Marzia Manca è una Operatrice Socio Sanitaria e lavora nell’ospedale di Cagliari. Le ho chiesto di raccontarci la sua esperienza, umana e professionale, nei giorni del Covid-19.

Come ti sei approcciata ai malati di Covid?

Come operatrice socio sanitaria e, prima di tutto, come essere umano, ho sentito un grande stravolgimento nella mia vita… mi son sentita come “in barca”, su un vascello in preda alle onde di un mare in tempesta. La terra sotto i piedi è stata smossa, non c’è più, mi sento sballottata come da ondate di eventi che incessantemente mutano. Immagino sia una sensazione che un po’ tutte e tutti abbiamo vissuto dentro e fuori dall’ospedale. “Ora siamo come dentro un sogno, – ho detto più volte a chi è ricoverato – inizia e finisce. Ora è il tempo per prenderci cura di noi stessi”. Poi il vuoto incolmabile dei parenti, l’assenza di quella “boccata d’ossigeno”, “respiro”, accompagnamento di chi è ricoverato, specie negli istanti più delicati al limite tra la vita e la morte, mi ha colpito profondamente. Ha inciso fortemente sulla mia vita. Vedere “esseri in tuta bianca” che entrano ed escono dalla stanza, senza poterli guardare direttamente negli occhi, senza poterli vedere in viso, l’ho sempre sentito come impatto traumatico, all’inizio, soprattutto per chi è ricoverato. Poi credo, e spero, che subentri una sorta di abitudine e anestetizzazione al nuovo quotidiano, insieme al riuscire, forse, a intuire “sorrisi” dal tono di voce e dai modi di fare di chi entra che, nei limiti della stanchezza e dei movimenti possibili con la tuta, ho cercato di offrire.

Prova a descrivere la Zona Rossa dell’ospedale in cui operi.

La zona rossa, quella dov’è ricoverato chi è risultato positivo al Covid, è un luogo “altro”, “a parte”. Per entrare mi son vestita, appunto, come per andare sulla Luna per poi trovarmi di fronte altri esseri umani che, come tutte e tutti noi, hanno solo bisogno di attenzione. Dentro le stanze di degenza, paradossalmente, ho sempre percepito tutto più tranquillo. È tutta la cornice attorno che mi ha inquietato: fiumi di soluzioni di acqua e varechina da preparare per decontaminare le superfici, un odore “intossicante”, dentro le tute, dopo ore e ore di sauna.

Come ti senti adesso?

Ora la paura di morire, dopo mesi dai primi ricoveri, quando leggevo freneticamente articoli con nomi di colleghe e colleghi che avevano perso la vita, non c’è più. Sto meglio e ringrazio di aver potuto vivere un’esperienza così intensa con chi è stato direttamente coinvolto. Un mio amico è morto. Covid ci sta mettendo a durissima e dolentissima prova. In questa situazione c’è chi ha trovato il lavoro e c’è chi l’ha perso. Credo che la solidarietà umana sia una delle chiavi di svolta vitali! Io mi auguro che ciascuno di noi trovi il tempo per scoprire un rapporto nuovo e vero con sé stesso e con l’intima essenza della vita che, se a tratti non sentiamo, ora più che mai possiamo concederci di “chiamare”!