A due giorni di distanza, appunti da un taccuino su L’Aquila “invasa” dalle donne di maggio: la città spalmata sul territorio, il confronto con le donne venute da tutta Italia.I sorrisi sui volti delle donne che hanno organizzato la due giorni, di fronte all’afflusso superiore alle aspettative. Quelli sul volto di coloro che erano rimaste talmente colpite dal primo impatto con la città ferita da chiedersi, nel pomeriggio di sabato “{{cosa ci faccio qui?}}”, scoprendo poi che ci si poteva essere senza sentirsi estranee. L’intervento di {{Giovanna Martorano}}, 99 anni e un passato di partigiana, che nell’intervento conclusivo in Piazza Palazzo ha strappato l’applauso, dicendo, con una voce che sembra quella di una donna più giovane: “con le buone maniere non si ottiene nulla”. La testimonianza di {{Antonietta Centofanti}}, che, subito dopo il terremoto ha dato vita a un’associazione fra parenti delle vittime e che ripete da due anni, che non si può lavorare per il futuro, per la ricostruzione, se non tenendo viva la memoria del passato, ricordando le morti e denunciando le responsabilità. {{Questo mi rimandano oggi, a distanza di due giorni, le immagini dell’Aquila “invasa” dalle donne di maggio e gli appunti del mio taccuino.}}

Ho cominciato andando a visitare uno degli insediamenti del progetto C.A.S.E., le cosiddette new town. Ricordate: il presidente del consiglio annunciò subito che L’Aquila sarebbe stata ricostruita da un’altra parte, come una new town, antisismica, moderna, “più bella che pria”. Poi le new town sono diventate una ventina e la città si è spalmata sul territorio, a distanza dal centro storico distrutto, ma anche dalle periferie dove si sta cominciano a ricostruire. Le C.A.S.E. non sono brutte, piccole, rispetto alle case del centro storico, ma di dimensioni comparabili alle più recenti abitazioni costruite in cooperativa nella periferia romana. In più, sono ammobiliate, accessoriate fino al superfluo. Certo, se nei mesi che sono passati è stato possibile recuperare i mobili della vecchia casa parzialmente distrutta, non si sa bene cosa farne: ammesso che non siano troppo grandi per le stanze nel nuovo appartamento, in ogni caso c’è da far domanda per sostituire con essi l’arredamento standard, e, se non ho capito male, trovare il modo di immagazzinare quest’ultimo, a proprie spese e a proprio rischio. Perché rischio? Perché le C.A.S.E. non sono in affitto, ma in comodato d’uso (cioè gratis) e alla fine (dopo il ritorno nella propria casa) andranno riconsegnate nelle condizioni di partenze, accessori superflui compresi.

Non abbiamo incontrato anima viva (passatemi il luogo comune!) negli spazi verdi intorno a ogni edificio, nelle terrazze che circondano i primi piani, nel piano seminterrato dove fra i piloni si parcheggiano le macchine. Da piccoli indizi, e dal racconto di chi ci ha fatto da guida, accompagnandoci anche dentro il suo appartamento, abbiamo capito che in media {{chi ci abita non si sente affatto “a casa”}}. La casa è quella che hanno abbandonato fuggendo il terremoto, quella dove sperano di tornare o dove almeno sperano che possano tornare figli e nipoti. Sulla maggior parte delle porte c’è ancora un foglietto di carta, debolmente adesiva, con il numero dell’appartamento. Su quasi nessuna porta leggo il nome, nemmeno nel formato del bigliettino sul campanello.

Le C.A.S.E., quanto e più dei M.A.P. (le casette di legno, che non ho visto), sono vissute come {{una sistemazione provvisoria}}, in cui non si investe con passione e cura, dove non si cerca di coltivare un orto o un giardino. Dove, soprattutto, mancano le elementari condizioni che trasformano l’esistenza in vita: negozi, spazi comuni, servizi di qualunque tipo. Anche i benefici economici (non solo l’affitto non viene addebitato a chi abita nelle C.A.S.E., ma anche le bollette sono sconosciute…) congiurano a fare di chi vive qui una persona assistita, a cui non è consentita/richiesta alcuna forma di partecipazione alle decisioni, alle spese.

Dopo la visita a un agglomerato di C.A.S.E. ero preparata a entrare {{nelle stanze}} che avevo scelto fra le varie organizzate:
il “{{soggiorno}}”, dove si discuteva sul tema: “Sicurezza, legalità, mercato”, con due gruppi, il più numeroso su “legalità delle vittime” e “ricostruire nella legalità” e l’altro sui “beni comuni”); lo “studio-{{biblioteca}}” dove “donne in resistenza” affrontavano il tema della violenza e della militarizzazione di molti luoghi del nostro paese.

Nella stanza dedicata alla legalità e alla sicurezza è stato ricostruito{{ il quadro dei processi in corso,}} da quello per le vittime del crollo della casa dello studente, a quelli, in cui la vicenda aquilana è cornice o pretesto, sul G8 spostato da La Maddalena, o sulla cosiddetta “cricca”, aggregatasi intorno alla protezione civile e arricchitasi grazie alla gestione, a un tempo autoritaria e disinvolta, dell’emergenza e della ricostruzione. Il quadro è agghiacciante. Le norme, le leggi, le ordinanze, sembrano avere tutte lo scopo di ridurre la possibilità di partecipazione, o almeno di controllo, dei processi decisionali, da parte di cittadini e enti locali.

La conseguenza è che {{la stessa domanda di partecipazione e controllo, costantemente frustrata, diminuisce}}. Si assiste a un paradosso: le autorità locali, espropriate dalla protezione civile, che le ha chiamate in causa solo dopo che l’emergenza era stata dichiarata chiusa (affidando per esempio al comune la gestione del patrimonio immobiliare frutto del progetto C.A.S.E.), sono comunque vissute dalla cittadinanza come una controparte, responsabile, per debolezza o connivenza, della stessa espropriazione. D’altro canto l’autorità giudiziaria sta indagando sulla “cricca”, ma ha anche denunciato i comitati che, attraverso lo strumento dell’occupazione di edifici pubblici inutilizzati e agibili (vedi l’asilo occupato), hanno cercato di dare risposta al bisogno diffuso di spazi di aggregazione e di socialità.

La popolazione dell’Aquila, sparsa fra le new town che circondano il capoluogo, i MAP installati accanto ai paesini distrutti, con persone tutt’ora ospitate negli alberghi del litorale (oltre ovviamente a chi aveva la possibilità di darsi una autonoma sistemazione altrove), non trova facilmente le occasioni di confronto, e di partecipazione autentica. Subisce invece, come e più che altrove, la tentazione del non voto, vive {{uno scollamento dalla politica istituzionale che aumenta con il passare del tempo}}.

A questo dibattito,{{ le donne provenienti da altre città e da altre situazioni di lotta}} hanno portato un contributo di esperienze, senza mai scivolare nel compassionevole, ma mantenendo anzi la capacità di riflessione critica, che ha reso il confronto fra le pratiche vantaggioso per tutte.

Anche al gruppo “{{donne in resistenza}}” partecipavano gruppi di altre città. Dall’intreccio di pratiche e di saperi diversi e in particolare sotto lo stimolo dell’intervento di {{Giovanna Martorano}} e di {{Luciana Romoli}}, staffetta partigiana, è nata una proposta: che tutte le presenti, al convegno, anche nelle altre stanze, si pongano, dall’indomani, in un ottica di staffette, portando nelle proprie città, nel proprio intervento motivato nei territori, il senso dell’esperienza aquilana.

“Siamo tutte donne motivate che lavorano nei territori” ha infatti detto una compagna di nome {{Mafalda}}, sottolineando come in tutta Italia abbiamo vissuto e stiamo vivendo “un terremoto strisciante”, rispetto al quale quello dell’Aquila fa da modello: in vari luoghi e in vario modo abbiamo subito {{l’espropriazione dei poteri locali}}, la militarizzazione di aree destinate a interventi non condivisi dalla cittadinanza. Per rispondere a questo, a L’Aquila come altrove, servono{{ reti e relazioni}}, serve ritrovare una capacità di ricomporre la frammentazione, fra donne, ma non soltanto.

A questo proposito mi ha colpito {{una storia}}, raccontata verso la fine del dibattito: in una delle fasi della {{guerra in Libano}} un campo profughi fu completamente distrutto (certamente non l’unico), e fu ricostruito dalle donne e dai bambini, perché tutti gli uomini erano in carcere: dopo qualche anno i maschi, ritrovata la libertà, hanno ripreso il controllo completo del campo!

La storia, verosimile se non vera, ha un trama nota: {{la donne si fanno carico,}} quanto e più degli uomini delle situazioni di emergenza e poi vengono ricondotte al loro posto: questo forse non accadrà alle donne aquilane, alle donne vicentine, alle tante donne che, ciascuna a partire da sé, cercano di prendersi cura del territorio dove abitano, se sapranno costruire legami e relazioni fra di loro. Mettendo insieme, come all’Aquila, {{la raccolta fondi per la Casa delle donne}} con le iniziative per la ricostruzione della città.

{immagine}: “i ponteggi da sciogliere” (foto di Giovanna Romualdi)

{v. anche} [“Le donne ri-fonderanno la città?”->http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article8463]