Articolo 3 pubblica dal n. 7 della Newsletter una rubrica “(S)cambi di genere”*, a cadenza periodica, che vuole diventare uno spazio aperto al confronto e dibattito sulle tematiche legate al genere.
Riprendiamo l’estratto di un’intervista – a cura di {{Elena Cesari}} – a {{Cristina Karadole }} curatrice di “{Femicidio. Dati e riflessioni intorno ai delitti per violenza di genere}”, e {{Angela Romanin}} della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna {{Elena Cesari}}: Recentemente{{ la Corte di Cassazione}} ha emanato una sentenza che ha fatto parecchio discutere, con la quale è stato stabilito con effetto estensivo di una pronuncia della Corte Costituzionale, che le persone accusate di violenza sessuale di gruppo possano beneficiare, se sussistono i requisiti, anche di misure cautelari alternative rispetto alla detenzione in carcere.

{{Cristina Karadole}}: C’è stata una certa polemica su questa sentenza, perché è stata {{particolarmente travisata}}, perché i gruppi di donne l’hanno letta come un’estensione della disapplicazione della custodia cautelare in carcere alla fattispecie dello stupro di gruppo. In realtà per capire meglio bisognerebbe vedere i precedenti. Il pacchetto sicurezza del 2009 prevedeva l’obbligatorietà della misura del carcere per gli indagati di vari reati, incluso lo stupro, cosa che poi l’anno scorso la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo, perché le misure cautelari possono essere applicate se ci sono le condizioni di applicabilità e le esigenze cautelari. La Cassazione ha interpretato in modo estensivo questa disapplicazione del pacchetto sicurezza anche nell’ipotesi dello stupro di gruppo, il che non vuol dire però che il giudice non possa, nel caso in cui valuti che ci siano le esigenze cautelari, applicare il carcere preventivo, così come per altri reati. Il problema è che ci deve essere una discrezionalità del giudice, perché è una cosa rischiosa ampliare la casistica del carcere obbligatorio che, sensatamente, nel nostro ordinamento è previsto come extrema ratio.
Forse {{andava fatto un lavoro di comunicazione migliore su queste questioni tecnico-giuridiche che riguardano ambiti così delicate.}}
Lo stupro di gruppo, rispetto alla violenza domestica, resta un crimine grave. Però è un fenomeno che ha una diffusione molto minore, ma una percezione molto più forte da parte dell’opinione pubblica, soprattutto perché quando accadono questi episodi vengono addebitati a determinati soggetti, a determinate situazioni di degrado, quando invece noi sappiamo bene che la violenza e lo stupro avvengono soprattutto in famiglia.

{{Angela Romanin}}: Soprattutto {{in famiglia}}. I partner, nella misura del 70%, sono responsabili degli stupri veri e propri. Non dimentichiamoci però che lo stupro di gruppo non avviene sempre in strada: può essere sulle prostitute da parte di clienti, familiari, amici e conoscenti.
Purtroppo le forme di violenze sulle donne sono così tante, e così complesse, che molto spesso si mistificano e si sovrappongono le une con le altre: l’allarme sociale si concentra su un aspetto particolare, perdendo di vista l’insieme.

{{E.C}}.: Potete parlarci del {{Rapporto Ombra}}, questo importante documento, redatto “dal basso”, e cioè dalle organizzazioni delle donne? E più nello specifico del capitolo sul femicidio [curato da {{Cristina Karadole}}, ndr], dove vengono presentati gli unici dati disponibili in Italia sugli omicidi delle donne adottando un’ottica di genere?

{{C.K.}}: Il {{rapporto Ombra}} è stato presentato l’estate scorsa a New York, nel corso della commissione del Comitato CEDAW (sciogliere). E’ un rapporto che è stato messo assieme da una piattaforma che racchiude {{molte associazioni, fra cui Differenza Donna, la rete dei centri antiviolenza, tante associazioni Ong,}} che hanno lavorato molto per ricostruire sia la situazione legislativa sia di servizi per le donne nel nostro Paese e per capire che livello di attuazione della CEDAW ci sia in Italia.
_ Recentemente (dal 15 al 26 gennaio 2012, ndr) ha fatto visita al nostro paese la Special Rapporteur on Violence against women Onu, {{Rashida Manjoo}}, allo scopo di verificare la situazione delle donne nel lavoro, nei Cie, nei centri di detenzione… Durante il suo soggiorno ha visitato inoltre molti centri antiviolenza. Sulla base di quanto osservato, a giugno la relatrice speciale presenterà un rapporto alla 20esima sessione del Consiglio sui diritti umani; ma già nella sua conferenza stampa ha rilevato parecchie criticità come la minimizzazione della violenza, l’estrema pervasività della violenza sulle donne in tutto il paese. La questione della cultura del condono della violenza, ovvero la scarsa consapevolezza della gravità del fenomeno, che coinvolge anche le donne. Esiste poi il problema della scarsa fiducia nell’ordinamento giudiziario, quello culturale di stigmatizzazione della denuncia le violenze e il persistere la mentalità che tali fenomeni si possano contenere e debbano rimanere “in famiglia”. Sono moltissime le ragioni per cui il sommerso rimane ancora un dato fondamentale nel nostro Paese. [[vedi anche [http://www.womenews.net/spip3/ecrire/?exec=articles&id_article=9873->http://www.womenews.net/spip3/ecrire/?exec=articles&id_article=9873]]]
_ Un’altra criticità evidenziata da Rashida Manjoo è la frammentarietà del quadro giuridico. Ci sono tante misure però in settori diversi, non esiste una legge organica sulla violenza, come per esempio in Spagna e poi mancano fondi per i centri antiviolenza. A novembre 2010 è stato approvato un piano antiviolenza, che non è una legge, ma un piano d’azione, che prevede che i centri siano una struttura fondamentale per la protezione della donna però senza disporne il finanziamento.
_ Altro problema è la mancanza totale di dati. L’ultima ricerca epidemiologica è del 2006, pubblicata nel 2007 dall’ISTAT ed è la ricerca più ampia.
_ E’ stata fatta in seguito un’indagine sulla sicurezza, che però non riguarda la violenza.
_ Esiste poi una ricerca EURES (2007 pubblicata nel 2008) (http://www.eures.it/dettaglio_ricerca.php?id=75 ) sugli omicidi volontari. Noi la citiamo perché l’indagine Istat non dava informazioni sulle donne che vengono uccise, dal momento che si basava su interviste delle sopravvissute. Inoltre, a partire dall’ultimo governo Berlusconi, il Ministro degli Interni non ha più diffuso il rapporto annuale sulla criminalità in Italia. L’ultimo rapporto era stato pubblicato nel 2008 e conteneva i dati Istat. Quindi noi non possiamo sapere l’andamento dei crimini. Ci sono molti dati legati alla droga, i reati finanziari, ma per quello che riguarda i delitti di genere non c’è niente.

{{A.R.}}: Anche per quello che riguarda la qualità di questo rapporto, {{la famiglia}} è uno degli ambiti che il rapporto Eures prende in considerazione, però non c’è neanche una differenziazione di genere, per cui non abbiamo un’idea precisa del fenomeno. Quella che manca in Italia è proprio l’ottica di genere da parte delle istituzioni, l’unico caso di buona prassi è stato quello della ricerca dell’Istat. C’è una mole enorme di dati criminologici che non vengono messi a disposizione dei ricercatori, e che quindi non sono analizzabili; per esempio nel caso degli omicidi in base al rapporto fra vittima e carnefice, non si può sapere quali sono gli omicidi di donne fatti per motivi di genere. Anche la ex ministra Carfagna, l’ottobre scorso, ha detto che gli omicidi di donne sono in calo, perché lei ha contato le donne uccise anno per anno. Però le donne possono essere morte per vari motivi: perché un rapinatore si è messo a sparare all’impazzata, perché una donna è stata investita da un’auto… È vero che gli omicidi nel complesso sono in calo, ma secondo i nostri dati gli omicidi di genere sono invece in aumento.
_ Gli omicidi sono diminuiti a partire dagli anni ‘90, ma se all’interno di questi si va a vedere il numero delle donne uccise nell’ambito di genere, in base alla nostra indagine sui dati che emergono dalla stampa, allora non c’è un calo.

*Il titolo riprende quello dato alla traduzione di un’opera della filosofa americana Judith Butler: Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, New York, Routledge, 1990. Il libro è stato tradotto con: Scambi di genere. Identità, sesso e desiderio, Sansoni, 2004.