“Sguardi incrociati di donne in lotta. Cammini verso un femminismo senza frontiere” era il titolo di un incontro internazionale di donne, organizzato a Parigi dal 16 al 18 novembre scorso dal Collectif Féministes Pour l’Egalité *, senza precedenti per il carattere e la qualità dei suoi interventi.Facente attivamente parte di un movimento femminista internazionale come la Marcia Mondiale delle Donne, avevo già avuto in passato molte occasioni di incontro/dibattito con donne che lottano per i loro diritti in tutto il mondo. Ma questo colloquio, di carattere più politico-teorico, mi ha fornito gli strumenti per ancora ampliare e approfondire la mia comprensione della {{complessità delle poste in gioco, più o meno dissimulate sotto il titolo “questione delle donne”.}}

L’incontro è partito da un (ri)conoscimento comune del {{carattere universale delle discriminazioni e delle violenze contro le donne}} che variano solamente secondo le fasi storiche e i rapporti di forza che le donne riescono ad imporre. Fasi storiche che, dal punto di vista delle donne, non corrispondono necessariamente con la periodizzazione lineare, progressiva e eurocentrica alla quale ci hanno abituato.

D’acchito, introducendo l’insieme del colloquio, la prima invitata, la maliana {{Aminata Traoré,}} ha posto delle questioni scottanti di attualità, che richiedono una messa a punto del discorso femminista, all’altezza degli interessi politici in gioco in un mondo globalizzato, militarizzato e ecologicamente esausto. Innanzitutto la questione dell’{{utilizzo della difesa dei diritti delle donne}}, ormai generalizzato a varie latitudini, per coprire politiche di spoliazione, di sfruttamento e di dominio – arrivando fino all’occupazione militare – di regioni strategiche collocate nel mondo intero. Il discorso delle potenze militari occidentali che hanno invaso l’Afganistan sotto il pretesto della difesa dell’integrità fisica delle donne afgane è inaccettabile. E’ stato ripreso in più occasioni sotto forme similari in altri contesti. E’ spesso la “minaccia islamica” ad essere usata per giustificare un intervento imperialista – nello stesso modo in cui il pericolo artificiosamente personificato negli immigrati nelle “nostre” metropoli viene brandito per imporre politiche securitarie nel vecchio continente. Ultimo esempio di queste mistificazioni è la minaccia d’intervento di truppe straniere nel Nord del Mali – che sarà deliberato nei prossimi giorni dal Consiglio di Sicurezza[[ {ndr.} questo articolo datato 25 novembre 2012 ci è pervenuto solo ora]] – con l’obiettivo sbandierato della lotta alle forze militari fondamentaliste islamiche che hanno invaso il paese, intervento che getterà le basi per una presenza militare neocoloniale di lunga durata.[[{ndr.} [Donne del Mali: diciamo No alla guerra per procura->http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article11095]]]

Nello stesso modo non esiste documento delle istituzioni multilaterali in cui non si sprecano le parole per sottolineare l’importanza primordiale delle donne nello sviluppo dei paesi cosiddetti del Terzo mondo, con il corollario di centinaia di progetti di formazione e di microcredito, sponsorizzati dalle stesse istituzioni, come la Banca Mondiale, che saccheggiano il Sud attraverso la loro politica globale di liberalizzazione dei mercati che smantella le economie locali, basate sulla sussistenza, sostenute in primo luogo dalle donne.

La risposta “not in our name!” è più che mai attuale, e la questione dell’autorganizzazione delle donne e dei settori popolari è posta, nel Sud come nel Nord, di fronte alla manipolazione della loro sorte sia da parte dei governi nazionali che da parte degli organismi multilaterali cosiddetti super partes.

{{« Lotte, resistenze e alleanze in situazioni (post)coloniali”}} era il titolo della tavola rotonda che ha seguito l’introduzione di Aminata e in cui si è affrontata la questione di come promuovere l’emergenza di modelli di emancipazione plurali nel quadro di un sistema sociopolitico e economico che inferiorizza le popolazioni colonizzate. A questa tavola abbiamo rimpianto l’assenza di {{Aida Touma}}, femminista palestinese, trattenuta a Gaza sotto le bombe, mentre l’ottica antisionista e di boicottaggio di Israele è stata espressa da {{Michèle Sibony}}, femminista ebrea antisionista che, di fronte a queste nuove aggressioni, ha citato {{un appello delle Donne in nero ebraiche israeliane che si intitola: “Non difendetemi!”}}. Il dibattito sulle alleanze e/o conflitti di lealtà è continuato nel pomeriggio con altre relatrici.

La seconda parte dell’incontro ha preso in esame {{l’attualità dei processi di trasformazione politici e sociali in corso}} considerando in particolare il ruolo protagonista delle donne nelle rivolte popolari arabe con {{Amel Ben Saib}}, medico specializzata in salute sessuale e impegnata nel sindacato tunisino UGTT e {{Sonia Dayan Herzbrun}}, professore all’UFR, esperta del Mashrek.

Ciò che mi ha colpito nell’incontro è stata la capacità e la disponibilità delle donne invitate di innanzitutto “{{fare pulizia davanti alla propria porta}}”, cioè di guardare con un occhio critico, femminista, il discorso dominante nel proprio “campo”: nazionale, religioso, razziale,… mentre si tiene a mente la complessità delle relazioni di dominazione, intrecciate le une alle altre.

Questo approccio evita di leggere in modo semplificato e sbagliato ciò che sta succedendo per esempio in seguito alle rivoluzioni arabe come una pura e semplice avanzata delle forze integraliste che minacciano la libertà, spiegata dalle donne in questi processi rivoluzionari. I contributi all’incontro di {{femministe arabe, musulmane e conoscitrici della regione}} ci hanno fatto capire la potenzialità della lotta sociale e emancipatrice presente in queste società, culturalmente musulmane, che sono spesso incomprese da uno sguardo occidentale troppo abituato a identificare come alleati/e solamente i/le propri/e simili, aconfessionali e “moderni”. A questo proposito bisognerà sicuramente approfondire di più, nei nostri ambiti, {{il legame esistente tra la laicità, così come viene interpretata in Francia, e l’imposizione coloniale di un modello di società nel contempo occidentale e dittatoriale}}, vantaggioso sia per le potenze imperialiste sia per le elite locali ristrette e separate dalle masse “arretrate”.

A più riprese nell’incontro si è toccato {{il mito della modernità}} introdotto sia dal colonialismo britannico che da quello francese che si è innestato sui rapporti di classe e di genere preesistenti, a volte più favorevoli alle donne e alle persone LGBTQ. In India per esempio dove le/i transessuali godevano di un certo riconoscimento prima dell’arrivo degli inglesi mentre l’India moderna ha tardato fino al 2009 a depenalizzare l’omosessualità (come sottolineato nell’intervento di Paola Bacchetta).

Alcune relatrici hanno rilevato il {{carattere contraddittorio del “femminismo di Stato”: }} {{Aminata Traoré,}} l’irachena {{Zahra Ali}} o anche {{Sonia Dayan}}, esperta di Medio oriente, che ci ha parlato dell’Egitto. In quei casi si tratta spesso di un’appropriazione del discorso femminista e dell’introduzione di misure che producono una breccia – di classe e a volte etnica – tra gli interessi di un gruppo ristretto di donne, legate al potere, e la massa popolare di donne che non vengono per niente toccate dalle politiche cosiddette emancipatorie.

La teologa femminista musulmana {{Asma Lamrabet }} ha portato la riflessione a un livello più spirituale. Secondo lei e le sue colleghe che si battono per l’emancipazione delle donne a partire da {{un’interpretazione liberatoria del corano}}, non è l’islam spirituale che pone problemi bensì l’islam istituzionale, utilizzato per secoli da regimi autocratici e patriarcali. Ne mettono in discussione la griglia di lettura, formulando le proprie interpretazioni dei testi sacri e rifiutando di farsi rinchiudere nel dilemma della scelta tra l’obbedienza acritica alla loro cultura, dominata dal islam tradizionale, e l’adesione a una ideologia egemonica imperialista. Citando Averroè, Asma ha illustrato il suo {{approccio al femminismo occidentale}}: “Perché il dialogo interculturale e interreligioso sia proficuo, bisognerà fare lo sforzo di capire l’altro nel suo proprio sistema di riferimenti”.

Anche la femminista afrobrasiliana, {{Sueli Carneiro}}, ha parlato dell’{{integrazione di diverse concezioni del femminismo,}} risultanti di diverse esperienze di vita. L’identità femminile nera è doppiamente stigmatizzata e sottovalutata. Bisogna riconoscere il carattere fallace di una concezione pseudo universalista del femminismo che occulta queste stigmate e diseguaglianze per politicizzare le diseguaglianze di genere, combinate con quelle di razza e di classe. Le priorità e le pratiche non sono le stesse per tutte. Bisogna {{“tingere di nero” il femminismo che fino ad ora è stato daltonico, privo di colori.}} Come dice Sueli: “Tutte le persone bianche – che lo vogliano o meno – traggono i loro vantaggi dal razzismo ma non tutte le persone bianche sottoscrivono il razzismo. E’ qui che si apre uno spazio politico.”
Il dialogo intrapreso con questo incontro ci ha aperto il cammino per la costruzioine di un femminismo plurale, strumento indispensabile per coloro che vogliono rivoluzionare questo mondo.

 Il CFPE è nato nel 2004 ed è formato da un gruppo di femministe che si battono per l’uguaglianza e contro ogni tipo di discriminazione, arricchendosi delle loro diversità culturali. E’ composto da donne atee e credenti, tra cui donne musulmane – che portano il velo o meno – e che rifiutano tutte l’idea di un modello unico di emancipazione delle donne, in una lotta che ritengono comune contro il patriarcato in tutte le società.