Vorrei mettere l’accento su due termini, uno la cui (quasi) assenza dal manifesto ci è stata immediatamente imputata come grave lacuna, l’altro la cui presenza ripetuta (18 volte) ha fatto dire che ad esso attribuivamo un valore eccessivo.Il primo termine è {{conflitto}}. Il secondo è {{partecipazione}}. A me interessa soprattutto metterli in stretta relazione l’uno con l’altro.
Premetto che uso il termine partecipazione e non democrazia partecipativa, per tenere insieme, ai fini del ragionamento, sia la partecipazione a processi decisionali nelle istituzioni, che quella che si pratica in un soggetto collettivo come siamo noi.

{{Il termine conflitto è nominato solo una volta}}, quando si afferma l’esigenza che il soggetto nuovo sia inclusivo, capace di contaminare e ibridare identità differenti, che, se chiuse e separate, entrerebbero in conflitto.

Ma, a mio avviso, {{di conflitto parla, sottotraccia, tutto il manifesto}}, perché il conflitto non c’è bisogno di dichiararlo, semplicemente c’è.
C’è sempre di fronte alla necessità di condividere un bene finito. Rivale è colui che attinge l’acqua allo stesso fiume, rivo per i latini. Un bene comune di solito, prima di essere riconosciuto come comune, è un bene finito. Ma il conflitto si dà anche ogni volta che due o più persone condividono un progetto.

{{Il conflitto sociale}} ha entrambe le radici: la necessità di definire, regolare, l’accesso alle risorse e il fatto di condividere un progetto, dovendo verificare di esso fini, metodi, tappe, passaggi, alleanza, ecc.

{{La guerra }}è un modo sbagliato di affrontare e gestire un conflitto, perché punta a distruggere, eliminare, nella migliore delle ipotesi schiavizzare uno dei soggetti che confliggono.

{{La partecipazione}} è, a nostro avviso, il modo migliore per uscire da un conflitto attraverso quello che si definisce{{ “gioco a somma positiva”, }}in cui cioè non è detto che uno vinca e l’altro perda, e che la perdita di uno corrisponda alla vincita dell’altro, ma si può vincere entrambi, e si deve, se si vuol continuare a vivere insieme. Meglio, forse, se non vince nessuno, nell’accezione abituale di “vincitore e vinto”.

La partecipazione però non può essere ridotta a mezzo di soluzione dei conflitti. Non sarebbe male, ma sarebbe poca cosa rispetto alle sue possibilità. {{La partecipazione è anche il metodo per prevenire i conflitti }}(laddove ci potrebbero essere, anche se non ci sono) per valorizzare competenze, saperi diffusi, capacità, che molti e molte hanno, senza avere la possibilità di metterle in gioco.

Io credo però che ci siano {{due conflitti cruciali nel nostro mondo}}, nel nostro presente, che la partecipazione non può pretendere di risolvere.

Il primo, scusate la definizione secca, è {{il conflitto capitale-lavoro}}. Il secondo, e la definizione è altrettanto secca, è {{quello fra uomini e donne}}. Entrambi conflitti che oggi vengono gestiti con metodi che non è eccessivo chiamare guerra. So bene che capitale e lavoro oggi sembrano entrambi vittime della finanza internazionale, ma rimando a {{Gallino}} che {{parla di finanzcapitalismo e di lotta di classe}}.

{{Il conflitto capitale-lavoro lascia “sul campo” feriti e morti}}. Morti e feriti per l’insufficiente applicazione delle norme sulla sicurezza, quando ci sono; morti e feriti, più difficili da riconoscere, vittime della disoccupazione, della precarietà dello sfruttamento.

Solo per la prima categoria, i morti “ufficiali” sul lavoro, sappiamo dall’Inail che nel 2010 si è trattato di quasi tre morti al giorno (980 per l’esattezza). Il dato è in diminuzione negli ultimi anni, perché si lavora di meno, e comunque è sempre sottostimato, perché dentro non ci sono i lavoratori al nero. {{Il dato non comprende gli incidenti domestici, che colpiscono prevalentemente le donne}}. E tralascio le cifre enormi delle vittime di infortuni, parte delle quali ne subiscono effetti permanenti.

{{Il conflitto fra uomini e donne}} lo si vede di meno, ma fonti internazionali affermano che in Italia il femminicidio, cioè l’uccisione di una donna perché è donna, è la prima causa di morte per le donne fra i 16 e i 44 anni. Negli ultimi anni si è calcolato che, sempre in Italia, ogni tre giorni sia morta ua donna per mano di un uomo con cui, nella stragrande maggioranza dei casi, aveva una relazione. Ma nei primi mesi del 2012 l’intervallo fra una morte e l’altra è sceso a due giorni. Anche qui tralascio le violenze minori, quelle che non hanno come risultato la morte.

Arrivo rapidamente alla conclusione. Come la partecipazione può dare risultati non soltanto nelle situazioni conflittuali, ci sono conflitti nei quali la partecipazione può fare ben poco. In questi casi ci possono aiutare:
-un cambiamento dell’atteggiamento culturale;
-un miglioramento nella qualità delle relazioni;
-una normativa efficace, perché semplice da fa applicare.

Non voglio essere fraintesa: {{nel conflitto capitale-lavoro}} credo che le relazioni da rafforzare sino quelle fra lavoratori e lavoratrici, in modo che non possano essere messi gli uni contro gli altri, le une contro le altre, a tutto vantaggio di chi il lavoro lo domina e lo sfrutta.

{{Nel conflitto fra uomini e donne}}, sono invece certamente le relazioni fra le persone che devono mutare, rompendo stereotipi, spesso interiorizzati anche dalle vittime.

In entrambi i casi un soggetto politico nuovo può e deve avere molto da fare e da dire.

{ndr. vedi anche }[“Abbiam fatto l’ALBA”->http://www.womenews.net/spip3/ecrire/?exec=articles&id_article=10293]