Mi sono chiesta che cosa volesse significare il silenzio delle donne che ho
percepito riguardo alla guerra contro la Libia: assenso, dubbio, disaccordo,
protesta muta?Per questo ho voluto tradurre e mettere in rete [l’appello di Marie Debs->http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article8180].
Parliamone, almeno, non lasciamo intendere col silenzio che siamo d’accordo
con quest’altra guerra di aggressione a cui l’Italia partecipa, violando l’art.11
della nostra Costituzione.

Come abbiamo gridato giustamente il nostro
scandalo contro il baciamano di Berlusconi a Gheddafi, vorrei leggere {{prese
di distanza indignate e sapienti di donne}} da questa nuova guerra per il
petrolio che ancora una volta prende a pretesto i diritti umani di un
popolo.

Proprio perché è già accaduto mille volte nella storia, {{non dovremmo
più abboccare a questo amo avvelenato}}. C’è qualcuna disposta a credere oggi
che la santa alleanza dei potentissimi Achei organizzò la gigantesca
spedizione punitiva contro Troia per {{riportare a casa la bella Elena?
}}

Qualcuna prospetta l’angoscioso dubbio: che cosa avremmo dovuto fare di
fronte alla richiesta di aiuto da parte di ribelli assediati e minacciati di
morte ? Lasciar massacrare Bengasi, come ieri fu per Sarajevo? Non ci resta
che scegliere{{ il meno peggio}} e accettare questa guerra alla Libia, pur senza
credere all’ipocrita giustificazione dell’intervento umanitario? {{Ma davvero
siamo disposte a rinunciare alla possibilità, che c’è sempre, di un’alternativa
alla guerra?}}

Io credo che {{le diplomazie occidentali che si ergono a tutrici dei diritti
dei popoli avrebbero potuto agire ben più efficacemente prima}}, nel corso
degli ultimi 40 anni. Ma finché Gheddafi gli ha fatto comodo, poteri
pubblici e privati hanno fatto grossi affari con lui e lo hanno perfino
riverito.

E anche nelle ultime settimane, di fronte al precipitare della situazione,
si sarebbero potute efficacemente praticare {{forme di mediazione}}, che sono
state proposte da governi contrari alla guerra. Il Consiglio di Sicurezza
dell’Onu avrebbe potuto decidere rapidamente per l’invio di una forza d’interposizione.

Certo che la situazione era drammatica e complicata, ma proprio per questo
{{andava affrontata con altri strumenti}}. Anche ad un’osservatrice di media
esperienza, come posso essere io, era apparso subito chiaro che{{ la
ribellione esplosa in Libia, dopo la Tunisia e l’Egitto, presentava aspetti
diversi da queste ultime e contraddittori}}: fra le file degli insorti che
reclamavano la fine della dittatura si erano inseriti gruppi secessionisti e
probabilmente monarchici (per quel che ho potuto leggere) che hanno pensato
di approfittare della ribellione popolare per far tornare la Libia indietro
nel tempo, addirittura alla condizione precedente la lotta di liberazione
anticoloniale.

La mia opinione è che a queste sollecitazioni, e {{non certo
alle invocazioni degli oppressi,}} hanno subito risposto le vecchie potenze
colonialiste e le nuove. Ed è un caso che dal mondo arabo abbiano subito
aderito alla santa alleanza proposta da Francia e Regno Unito le monarchie
vicine?

{{Perché in quarant’anni non si è intervenuti per tutelare i diritti umani del
popolo palestinese, che per metà vive da rifugiato nella propria terra?}} Non
hanno lo stesso peso dei ribelli di Bengasi, i palestinesi?

E voglio
ricordare un’altra ferita che sanguina ancora: {{il Rwanda}}. Uno sterminio, un
milione e mezzo si è detto, nell’indifferenza, o quasi, dei tutori
occidentali dei diritti umani. Si sollecitò inutilmente un intervento
dell’Onu, una forza d’interposizione avrebbe potuto salvare centinaia di
migliaia di vite umane. Non sarebbe stato neanche così rischioso, per truppe
superarmate come quelle di cui dispongono le superpotenze, considerato che
lì uomini, donne e bambini venivano ammazzati a colpi di machete. Tanto più
che la Francia aveva ed ha a non molta distanza, in Ciad, moderne basi
militari che sta ora usando per l’attacco alla Libia. Ma forse allora si
valutò che quelle vite non avessero alcun valore, economico intendo.
{{Soltanto dopo il massacro }} l’Osce mandò i suoi incaricati a “monitorare”,
come si dice. E non potrò mai dimenticare {{lo sguardo ancora angosciato e
stordito di}}{{ Annalisa Milani,}} che era uno di quegli incaricati, mentre,
tornata in Italia, mi raccontava la nausea di un mese passato a contare
cadaveri fatti a pezzi.

Non ho risposte certe alle domande e ai dubbi. Ma {{vorrei che non perdessimo
la voglia di capire e di indignarci, anche quando non tutto ci è chiaro}}.
Anche quando non abbiamo risposte pronte alla prima obiezione che è
pervenuta in risposta all’appello di Marie Debs messo in rete: che
possiamo fare noi? come potremmo agire efficacemente? Intanto parliamone,
perché sia chiaro al mondo che questa ennesima guerra non si fa in nostro
nome e che noi non scegliamo il silenzio perché è meno impegnativo.

{immagine da}: gruppokos.blogspot.com