratricidio di Romolo esaltato dal tema del “doppio”, del gemello. Roma vietò il sacrificio umano e poiché da sempre maschere e fantocci sostituiscono le persone, sussitono numerose interpretazioni del lancio da Ponte Sublicio di ventisette fantocci di giunco, precedentemente caricati di maledizioni, effettuato dalla Flaminica in presenza di ventisette vestali e delle massime autorità civili e religiose. Il numero 27 è collegabile sia alla durata del mese lunare che ai cicli mestruali.

La presenza, vicino ai ponti con leggende demoniache, di coppelle e canalette di probabile utilizzo arcaico rituale (es. il Ponte di Lanzo), di massi erratici o di strana forma, avvalorò l’idea della presenza e della furia dell’infernale costruttore quando si scoprì beffato da una donna o da un contadino o da un santo (i tre tipi di antagonisti, ritenuti di astuzia superiore).

L’agiografia di alcuni santi di largo culto altomendievale (es. Martino, cui è intitolato Pont-Saint-Martin) pullula di Diavoli costruttori sistematicamente gabbati con il pagamento, in cambio di un lavoro durissimo, di un animale (gatto, cane, camoscio, ecc.) invece che di un’anima cristiana..

La figura del povero diavolo, stupido e credulone evolse tra il IX e il XII secolo attraverso i Misteri, le Canzoni di gesta e le Commedie d’arte e fu metafora d’eresia descritta come donnetta povera, stupida e credulona. Ridicolizzazione e condanna dei pensieri eterodossi colpirono in primis le donne che, nelle Prediche specificatamente loro rivolte dai primi Inquisitori (XII-XIII s.) erano accusate di essere  credulone, stupide e ignoranti. Non si tenevano in nessun conto i saperi trasmessi per via femminile in tutti gli ambiti della vita quotidiana, della salute, dell’alimentazione, della fertilità e della cura.

Nella quindicina di Leggende del Ponte del Diavolo (italiane), ci sono delle unicità: quella di Lanzo presenta il “volo demoniaco” e crea due vittime-fantasmi; quella di Torcello ha una strega” messa a morte prima che possa consegnare sette bambini al Diavolo che ancora li aspetta.

Herbarie e fattucchiere, donne ribelli. La strega come stereotipo di genere, nell’antichità e nell’oggi, è il titolo del contributo di Monica Di Bernardo (insegnante e saggista), che dopo aver ricordato le difficoltà dell’insegnare storia di genere nelle scuole, dov’è molto ostacolata e dove i libri di testo non ne rimandano il portato, ha sottolineato «il gran bisogno di un percorso d’educazione all’affettività, ma la proposta di legge in merito è bloccata in Parlamento».

Di Bernardo e alcune colleghe della sua scuola media romana, priva di nome (loro propongono Artemisia Gentileschi), ha avviato il progetto Ipazia e le altre cattive ragazze «inerente le figure femminili nei libri di storia, in collegamento a Toponomastica Femminile; il progetto ci ha permesso di attraversare anche il fenomeno della caccia alle streghe».

Divisi in gruppi di lavoro, dopo una lezione frontale. introduttiva sul tema e sul come affrontare lo studio della storia e le sue fonti, ragazzi e ragazze si sono appassionat* e coinvolt* in una ricerca che ha riguardato anche il linguaggio. «Ancora oggi il termine “strega” è utilizzato come insulto. Nei manuali scolastici non c’è nulla in merito tranne qualche paragrafo sulla vicenda di Giovanna d’Arco».  Molte, da parte sua, le citazioni di Autrici e di testi più o meno celebri, a tema.

In esame, due noti processi a “guaritrici”: Benvenuta Benincasa detta Mangialoca, “domina” sessantenne di buona condizione sociale e culturale anche se analfabeta, condannata dal Tribunale ecclesiastico presieduto da fra Tommaso da Camerino dell’ordine dei Predicatori, a “penitenze spirituali, a indossare la veste con due croci gialle e una mitria, di irrisione e di ignominia, da portare fino al completamento della sua abiura” (Modena, 1370); Caterina Ross detta Regaida III, figlia e nipote di “streghe”, condannata trentaduenne al rogo dal Tribunale civile (Poschiavo, 1697), dopo essersi in precedente processo salvata perché dodicenne.

«Diversi i due processi per il tipo di Tribunale, per l’atteggiamento delle accusate (Regaida III negò sempre) e per i termini cronologici: il primo avvenne a poco più di un secolo dalla nascita dell’Inquisizione e agli albori della grande caccia; il secondo quando la persecuzione sembra diradarsi e crescono i dubbi sulla colpevolezza delle imputate. L’esame dei testi, su una griglia ben strutturata, ha evidenziato due figure di donne molto diverse ma egualmente “fuori dagli stereotipi” e dai ruoli tradizionali di moglie e madre proposti dalla società».

In ultimo, Di Bernardo ha parlato del futuro; in calendario una mostra e nuove ricerche poiché «il lavoro sulle fonti prosegue nel tentativo di ridare “voce” alle donne accusate di stregoneria e di cui sa solo ciò che trascrivono i loro accusatori. I documenti storici tramandano la contabilità del palazzo, i verbali dei processi, ma “per il dolore, la felicità e l’amore non ci sono segni. E questo mi sembra di rara infelicità” (Christa Wolf)».

In programma, anche la presentazione di Femmina Strega (Nuovi Equilibri), romanzo di Mario Boffo su un processo di stregoneria giocato dall’Autore sul filo della verità storica e della fantasia. Ambientato in Campania, è un’opera intrigante di cui non è stato svelato il finale. Di prossima uscita la seconda edizione con nuova copertina, inquadramento storico e postfazione (a breve, la recensione)

 


 

Riportiamo integralmente il materiale stampato  sul giornale cartaceo Il Paese delle donne. Un numero monografico sulla STRGHERIA 

Camele il Diavolo il Santo: origine magico-agreste di rituali religiosi nella comunità di Pontecorvo.    

 di Marcella Delle Donne

 Camele è un simbolo, un’identità, una trasposizione magica di condizioni antropologiche che caratterizzano la cultura delle compagini rurali.

Pontecorvo ha una sua peculiarità storico-politica. Il territorio in cui ricade è stato per secoli un’enclave dello Stato Pontificio, all’interno del Regno di Napoli, che aspirava ad annetterlo. Ciò ha indotto negli abitanti la percezione di essere un’isola circondata da nemici, e ha accentuato la dimensione magico-religiosa di miti, riti, credenze di una cultura orale permeata di credenze miracolistiche indotte dalla forte presenza delle istituzioni religiose.

Per secoli, Pontecorvo ha praticato una cultura agricolo-popolare legata alla produzione del tabacco e alla presenza di una popolazione contadina soggetta ai padroni, a cominciare dagli emissari dello Stato Pontificio, che esercitavano sui contadini un controllo vessatorio, mantenendo la popolazione in uno stato di povertà, ignoranza, soggezione, sudditanza. Le condizioni materiali di privazione hanno, però, favorito il fiorire di una cultura orale fondata sulla solidarietà e su un sentire comune che ha dato vita a miti e riti magico-agresti condivisi e convissuti.

Nel periodo della Riforma e delle eresie, la Chiesa Cattolica è intervenuta nella cultura popolare, trasformando miti e riti in credenze e rituali religiosi, senza riuscire però a sradicare l’origine agreste, pagana, animistica dei miti e rituali della cultura contadina. Camele incarna il contadino povero, umile, devoto nella fede, ma ingenuo e “credulone”. Vive in uno spazio-tempo di presenze occulte, magiche, legate agli eventi naturali e alle credenze miracolistiche religiose, ed ecco la sua storia.

Un giorno, mentre lavora la terra vicino al fiume Liri, Camele crede di vedere, al di là del fiume, un signore magnificamente addobbato che lo chiama e gli offre una borsa piena d’oro. Abbacinato dalla visione, Camele si getta nel fiume e sta per annegare quando, dall’alto dei cieli, in un’aureola di luce, vede comparire San Giovanni che lo porta in salvo.

Camele comprende che il signore con la borsa d’oro non era altri che il Diavolo che lo tentava per per trascinarlo con sé; suggestionato dall’evento, si precipita dal curato a raccontare l’accaduto. La Curia fa erigere una chiesa sul luogo ritenuto miracoloso.

D’allora, dal XVII secolo, ogni anno, nella seconda domenica di maggio, tutta la popolazione, in  pellegrinaggio, si porta in processione sul luogo del “miracolo”, al seguito di un carro dove sono collocati due fantocci: Camele e il Diavolo, mentre è portata a braccia la statua di San Giovanni. Il tragitto costeggia il fiume per 6 km. Nelle previste tappe del percorso, i fedeli gettano pietre nel fiume al grido: “Via le peccata mea”. Si tratta di un rituale di purificazione che culmina con il lancio nel fiume dei due fantocci di Camele, il peccatore e del Diavolo, la subdola tentazione. L’ultima fase della purificazione si esprime nella liturgia della Comunione.

In questo contesto culturale si è calata un’antropologa (ndr. Marcella Delle Donne) con il compito di allestire il Museo della Cultura Agricola e Popolare di Pontecorvo. Nel condurre la ricerca attraverso le testimonianze dei vecchi contadini, la raccolta di oggetti delle pratiche quotidiane e delle pratiche magico-agresti, la partecipazione ai riti religiosi e popolari, si imbatte nella figura di Camele.

A questo punto approfondisce la figura simbolica quale si esprime nella cultura agricolo-popolare dei contadini pontecorvesi e nella trasposizione religiosa che ne ha fatto la Chiesa Cattolica.

Dall’analisi emerge un vulnus, che la spinge a evidenziare, nel volume Camele, il Diavolo e il Santo. Uno sguardo antropologico, la contraddizione tra la figura simbolica di Camele, graziato da Dio, attraverso la salvazione di San Giovanni e la condanna fatta propria dalla liturgia ecclesiale che accomuna Camele al Diavolo. L’uscita e la diffusione del volume tra la popolazione di Pontecorvo evidenzia la contraddizione della Chiesa che si affretta a porre in essere una strategia per eliminarla.

Aver condiviso credenze e rituali della tradizione popolare sulla figura di Camele, gettato nel fiume insieme al demonio, e quindi degno dell’Inferno, porta la Curia pontecorvese a sostituire la figura di Camele, il “credulone”, con quella del personaggio miracolato di Giovanni Mele (il nome del contadino che ha avuto la visione). Così, l’anno successivo, nella festa di San Giovanni Battista, viene annullato il rituale tradizionale. Camele si trasforma nella figura di Giovanni Mele, al quale viene eretta una statua con sembianze di un giovane dall’aspetto di seminarista, portato in processione e poi depositato nella Chiesa che sorge vicino al Miracolo della Salvazione, per essere oggetto di devozione.

A questo punto emerge con tutta la sua forza l’identità culturale pontecorvese, e si impone in primo piano l’origine autenticamente contadina del rituale di Camele e il Diavolo.

Di fatto, entrambi rappresentano l’identità e l’appartenenza della comunità contadina pontecorvese.

Nella tradizione magico-agreste, Camele e il Diavolo sono i simboli dell’inverno, della carestia, degli eventi naturali e avversi, della fragilità e caducità umana, dell’ignoranza e dell’incapacità del contadino che in quanto tale non riesce a riscattarsi dalla sua condizione.

Il rituale si svolge nella seconda domenica di maggio, quando inizia per la natura un nuovo percorso, quello della fioritura che porterà ai frutti e al raccolto; una stagione che salva e sana dai mali dell’inverno e consente di rinsaldare i vincoli del gruppo con le feste campestri.

Camele è l’identità e lo spirito della comunità pontecorvese. Non può essere cancellato.

Gli abitanti di Pontecorvo formano un comitato spontaneo al grido “La tradizione non si tocca”.

Questa presa di coscienza evidenzia la natura pagana e l’origine dei miti agresti della cultura contadina che esiste prima che la Chiesa se ne appropriasse, trasformandola in liturgia ecclesiale.

Il fermento popolare per ridare voce e vita alla propria identità si manifesta nel pellegrinaggio dell’anno successivo. A fianco della statua di Camele, santificato dalla Chiesa che ne fa oggetto di devozione, vengono trasportati su un carro, che fa il giro delle vie del paese, i due fantocci di Camele e del Diavolo, buttati nel fiume al termine del pellegrinaggio, mentre i giovani gettano sassi contro i fantocci. Un cartello dietro il carro porta la scritta, a caratteri cubitali: sono stato radiato; ora rieccomi di nuovo tra voi… a furor di popolo.

La Curia locale pubblica un opuscolo in cui l’antropologia viene tacciata di disciplina materialistica.

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Il diavolo gabbato, costruttore di ponti di Maria Paola Fiorensoli

 

I Ponti del Diavolo scavalcano con una sola ardititssima  arcata, baratri, gore o fiumi tumultuosi.

L’arditezza dell’opera a fronte della perdita della tecnica costruttiva romana, dell’assenza di pietre inserite a croce, dello sgomento che per gli antichi era sacrilegio da sanare con vite umane se si violava “la natura”, li fecero assegnare al Diavolo. La vicinanza di coppelle e canalette protostoriche (es. il Ponte di Lanzo, Piemonte), e di massi erratici, avvalorò la presenza e la furia demoniaca.

Il tema, inserito in saghe amorose, o di fuga da violenze, è sovente agiografico specie per alcuni santi (es. Martino, Antonio, Benedetto) antagonisti “europei” del Demonio.

Fondamentale nel discorso è l’evoluzione della figura demoniaca attraverso i Misteri, le Canzoni di gesta e le Commedie d’arte che tra il IX e il XII secolo producono il povero diavolo stupido e credulone da cui si ottengono opere straordinarie in cambio di anime cristiane sempre sostituite da animali (tutti antiche ipostasi di divinità); metafora anche dell’eresia, grande antagonista della Chiesa del tempo, descritta come “donnetta povera, stupida e credulona” sia nell’arte ecclesiastica che dai pulpiti e nelle Prediche alle Donne preparatorie e contemporanee la prima Inquisizione (XIII s.).

Leggenda tipica è quella di Pont Saint Martin in cui Martino, di passaggio nel paese isolato da un temporale, stende un contratto diabolico (elemento ricorrente e parafrasi di quello stipulato nel sabba o nella vendita dell’anima), ma consegnerà un cane lanciato di corsa sul ponte dietro un pezzo di pane.

La tradizione culturale e letteraria, europea e asiatica, dei Ponti del Diavolo radica nel sacrificio umano edilizio in cui la vittima, diversamente dal capro espiatorio che assume tutti i mali, diventa un    antenato benefico (genius loci), salvando la collettività dalla sua vendetta e il manufatto dal crollo.

La pratica, testimoniata ancora da Mason (1750, Indocina), ha infiniti sostitutivi; es. le “misurazioni dell’ombra” e il “lancio di sassi sulle ombre” come augurio di morte; il sotterramento di animali, denari, gioielli, scritti dedicatori sotto “la prima pietra” di edifici civili e religiosi.

La nota poesia sul Ponte di Londra prevede la mimica di un ragazzo “prigioniero” sotto un “ponte di braccia”. Un bambino speciale, salvato da Nennio dal sacrificio edilizio druidico è Ambrosio, che nella Historia Regum Britannieae di Goffredo di Monmouth compare nella vita di Mago Merlino.

La Grecia antica seppelliva un guerriero sotto le mura delle città; così sacrificavano gli Etruschi e allo stesso simbolico appartiene il fratricidio di Romolo, con esaltazione rituale del “doppio”, un gemello.

Un intero ciclo arcaico greco sul Ponte d’Arta propone la vittimizzazione di tre sorelle per costruire un ponte, un monastero e una chiesa. In una sua versione macedo-romena, c’è la richiesta della vittima-madre di lasciarle libero il seno per allattare; rimando diretto al mito macedone di Tegea in cui il figlio di Ares succhia il latte dalla madre Erope, morta di parto, matrice di tutte le fontane del latte collegate a fabbriche e vicende umane.

Il valore sacrificale della vittima-madre aumenta per la potenzialità riproduttiva. Es. nella leggenda di Scutari il padre defunto di tre fratelli costruttori indica come vittima la fidanzata del più giovane e lei accettando (elemento costante della vittimizzazione anche se fatta con l’inganno), chiede di lasciarle fuori un occhio per vedere il suo bambino, una mano per accarezzarlo e un seno per allattarlo.

Nella poetica romeno-bulgara Maestro Manole è invocato nei riti nuziali e nella costruzione di ponti e monasteri; eroe di cui basta pronunciare il nome per edificare con certezza di durata (Caraman).

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Herbarie e fattucchiere, donne ribelli. La strega come stereotipo di genere – di Monica Di Bernardo

 

Parlare di stereotipi di genere nella scuola è diventato complicato, soprattutto a causa delle continue crociate antigender di alcune associazioni di genitori, tuttavia si sente l’esigenza di affrontare questi temi, soprattutto tra adolescenti, come ci sarebbe gran bisogno di un percorso d’educazione all’affettività, ma la proposta di legge in merito è ancora bloccata in Parlamento.

Per questi motivi, insieme a un gruppo di colleghe, abbiamo coinvolto due classi medie sul progetto Ipazia e le altre cattive ragazze che ci ha permesso di attraversare anche il fenomeno della caccia alle streghe. Dopo una lezione frontale, per introdurre il tema e parlare degli strumenti di ricerca utili allo studio della storia, le due classi, divise in gruppi di lavoro, hanno affrontato un primo laboratorio dedicato al concetto di stereotipi di genere esistenti nel passato e nell’oggi ed avviato una ricerca sulle figure femminili nei libri di storia in collegamento a Toponomastica Femminile. Ci si è soffermati sulla figura della strega partendo dal presupposto che il termine à ancora utilizzato come insulto verso le donne e dalla considerazione che su questo tema (controverso e assai discusso anche tra studios*), permane per lo più il silenzio nei manuali scolastici, fatta eccezione per un breve paragrafo sulla vicenda di Giovanna d’Arco. Le due classi si sono appassionate a una ricerca che prevedeva anche una metodologia di lavoro nuova, coinvolgente e motivante. In particolare, sono stati esaminati i processi a due “guaritrici”: Benvenuta Benincasa detta Mangialoca, “domina” sessantenne di buona condizione sociale, anche se analfabeta, condannata dal Tribunale ecclesiastico presieduto da frate Tommaso da Camerino dell’ordine dei Predicatori, a “penitenze spirituali, a indossare la veste con due croci gialle e una mitria, di irrisione e di ignominia, da portare fino al completamento della sua abiura” (Modena, 1370); Caterina Ross detta Regaida III, figlia e nipote di “streghe”, condannata trentaduenne al rogo dal Tribunale civile (Poschiavo, 1697), dopo essersi in precedente processo salvata perché dodicenne.

Due processi quindi molto diversi anche in termini cronologici: il primo, agli albori della grande caccia, l’altro quando le persecuzioni sembrano diradarsi e crescono i dubbi sulla colpevolezza delle imputate. L’esame dei testi, su una griglia ben strutturata, e le riflessioni dei gruppi di lavoro hanno tratteggiato due figure di donne molto diverse ma egualmente “fuori dagli stereotipi” e dai ruoli tradizionali di moglie e madre proposti dalla società. Il lavoro sulle fonti è proseguito nel tentativo di ridare “voce” alle donne accusate di stregoneria e di cui sa solo ciò che  trascrivono i loro accusatori.

I documenti storici tramandano la contabilità del palazzo, i verbali dei processi, ma “per il dolore, la felicità e l’amore non ci sono segni. E questo mi sembra di rara infelicità” (Christa Wolf).

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          FEMMINA STREGA (seconda edizione, Nuovi Equilibri, 2017) – di Mario Boffo

 

Nascosta in un ovile, Caterina, bimba, assiste al rogo della madre, condannata come strega. La Zi’ Carmela, cugina della mamma e strega anch’essa, la salva e la conduce sui monti, dove Caterina cresce e apprende “le cose”: le piante, i mali da curare, le pozioni, i gesti, le nenie… Prossima alla morte, la Zi’ Carmela consegna alla giovane un corno che reca incisi i nomi di tre misteriosi numi: Senoi, Sansenoi, Samangelof. Caterina si consacra al corno e ai numi alla luce della luna, in un’unione misteriosa e mistica che mai più si sarebbe sciolta. Un giorno viene chiamata in città. Donna Eleonora, la castellana del villaggio è affetta da un male oscuro che solo Caterina, con le sue arti, potrà sconfiggere. Caterina esita, ma va, guarisce la nobile paziente e viene trattenuta al castello, nelle cucine. Il marito di Eleonora, però, Don Ferrante, una notte cerca di possederla. Caterina afferra allora il corno, glielo punta contro e, urlando i nomi dei suoi numi, lo riduce a un’impotenza fisica e mentale da cui mai più si riprenderà. Caterina è arrestata e finisce inquisita da Norberto Canosa, freddo ed efficace persecutore del diavolo, cui non crede ma cui si riferisce per giustificare carriera e prestigio sociale. Al cospetto di Caterina, tuttavia, egli viene dominato dalla forza spirituale e dalla parossistica femminilità della donna. Caterina riesce a evadere aiutata dall’amica Teresa, sua seguace, amante e apprendista. Le due, però, ancora ricercate da Norberto, vengono successivamente arrestate in quel di Benevento, luoghi che avevano intanto raggiunto. Anche questa volta, tuttavia, l’inquisitore resta confuso e soggiogato dalla personalità della giovane, tanto da impazzirne ed esser condotto via a rifugiarsi in un convento. Caterina è comunque condannata al rogo. Ma Teresa, Eleonora e le altre adepte non si rassegnano. Molte cose sono successe in quei mesi e in quei giorni… il passaggio di una cometa, un calore strano per la stagione… e poi… “e cane camminano stuorte…”

 

“Speciale Stregheria”, supp. a “Il Foglio de il Paese delle donne”, XXX, 23.4. 2017, n. 1; a cura di I. Iorno; Dir. Resp. Marina Pivetta; Ag. Il paese delle donne, Registraz. Trib. di RM, n°. 571 del 13111987, Issn 1594785830RM, in proprio. P. I. Spa, Sped. Abb. Postale DL353/2003, Conv. IN L 27/02/2004 n° 46. Art. 1, Comma 1DCB RM; C.F. 96096050586; s. l.: Via della Lungara 19-00165 RM.