Devo e voglio spiegare che cosa c’è in quel documento che mi fa pensare possibile che in un soggetto politico nuovo possa confluire una soggettività come la mia, che si è definita negli anni intorno all’essere femminista (ma non solo).Durante una delle discussioni che hanno accompagnato la nascita di uno dei soggetti politici nati negli ultimi due anni dall’implosione dei gruppi organizzati della sinistra italiana, dopo la catastrofe della lista elettorale di Sinistra Arcobaleno, una compagna, poco più giovane di me, motivando la sua decisione di impegnarsi in uno di questi soggetti, mi ha detto “Per la nostra generazione, potrebbe essere l’ultima occasione”.
_ Le ho risposto che se anche avessi condiviso la sua opinione, questo non sarebbe stato un motivo sufficiente per impegnarmi in un progetto politico non convincente.

Perché allora firmo [ il Manifesto per un soggetto politico nuovo->http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article10181], per un’altra politica nelle forme e nelle passioni?

{{Cominciamo dalle motivazioni più semplic}}{{i}}: lo firmo perché conosco alcune delle persone che lo hanno scritto e mi fido di loro; lo firmo perché è risultato di un percorso politico, quello di Rete@sinistra, che è anche il mio, da quando, dopo vent’anni in cui ho fatto esclusivamente politica con le donne, ho deciso di riprendere l’avventura di un percorso di donne e uomini.

Ma alle compagne della redazione del Paese delle Donne e a tutte le altre con cui ho condiviso qualcosa in questi anni, nell’arcipelago dei femminismi, devo dire {{qualcosa di più}}. Devo e voglio spiegare che cosa c’è in quel documento che mi fa pensare possibile che in un soggetto politico nuovo possa confluire una soggettività come la mia, che si è definita negli anni intorno all’essere femminista (ma non solo).

Prima di tutto credo che un punto di forza di questo manifesto sia proprio quello che per alcuni e alcune è – è già stato detto – un punto di debolezza, cioè{{ il suo carattere metodologico}}. Sono da tempo convinta che si possono avere le idee migliori del mondo, individuare i contenuti più innovativi, ma se non si trova una risposta al problema del “chi decide e come”, si va poco lontano. Le risposte in circolazione non mi sembrano soddisfacenti.

Per me{{ la definizione di regole condivise rimane un’esigenza}}: mi portò (insieme ad altre) accanto a{{ Michi Staderini }} nell’esperienza di ONDA, ed è sopravvissuta all’analisi critica che ne ha fatto una parte rilevante del femminismo della differenza. Sono arrivata a pensare che in un mondo che si avvia sempre più a un intreccio malefico di relazioni deboli e norme pesanti, bisogna costruire un intreccio buono di norme leggere e relazioni forti. Ma {{di norme ho bisogno: e quelle che trovo nel Manifesto rispondono al mio modo di sentire.}}

Essere di sinistra per me è {{“fare insieme”, affrontare insieme, fra pari e nello stesso tempo divers*, i problemi del vivere e convivere}}. E i rapporti fra pari richiedono norme, per quanto leggere, mentre quelli fra dispari possono anche accontentarsi dei rapporti di forza.
Le esperienze di processi decisionali partecipati, che in questi anni ho studiato e praticato, sia politicamente che professionalmente, mi fanno guardare al Manifesto con interesse, senza illusioni: le nuove forme di politica si trovano praticandole e le buone pratiche sono ancora poche. Ma questa è per me l’unica strada possibile.

Sono anche convinta di un’altra cosa: che {{una presenza più numerosa e forte di donne nello spazio pubblico sia necessaria}} per una quantità di motivi che non posso illustrare qui. Ne dico uno solo: visto che talenti e competenze non sono distribuiti in modo diverso fra donne e uomini, laddove ci sono più uomini che donne vuol dire che al posto di una donna c’è un uomo meno competente di lei, che fa danni (cito {{Luisa Rosti}}, docente di economia di genere a Pavia, con una sintesi di cui mi scuso con lei).

Ma perché la politica sia uno spazio dove le donne possano impegnarsi non solo come portatrici d’acqua di uomini più o meno amati, {{occorre mutarne le forme, le modalità di funzionamento, i tempi e anche i luoghi.}}

Credo che il problema non sia quello di far entrare le donne nei luoghi di potere dove spesso non vogliono affatto entrare, ma quello di {{dislocare il potere nei luoghi dove spesso le donne già sono}}. Mi sembra che il Manifesto vada in questa direzione.

Un’ultima osservazione. Nella storia del femminismo si è spesso usato il termine “passione” per connotare la “politica”. Nella mia storia personale, il ricordo della prima assemblea studentesca ha tutto il pathos di un primo incontro. Così come ho vissuto alcune sconfitte con tutta l’amarezza di una perdita, di un lutto da elaborare.

Eppure continuo ad essere e a voler essere, un animale razionale. E’ questo doppio registro che ha segnato il mio modo di {{stare nella politica con le donne, e nella politica da donna}}. Per questo la parte “comportamenti e passioni” del Manifesto mi entusiasma di meno e mi verrebbe da dire a chi l’ha scritta: “Lo scoprite solo adesso?”.

Conosco abbastanza chi l’ha scritta per riconoscerne almeno in parte il linguaggio e so che non è frutto esclusivo delle due compagne, a cui peraltro riconosco il merito di aver segnato con la loro presenza nel gruppo l’intero documento.

E allora {{ai maschi ripeto: “Lo scoprite solo adesso?” }} Non voglio fare dell’ironia, ma solo dire che se l’aveste scoperto un po’ prima, o, più ancora, se non foste così pochi ad averlo scoperto e ad aver trovato le parole per dirlo, il mondo andrebbe un po’ meglio.

Apro quindi {{una linea di credito}} ai maschi che hanno scritto e firmato il testo, chiedo alle compagne che l’hanno scritto e firmato di curarlo, questo testo, di curare la relazione, forse ancora non abbastanza forte, che si è costruita fra loro, fra noi.

Una volta, in un incontro all’Università della Calabria di cui non ricordo il tema, intervennero donne che avevano condotto e vinto una dura vertenza accanto ai lavoratori (che erano i loro mariti). Situazione classica in fondo. Mi colpì l’affermazione di una di loro, che parlando dell’accordo diceva: “Va badato, è come un figlio, controllarne l’attuazione è un po’ come badare a un bambino”.

Nella metafora, che qualcun* potrà anche ritenere stereotipata, trovo un’indicazione per me, per noi: accordi, documenti, manifesti, vanno badati. {{Realizzare e monitorare un progetto significa un po’ questo: ascoltarne il respiro, controllarne la crescita, insieme.
}}