SIPer la prima volta Amnesty International ha ricostruito, in collaborazione con un team di specialisti di Architettura forense e grazie alle testimonianze raccolte da 65 sopravvissuti, un tour virtuale nel carcere militare di Saydnaya alla periferia di Damasco.

Da questi racconti emergono le agghiaccianti e inumane condizioni in cui vivono i detenuti, la maggior parte dei quali racconta di aver assistito alla morte di compagni di prigionia e alcuni di essere stati tenuti in celle insieme a cadaveri.

La tortura a Saydnaya pare far parte di un tentativo sistematico di degradare, punire e umiliare i prigionieri. Secondo i sopravvissuti, a Saydnaya picchiare a morte i detenuti è la norma. Inizialmente, i prigionieri di Saydnaya vengono tenuti per alcune settimane in celle sotterranee, dove d’inverno si gela, senza nulla per coprirsi. In seguito vengono portati nelle sezioni ai livelli superiori. Per non morire di fame, si nutrono con bucce d’arancia e noccioli di olive. Non possono parlare né rivolgere lo sguardo alle guardie, che regolarmente li scherniscono e li umiliano solo per il gusto di farlo. Molti detenuti hanno sviluppato gravi problemi di salute mentale a causa del sovraffollamento e della mancanza di luce solare.

La maggior parte dei sopravvissuti ha raccontato ad Amnesty International che le torture iniziano al momento stesso dell’arresto e durante il trasferimento nei luoghi di detenzione.

Qui, all’arrivo, i detenuti sono sottoposti al cosiddetto haflet al-istiqbal (“festa di benvenuto”: duri pestaggi, spesso con spranghe di silicone o di metallo e cavi elettrici).

“Ci trattavano come bestie. Volevano raggiungere il massimo dell’inumanità. Ho visto sangue scorrere a fiumi. Non avrei mai immaginato che l’umanità potesse toccare livelli così bassi. Non si facevano alcun problema a uccidere persone a casaccio” – ha raccontato Samer, un avvocato arrestato nei pressi di Hama.

Alla “festa di benvenuto”, spesso seguono i “controlli di sicurezza” durante i quali le donne vengono sottoposte ad aggressioni sessuali e a stupri da parte di personale di sesso maschile.

All’interno dei centri di detenzione dei servizi di sicurezza, i detenuti subiscono costanti torture, durante gli interrogatori per ottenere “confessioni” o altre informazioni, oppure semplicemente come punizione.

I metodi di tortura descritti dagli ex detenuti comprendono il dulab (“pneumatico”: il corpo della vittima viene contorto fino a farlo entrare in uno pneumatico) e la falaqa (“bastonatura”, pestaggi sulle piante dei piedi), ma anche le scariche elettriche, lo stupro, l’estirpazione delle unghie delle mani o dei piedi, le ustioni con acqua bollente e le bruciature con sigarette.

Ali, detenuto presso la sede dei servizi di sicurezza militari di Homs, ha raccontato di essere stato sottoposto alla tortura dello shabeh (“impiccato”: il detenuto viene tenuto appeso per i polsi, coi piedi nel vuoto, e picchiato ripetutamente per parecchie ore).

La combinazione tra sovraffollamento, mancanza di cibo e di cure mediche e insufficienza di servizi igienico-sanitari costituisce un trattamento crudele, inumano e degradante, vietato dal diritto internazionale.

Le celle, hanno raccontato gli ex detenuti, erano così sovraffollate da rendere necessario fare i turni per dormire o, in alternativa, dormire rannicchiati.

“Era come stare in una stanza di morti. Cercavano di farci fare quella fine” – ha raccontato un altro ex detenuto, Jalal.

“Ziad” (il nome è stato cambiato per proteggere la sua identità) ha denunciato che un giorno, nella sezione 235 dei servizi di sicurezza militari di Damasco, l’impianto di aerazione si è rotto e sette detenuti sono morti soffocati. “Ci prendevano a calci per vedere chi era morto e chi no. Ad alcuni di noi hanno ordinato di alzarci in piedi. In quel momento mi sono reso conto che c’erano sette morti, che avevo dormito accanto a sette cadaveri. Poi nel corridoio ho visto gli altri, circa 25 cadaveri”.

Gli ex detenuti hanno raccontato che l’accesso al cibo, all’acqua e ai servizi igienico-sanitari viene spesso limitato. La maggior parte di loro ha riferito di non aver mai potuto lavarsi adeguatamente. In questo ambiente, scabbia, pidocchi e altre infezioni proliferano. Poiché alla maggior parte dei detenuti vengono negate cure mediche adeguate, in molti casi i detenuti ricorrono a medicamenti rudimentali, ciò che ha contribuito al drammatico aumento dei decessi in carcere dal 2011.

In generale, i detenuti non hanno contatti con medici, familiari o avvocati: una condizione che in molti casi equivale a una sparizione forzata.

“Saydnaya è la fine della vita – la fine dell’umanità.” – “Abu Muhammed”, ex guardia di Saydnaya

Gli omicidi, le torture, le sparizioni forzate e i massacri – che avvengono a Saydnaya dal 2011-  sono perpetrati dalle autorità siriane come parte di un attacco sistematico contro la popolazione civile.

Le violazioni registrate a Saydnaya costituiscono crimini contro l’umanità e devono essere perseguiti.

Il governo siriano deve lasciar entrare osservatori indipendenti per indagare nei brutali centri di detenzione della Siria.

 

Invia ora una e-mail e chiedi alla Russia e agli Stati Uniti di usare la loro influenza globale per assicurare che osservatori indipendenti siano autorizzati ad avviare indagini sulle condizioni nelle carceri della tortura in Siria.

 

Gentili governi statunitense e russo,

vi scrivo per portare alla vostra attenzione il rapporto di Amnesty International che documenta le uccisioni di massa attraverso esecuzioni extragiudiziali nella prigione militare di Saydnaya (“Saydnaya”) e lo sterminio tramite tortura e trattamenti disumani nelle strutture di detenzione gestite dal governo in  tutta la Siria.

Fin dal 2011, migliaia di persone sono state impiccate in massa in maniera extragiudiziale, di notte e nella massima segretezza. Molti altri detenuti a Saydnaya sono stati uccisi dopo essere stati ripetutamente torturati e sistematicamente privati di cibo, acqua, medicine e assistenza medica.

L’uccisione, la tortura, le sparizioni forzate e lo sterminio effettuati  a Saydnaya fin dal 2011 sono stati perpetrati  come parte di un ampio e sistematico attacco contro la popolazione civile, effettuato dalla polizia di stato. Ciò rappresenta un crimine contro l’umanità.  Vi chiedo di usare la vostra influenza  per assicurare immediatamente che a osservatori indipendenti sia permesso di entrare ed effettuare indagini sulle condizioni  all’interno di tutte le strutture di detenzione gestite dalle autorità siriane. Vi sollecito anche a fare qualsiasi cosa in vostro potere per assicurare che le autorità siriane  forniscano informazioni sulle sorti, lo status legale e la posizione di tutti gli individui in loro custodia. Cordiali saluti