Torniamo a Tenera Valse. Torniamo a parlare di lei, scrittrice irriverente, sex worker per scelta e per passione. Con il suo {Portami tante rose } [Cooper, 2011] ha fatto discutere, anche negli ambienti progressisti e femministi, su quel nodo che è la prostituzione libera e consapevole. Torniamo a Tenera e alla sua scrittura evocativa e colta, limpida e fantasiosa, così come lei torna a parlare di {{corpi, umori, sessualità, donne e bambini}}. Ma, soprattutto, di cultura maschile e potere, di relazioni familiari che viste da vicino non sono per nulla normali, di una liberazione possibile e necessaria. Il suo nuovo romanzo [{Anatomia della ragazza zoo}, Il Saggiatore, 2012] è {{la storia di una famiglia medio borghese, simile a tante altre}}, in cui crescono due femmine e un maschio, adolescenti negli anni Settanta, dove il padre è l’uomo colto che porta i soldi a casa e la madre è la depositaria del sapere della tradizione, dell’economia domestica per far tornare i conti.
_ Un destino segnato per tutti, soprattutto per le figlie femmine.{{ Per volere del padre, ma anche della madre, custode, non così inconsapevole, della cultura maritale}}. Poi accade che l’equilibrio salta: una figlia sparisce nel nulla, o quasi; il figlio si rifà una vita oltreoceano; l’altra si accontenta, e forse gode; la moglie si ammala di quelle malattie ‘femminili’ al limite fra esaurimento, depressione, demenza senile o semplice abbandono ad un potere più forte. Ad un certo punto il romanzo si tinge di noir, ma non sveleremo certo la trama,{{ lasciamo che a parlare sia Tenera.
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Hai scritto un romanzo per demolire, da dentro, la famiglia borghese così come si realizza nei suoi aspetti peggiori. La protagonista, Alea, fugge da tutto questo e si rinchiude in una “gabbia”, seppur scelta. Sembra che l’unica alternativa al modello borghese sia la fuga e la solitudine.
Non possono esistere altre forme di genitorialità e/o figlitudine?}

Se ti cadono le bombe in testa, tu non ti rifugi da qualche parte? Si chiama istinto di sopravvivenza, è un istinto sano, genuino, animale se contrapposto all’educazione dentro la famiglia media nazionale italiana che crea animaletti da zoo, o bioparco nel politically correct! Ma se chiamo lo zoo bioparco, gli animali in gabbia stanno meglio? Alea è la ragazza zoo finché non compie{{ un proprio percorso di critica radicale dell’educazione ricevuta.}} Nella sua sfera familiare incontra una madre succube del maschile, una genitrice femmina che rinuncia al proprio simbolico per l’ordine maschile a cui si adegua, anche in epoca protratta di emancipazione. Certo, possono esistere altre forme di genitorialità. Ma ti sembra normale che le donne facciano di tutto per piazzare i figli dove e comunque (corsi di violino, di nuoto, etc) esattamente come facevano i maschi sino alla metà del novecento? Solo perché è ancora un tabù per una donna ammettere che non le va di occuparsi dei figli? Molti maschi ormai sanno svolgere benissimo{{ il ruolo di mammi}} e le donne possono benissimo liberarsi di questo rapporto primordiale di maternità che si portano dietro. È giunto il momento che le donne si liberino dei primitivi modelli femminili della maternità e si rendano conto che {{la tutorialità genitoriale non é esclusivamente donna}}. Il prossimo passo sarebbe la tutorialita genitoriale effettiva, la legge invece sostiene ancora la primarietà della madre e la sua insostituibilità: non è questa ancora una trappola per chiunque voglia essere genitore, maschio o femmina che sia? Perché una donna è ancora definita ‘contro natura’ se rinuncia alla maternità?

{La ragazza zoo resta sospesa fra le pagine e disseziona se stessa in maniera complessa.
La scelta stilistica che hai fatto è ricercata anche nel nominare i capitoli. Come ci sei arrivata?}

{Anatomia della ragazza zoo} è costruito come {{un atlante anatomico di ogni donna che non ha dimenticato i suoi istinti}}. Alea ripercorre la sua vita come un passaggio dallo stato minerale a quello umano, tutta l’evoluzione della specie. Allo stesso tempo la sua discesa nel profondo è fatta come un’autopsia, scendendo sempre più dentro di sé lei rinomina tutto il mondo che conosce e che la rappresenta. Uno dei primi lavori logici che il bambino compie è nominare il mondo, dare un nome alle cose, quegli straordinari titoli che ho trovato mi sono venuti spontanei quando provavo a nominare le cose del vissuto infantile senza ricorrere a paradigmi patriarcali: i maschi usano la nominazione per dividere e per creare campi di potere, noi donne per figurare il mondo.
_ Il libro si riferisce a questa nominazione positiva, è come {{un catalogo dei nuovi miti di oggi}}, e fa al contempo la parodia, il verso (animale) allo scientismo medico e illuministico che cataloga ogni cosa. Non a caso l’ultimo capitolo lascia la nominazione, non nomina più le cose ma le numera, e si chiama “capitolo zero”: perché quando cresce il bambino comincia a far di conto, comincia a valutare l’economico, a misurare il mondo e perché quello zero è l’inizio di una vita nuova che Alea, la ragazza libera e non più zoo, ha ricreato dalle fondamenta. Di questo abbiamo bisogno noi donne, di rifondare la realtà nominando nuovamente le cose e abbandonando i paradigmi patriarcali, patrimoniali, paterni, padronali a cui restiamo ancora sottomesse. Il discorso riguarda a buon diritto uomini e donne, non solo le donne.

{Anche chi non sa nulla di te o del tuo primo libro, penserebbe che c’è dell’autobiografico in queste pagine. È la scrittura che rende nudi o è una scelta consapevole e per certi aspetti autocurativa?}

Ho scritto il racconto del bambino/a mentre è sottoposto {{agli stereotipi di genere, alla configurazione maschile di dio e della religione, alla distorsione delle sue vocazioni e dell’istinto polimorfo dell’amore:}} in tutti questi processi la natura totemica del padre resta il punto di partenza e noi donne non facciamo granché per limitarlo perché ci troviamo immersi tutte e tutti nel bagno di un sistema di potere che, anche se i padri sono finiti, resta paternalistico. Sì scrivere può essere curativo, ma anche andare a farsi una passeggiata è curativo, ogni gesto che facciamo per rigenerarci lo è. Alea è tutte le donne che smettono di rifugiarsi dietro i pantaloni del maschile. Paradossalmente i maschi stanno abbandonando i cliché a cui erano associati più velocemente delle donne, che al contrario spesso sono le maggiori conservatrici o scope del sistema paternalistico. Dovremmo rileggere Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, per capire chi è la ragazza zoo, o Luisa Muraro, Dio è violent, Simone weil, L’Iliade o il poema della forza, o anche Hannah Arendt, Sulla violenza. Siamo stati governati con la violenza e continueremo ad esserlo se non facciamo, come donne, una critica radicale dei sistemi famiglia con cui ci rappresentiamo.

{In chiusura del libro proponi un’immagine della tradizione rivoluzionaria: “Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo avrà un’avanguardia bambina, lo guideranno donne con le pance a sfera ridondanti per fierezza e allegria che avanzando sorridenti sfonderanno l’illusione del quadro e ci partoriranno nello sguardo”. Secondo te, com’è lo stato di salute dei femminismi in Italia? Riusciremo a sradicare il maschilismo e paternalismo della nostra cultura?}

Di recente una donna ha letto {Portami tante rose} (a novembre uscirà in lingua inglese, n.d.r.) e mi ha detto che farà leggere il libro a sua madre che è una {{“femminista istintiva”}}: cosi dovremmo ridiventare tutte, {{femministe spontanee non solo colte e politicizzate}}, perché anche l’uso della cultura che facciamo come donne non resti di genere paternalistico e maschile ma versato all’azione e alla resistenza attiva, e gli esempi nella storia non mancano.

{n.d.r. v. anche in questo sito} [Sono puttana perché…->http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article9708]