Per una identità di genere capace di includere anche una identità politica è necessario costruire una forte struttura simbolica di riferimento che la cultura femminista non ha ancora consolidato.E’ passato quasi mezzo secolo da quando il movimento femminista scodellò davanti al Parlamento decine di migliaia di firme per una legge popolare contro la violenza alle donne. Passarono poi decenni per avere una legge che si dimostrò impotente di fronte ad una cultura così radicata da lasciarci allibite/i.

Ogni due giorni una donna viene ammazzata mentre una sentenza concede gli arresti domiciliari a stupratori che hanno agito in gruppo. A questa recrudescenza risponde –finalmente- una maggiore attenzione istituzionale. Martedì 27 marzo il film{{ “Troppo amore”}} della {{Cavani}} è stato presentato da ministre e parlamentari di tutti gli schieramenti politici, prima di andare in onda sul primo canale della Rai.

E, {{il Presidente della Repubblica dichiara: dopo di me al Qurinale dovrebbe andare una donna}}. Ma, intanto, la povertà femminile tocca livelli mai raggiunti proprio quando delle donne siedono ai ministeri più importanti dell’attuale governo Monti.

In questo clima da lacrime e sangue più donne al potere si confrontano e scontrano.{{ La Ministra Fornero da una parte, la Segretaria della CGIL Camusso dall’altra.}} Un’istantanea che evidenza una contraddizione all’interno della quale è necessario orientarsi. E’ meglio un uomo che concorda con Camusso o una donna che le si oppone? Se si vuole uscire dalla nostra minorità bisogna saper accettare che la storia del genere femminile non può prescindere da profonde differenze politico-culturali che ci dividono e che hanno radici nelle differenti culture maschili. {{Più numerosa è la nostra presenza nella Storia, più contraddizioni dovremmo gestire. }}

Diventa prioritario quindi portare avanti la valorizzazione del nostro sesso e, contemporaneamente, la capacità di critica verso culture che ci differenziano e alle quali sentiamo di appartenere o di non appartenere. {{Lo scontro tra donne non segna né debolezza, né sconfitta.}} Ma, un ulteriore passo verso una cittadinanza, numericamente significativa, che prima ci era stata negata.

Durante un dibattito a Roma, nella sede del Parlamento Europeo, mi sono trovata a confrontarmi con una giovane donna che, molto onestamente, dichiarava la sua appartenenza e il suo lavoro politico all’interno del movimento delle donne e, contemporaneamente, la sua {{“impotenza” nel dirsi femminista e comportarsi di conseguenza nel luogo di lavoro}}. Una dichiarazione che mi ha portato a manifestare {{una reazione di disapprovazione }} ricordando come in altri momenti ci sono state donne che hanno sostenuto fino in fondo le proprie idee aprendo dei conflitti non sempre vincenti e iscrivendo nei propri bilanci personali costi elevati, (anche la mia dichiarazione partiva da esperienze di questo tipo vissute in prima persona).

Questi comportamenti individuali allora erano sorretti da una struttura organizzata capillarmente fatta di collettivi, associazione, gruppi… {{Soggettività collettive che avevano dato vita ad un variegato movimento}} che, non essendo solo la somma di individualità era stato capace di portare a casa obbiettivi significativi: leggi sul diritto di famiglia, sul divorzio, sulla parità salariale, sulla scelta alla maternità, contro l’aborto clandestino, sui consultori, e capacità di conquistarsi sedi politiche ( case delle donne) dove esprimere anche a livello simbolico una soggettività collettiva dentro la quale garantire altre e diversificate soggettività non esclusa quella individuale. {{Un luogo dove si è cominciato ad imparare a gestire i conflitti. Una sapienza non trascurabile in politica.}} Oggi il movimento si caratterizza più come la somma di individualità (deboli)che trovano in una forte coscienza mediatica le possibilità di grandi mobilitazioni. Insomma, un movimento che ogni tanto riemerge come un gigante dai piedi di argilla.

Così, oggi, le molte conquiste, come quella relativa alla legge contro la violenza, nei fatti, sono state tutte messe in discussione. Così, {{aumentano, di pari passo, indignazione e impotenza}}.

Anche la mia indignazione verso il comportamento duale della giovane donna esprimeva {{una mia reale impotenza}} e di questo me ne sono accorta riflettendo su quanto detto da {{Gioia Longo}} durante un altro dibattito sempre nella sede romana del Parlamento Europeo. Da una sua ricerca emergeva che non solo le donne nel 2012 sono più istruite dei maschi, sanno districarsi meglio nella molteplicità degli impegni ma soprattutto hanno un senso di sé molto più forte di quello delle loro madri anche se queste sono state protagoniste del movimento femminista degli anni Settanta. Questi dati mi hanno fatto ripensare al comportamento della giovane donna di cui sopra. Ma perché dunque pur con un forte senso di sé, oggi, molte giovani donne tendono a celare la propria identità di genere nel confronto con l’altro, nascondendosi dietro un generico neutro? Pensiamo, per brevità, al solito rifiuto di chiamarsi Ministra, o al modo di utilizzare la lingua italiana: ci si scandalizza per l’uso sbagliato di un verbo, ma non per quello di una concordanza che serve ad identificare meglio un soggetto.
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Noi donne pensiamo, e spesso a ragione, che nell’immaginario degli uomini, {{il femminile è ancora segnato dal disvalore..}} Quindi, molte di noi decidono, a volte strumentalmente, che se vogliono essere accettate in un consesso prevalentemente maschile devono costruire le relazioni utilizzando un linguaggio che le identifichi con l’interlocutore. Insomma, usare il linguaggio del più forte per essere forti. Un forma di mimesi esibita ma, spesso, non richiesta. Poi se si ritiene necessario si passa anche a negare l’appartenenza ad un movimento politico-culturale nato per cancellare il disvalore attribuitoci . …faccio e dico questo ma non sono femminista…Cosa cela questa affermazione? Solo la paura di essere identificate con ciò che la cultura maschile ha demonizzato. Un ennesimo adeguamento, non richiesto anche questo, alla volontà di chi non ci riconosce come protagoniste della Storia.

Pensare di potenziare la nostra forza utilizzando le forme di riconoscimento non sessuato è causa di {{una pericolosa scissione tra corpo e mente.}} Questo ci porta ad una condizione di equilibrio instabile, di sofferenza esistenziale. In molte donne si agitano due pensieri:{{ quello che sono e quello che pensano l’altro pensi di loro}}. Ma come fa l’altro a pensare quello che in realtà sono se loro sono le prime ad adeguarsi ad un suo immaginario? Perché accettare questo gioco perverso?

La maggioranza di noi, ma soprattutto le giovani, ha un forte senso di sé come persone, come individue. Sappiamo quello che vogliamo, ma sappiamo anche che raggiungere l’obbiettivo, oggi, non è cosa facile. E, non lo è soprattutto perché sempre più fragile è un noi articolato nelle diversità politico-culturali. Ma per costruire {{questo nuovo noi }} non è più sufficiente una coscienza mediatica generalizzata né una volontà organizzativa che si esprima attorno ad un pensiero capace di costruire identità collettiva. Per una identità di genere capace di includere anche una identità politica è necessario costruire {{una forte struttura simbolica di riferimento}} che la cultura femminista non ha ancora consolidato. Solo quando questo avverrà i nostri comportamenti sociali, culturali e politici saranno immediatamente riconoscibili sia dalle donne che dagli uomini, facendo così cadere la zavorra del disvalore e la paura delle differenze.
Un meccanismo che è possibile solo se ci si avvale della legge dei grandi numeri. Se un totem è riconosciuto da poche come unico effetto ha quello di ghettizzare, di indebolire. E’ per questo che {{oggi non possiamo sottovalutare il ruolo dei media}}. Diventa molto importante che un o una giornalista appelli {{Fornero come Ministra }} soprassedendo alla reticenza dell’interlocutrice.

Dare {{una informazione corretta sia nella forma che nel contenuto }} segna non solo il livello di professionalità ma permette alle donne di riconoscersi in una identità di genere senza perdere le proprie capacità di giudizio su ciò che la Ministra sta portando avanti. Perché altre donne, con altre idee, verranno intervistate.

{{Il linguaggio, non può essere sottovalutato perché è la struttura simbolica di base}} con la quale si determinano anche le forme della relazione non solo tra donne, ma soprattutto tra donne e uomini. Costruire una struttura simbolica complessa ha tempi fisiologici lunghi come sono lunghi i tempi che modificano il linguaggio. E’ per questo che {{non possiamo perdere tempo}} nel mettere in atto cambiamenti che hanno come unico costo una semplice scelta lessicale.

Ma perché ancora oggi molte donne di qualità non rivendicano la loro appartenenza di genere attraverso il linguaggio?

Oggettivamente {{alla costruzione di una solida identità sessuale mancano ancora dei tasselli significativi}}. E, qui una riflessione a margine dell’[articolo di Monica Lanfranco->http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article10179]. Io penso, a differenza di Monica, che chiedere una donna al Quirinale sia cosa molto importante proprio per quel simbolico di cui parlavo prima. In questo caso non è il linguaggio sessuato ma{{ l’immagine di un corpo di donna}} che i media, con gli automatismi propri della loro natura, ripropongono con quella frequenza necessaria a crearne un simbolo.. Vedere il proprio sesso avere uguale dignità, nella rappresentazione formale, a quella riconosciuta ad un uomo, dà{{ una forza difficilmente cancellabile}}.

Se poi pensiamo alla {{proposta del 50 e 50}} là dove si decide, vediamo quanto importante possa essere questa proposta per la legge dei grandi numeri e quindi anche questa per la costruzione di un riferimento simbolico di genere. Solo così si potranno, con disinvoltura, praticare i necessari distinguo tra donne senza ricorrere al misogino gesto della cancellazione.

Così, tornando all’oggi, è molto importante poter esprimere giudizi diversi sul lavoro della Ministra Fornero e su quello della Segretaria della CGIL, Camusso. Essere consapevoli che poter dissentire o approvare ciò che fa una Ministra è un fatto positivo. Così, si può ragionare su scelte politiche che riguardano noi tutte/i e non soffermarsi sul fatto che si deve mettere in evidenza la solita contraddizione: non ci sono donne in luoghi dove si decide ciò che condizionerà la nostra vita. {{Scegliere tra donne diverse è un qualcosa in più. }}

E’ triste preferire un uomo perché non c’è dato di scegliere una donna al suo pari, con in più l’amarezza di sapere che questa c’é ma non è stata cooptata. Affrontare il problema dei due tempi: prima la qualità poi la quantità mi ricorda chi diceva: prima la lotta di classe, poi il riconoscimento dell’uguale dignità dei due generi. Facce di una stessa medaglia che oggi, in questa cultura dei mercati, non possiamo permetterci di metterla fuori corso.