Nella fase di preparazione dell’Assemblea di Firenze (28 aprile 2012) sono state elaborate alcune schede tematiche. Questa, frutto del lavoro congiunto di Chiara Giunti, Giuliana Beltrame e Nicoletta Pirotta, riguarda il rapporto fra le donne e il Potere.Facciamo molta fatica a parlare del nostro rapporto con il potere.
Forse può aiutarci capire come finora lo abbiamo esercitato :

– in negativo: in modo obliquo, spesso ricattatorio, assumendo e spesso esasperando comportamenti e valori propri di ciò che tradizionalmente si associa al “maschile”.
Le donne non sono “innocenti” perché hanno troppo spesso accettato tutta la dinamica di “introiezione della subordinazione”, prendendo cioè “l’uomo” come punto di paragone per aderire , inconsciamente, alle qualità ritenute “intrinseche” al “femminile” che le vorrebbero incapaci di prendere o gestire il potere;
– in modo positivo: con grande assunzione di responsabilità, anteponendo l’attenzione e la cura all’autopromozione, provando a costruire benessere collettivo piuttosto che carriere personali.

In questo secondo caso va detto che il prezzo pagato dalle donne è stato alto (in termini di fatica, di tempo e di energia) in particolare perché la pratica differente del potere non ha saputo in generale modificare la natura e la funzione di quest’ultimo.

Qui si apre il grande dilemma: il potere va perso o va preso?
E se va preso possiamo accontentarci di spartirlo, anche al 50&50, o dobbiamo agirne un altro, cambiandone il paradigma?
Un Potere di e non potere su, un verbo servile quindi e non un sostantivo prepotente.
Un potere che sappia avere la dimensione della cura : di sé e degli altri e della terra su cui viviamo.

Un potere che sappia declinarsi in infinite forme, anche quelle, perché no, del desiderio, non ultima quella del potere, passa per una questione fondamentale: “di che cosa ho voglia? Cosa mi rende felice davvero?”
Il movimento delle donne, in ogni parte del mondo, ha riflettuto molto su questi temi e molto ha prodotto in termini di pensieri e di pratiche, di diritti e di autodeterminazione.

Dove ci hanno portato tutte queste riflessioni nel percorso di cambiare noi e il mondo?
Abbiamo cambiato molto noi e poco il mondo; ora è arrivato il momento di farlo.

Nell’ impegno per il soggetto politico nuovo portiamo la capacità di valorizzare la rete del pensiero e dell’azione delle donne attraverso la pratica costante di un “patto tra donne” che sappia non perdere il filo per costruire comunicazione, elaborazione e solidarietà.

Con la certezza che un ragionamento sul potere deve partire dagli strumenti per limitarlo:
più l’ assunzione di responsabilità è collettiva meno rischi si corrono di leaderismi e cupole.

L’assunzione di responsabilità comporta il riconoscimento e la valorizzazione del diverso valore di ognuna/o, evitando, ad esempio, che si riproduca la classica divisione tra “servizio” e “direzione/rappresentanza politica” in cui tradizionalmente, quasi inconsciamente, si tendono a delegare donne al primo e uomini alla seconda.

La non fossilizzazione dei ruoli, ma l’impegno continuo per la crescita di ciascuna/o deve consentire la rotazione di funzioni e ruoli condivisa tra i generi.
Solo così “saperi ed esperienze” si scambiano e si confondono superando pregiudizi e ruoli tradizionalmente assegnati, che altrimenti inchiodano donne e uomini ad un destino già scritto che e impoverisce entrambi.