La presenza di alcuni psicanalisti a {L’Infedele}, invitati, prima e dopo la grande manifestazione di piazza del 13 Febbraio, a dare la loro lettura su quanto sta accadendo in questo momento politicamente bollente, mi sollecitano a ritornare sulla penuria, in Italia, di donne psicanaliste in grado di contribuire in modo significativo sulla violenza e sulla discriminazione in genere e di genere e disposte – perché no – a scendere in piazza. {Lungo tutta la storia della filosofia persiste l’idea davvero singolare di un’affinità fra la filosofia e la morte}. (Arendt)

Vien da chiedersi se l’enunciato di Hannah possa essere riformulato così:

{Lungo tutta la storia della psicanalisi persiste l’idea davvero singolare di un’affinità fra la psicanalisi e la morte.}

Nessuna connessione, forse, con l’enunciato lacaniano secondo cui la funzione dell’analista nella cura sarebbe quella di “fare il morto”.
_ Eppure capita, a volte, di provare imbarazzo per il lavoro che si fa ed è per questo che vorrei entrare nel dibattito di queste ultime settimane entrando un po’ di traverso dalla porta aperta alla psicanalisi da Gad Lerner in alcune sue trasmissioni.

La presenza di alcuni psicanalisti a {L’Infedele}, invitati, prima e dopo la grande manifestazione di piazza del 13 Febbraio, a dare la loro lettura su quanto sta accadendo in questo momento politicamente bollente, mi sollecitano a ritornare sulla penuria, in Italia, di donne psicanaliste in grado di contribuire in modo significativo sulla violenza e sulla discriminazione in genere e di genere e disposte – perché no – a scendere in piazza.

[Le psicanaliste e l’Agorà->http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article2809], un articolo pubblicato ne Il Paese delle donne, poneva la questione, con largo anticipo sui tempi, nel 2008.
_ Si fa fatica a riconoscere, in effetti, all’interno di una disciplina ingessata, devitalizzata, incapace di rinnovarsi e di fare un passo oltre l’individuale, gli slogan e il settarismo delle “chiese”, “un pensiero che non è più regno dei maschi”.

Prova ne sia il fatto che sarebbe impossibile stilare un “elenco ragionato” di psicanaliste “protagoniste di una rivoluzione”,”diverse nel linguaggio” ma “unite nella polemica”, che somigli, anche solo da lontano, al nutrito elenco di filosofe protagoniste di detta rivoluzione, stilato dall’Espresso in un articolo intitolato [La filosofia è donna->http://www.leprotagoniste.org/sites/default/files/LA%20FILOSOFIA%20E%27%20DONNA.pdf].

La psicanalisi non è donna, non lo è mai stata – e forse non è neppure necessario che lo sia – benché si debba alle donne e alle loro cosiddette “patologie” la sua esistenza e la fortuna di molti “professionisti della psiche” tra la metà degli anni ’70 e gli anni ’80.
_ Neppure la filosofia, in verità, è mai stata donna e Luce Irigary – filosofa prima che analista – lo sapeva così bene da dar vita, a suo tempo, al pensiero delle differenza su cui un certo numero di filosofe femministe, soprattutto italiane, si sono poi cimentate e confrontate dando il meglio di loro stesse, denunziando e mettendo radicalmente in discussione l’impianto fallologocentrico del pensiero filosofico maschile e l’ordine simbolico che da sempre affliggono la cultura dell’occidente.

Un ordine simbolico ereditato acriticamente dalla psicanalisi ortodossa e non, che, dopo aver elaborato – con buona pace di Arendt – una teoria declinata rigorosamente al maschile singolare, si è sempre preoccupata di “curare” le donne includendole a forza e senza riuscirci, in una dottrina scritta da uomini e per uomini. A cominciare da Freud e da quelle “isteriche” resistenti e ingrate – come Dora – per nulla inclini ad accreditare successi immeritati sul conto del grande Maestro.

Le donne, è vero, hanno una funzione importante e decisiva: servono, non c’è dubbio. Sono servite alla psicanalisi e agli psicanalisti, sono “servite”, il 13 Febbraio, alla sinistra e ai fautori dell’antiberlusconismo con la loro imprevedibile e sontuosa presenza nelle piazze d’Italia dopo oltre trent’anni di silenzio tombale.

Dinanzi a una così massiccia partecipazione di donne diverse per età, condizione sociale, razza e religione, si è riaccesa in cuor mio, – perché non dirlo – la segreta speranza di un ritorno di fiamma, quanto mai salutare e benefico, di un po’ d’ “isteria” dopo anni di scomparsa – forse non casuale – e di omologazione del disagio femminile entro quadri clinici e nosografici tipicamente maschi, a riprova – se ce ne fosse bisogno – dei danni risultanti da un egualitarismo indifferenziato in cui il marchio vincente del patriarcato diventa preclaro persino nella “malattia”.

Qualcosa di sorprendente è successo il 13 Febbraio. Qualcosa di imprevisto e prevedibile al tempo stesso che urge di essere approfondito, qualcosa che il trionfo di un moralismo da parrocchia non basta a spiegare ma in cui non è difficile riconoscere una precipitazione agita e fomentata dalla fretta di “concludere” contenuta in un appello tanto accorato quanto disperato: Se non ora quando che, fra un troppo presto e un troppo tardi, si è collocato, con incredibile tempismo, al momento giusto: “O adesso o mai più”.

Che da questa precipitazione, da questo “agito” – non elaborato e non sostanziato, in alcune città, da un dibattito preliminare e postumo sufficientemente ampio – le donne possano trarre profitto, che tutto dipenda – lo ricorda Montalcini – “da quello che in futuro sapranno fare” per creare su basi completamente nuove, le condizioni per la nascita e la crescita di un nuovo movimento, resta, al momento, un desiderio e basta.

Un desiderio e basta che rischia però di non bastare a se stesso, di restare vuoto e frusto se non ne segue la messa a tema, l’analisi e lo scioglimento di quel nodo costantemente rimosso che è la complessa vicenda delle relazioni fra donne. Occorre rivoluzionare – come qualcuna ha scritto – “il nostro modo di interagire con l’altra da noi diversa”, per poter “sviluppare ulteriormente le nostre capacità…di incidenza sociale”.

Che in questo futuro “saper fare” delle donne auspicato da Montalcini il contributo delle psicanaliste possa avere una parte, è possibile e auspicabile solo in una prospettiva di ripensamento e riformulazione del rapporto fra la psicanalisi e{ [Le filosofie femministe->http://www.evalunalecce.it/index.php/libri/movimento-movimenti/adriana-cavarero-franco-restaino-le-filosofie-femministe.html]} – come titola il libro di Cavarero e Restaino.
_ Un rapporto da approfondire e ridefinire anche alla luce della considerazione, non trascurabile, dell’ingente numero di donne che, a partire dalla pratica dell’autocoscienza presente in moltissimi gruppi negli anni ’70, hanno successivamente affrontato dei percorsi analitici individuali.

Che fine hanno fatto queste donne? Che ne è stato di loro? Come hanno operato in quegli anni e come operano attualmente sul disagio femminile la “formazione” e la “direzione della cura” proposte dalle varie “scuole” del Patriarcato psicanalitico e da altri patriarcati minori?

In che misura la quasi scomparsa dell’isteria, l’incremento dell’anoressia e la diffusione epidemica fra le donne di una nevrosi di genere tipicamente maschia (la nevrosi ossessiva), hanno rispettivamente a che fare con le “cure” “dirette” dai Padri e/o con un’ idea di emancipazione femminile in cui a risultare vincente e a rivoltarsi contro le donne, è una condizione di alienazione-depressione cronica conseguente a un’ omologazione della donna a modelli di comportamenti virili?

Azzardare delle risposte comporta che ci si interroghi, innanzi tutto, sulle ragioni per cui a fronte di un consistente numero di filosofe diversamente interessate a intrecciare con la psicanalisi un dialogo aperto, critico e intelligente – Butler, Braidotti, per citarne alcune soltanto – si registri, sul versante psicanalitico, una resistenza delle donne a iniziare, dall’interno della loro disciplina, quel lavoro di critica e di decostruzione del modello patriarcale iniziato ed elaborato negli anni da filosofe e teoriche del femminismo.

L’ignoranza o la scarsa conoscenza di molti importanti contributi filosofici femminili e la loro incidenza, pressoché nulla o marginale, nella formazione degli/delle psicanalisti/e, traspare chiaramente dalle “canzoni da organetto” interpretate dai due psicanalisti ospiti di Lerner a {L’Infedele}.

La lagnatio sulla crisi del paterno, responsabile di tutti i mali e il dito puntato sull’oscenità del “godimento fallico” del Tiranno di turno (il Premier), non sono certo finalizzati alla messa in discussione di un intero sistema di pensiero misogino la cui implosione, ormai incontenibile, lungi dall’essere imputabile all’eclissi dei Padri lamentata, è il risultato inevitabile della loro universale presenza tirannica in ogni più piccolo segmento della nostra società.

E poi, e poi…Che cosa sarà mai questo “godimento fallico”, questo godimento osceno del Tiranno di cui, con l’aria di svelare chissà quale arcano, uno degli invitati di Lerner si diletta sul Il Manifesto del 10 febbraio alludendo al Premier e alle sue notti furibonde? E’, volgarmente detto, il godimento masturbatorio, il “godimento d’organo” – lacanianamente – “dell’idiota”.

Il fatto è che se questo “godimento fallico” non è altro – come si dice – che il “godimento d’organo” – non si può, credibilmente, teorizzare l’assoluta distinzione fra pene e fallo, non si può sostenere che il fallo non ha nulla a che fare con l’organo maschile, non si può convincere né se stessi, né quella rompiscatole di Judith Butler – che su questo punto giustamente non molla – né le “femministe” tutte, dicendo che la psicanalisi è aliena da ogni forma di fallocentrismo.

E che altra sublime diavoleria sarebbe il “godimento “dell’Uno da solo”, “dell’Uno senza l’Altro?”. Se si vuol dire – come si dice – che il godimento maschile masturbatorio (dell’idiota) esclude la relazione, è forse necessario ricoprire d’oro la banalità scomodando, per simili ovvietà, delle categorie filosofiche pomposamente appuntate con la lettera maiuscola?

Vero è che a leggere e a sentir ripetere, da anni, formule vecchie e ormai maleodoranti verrebbe voglia di cambiar passione, di abbandonare il campo e la “cura” delle donne a preti e a buoni padri di famiglia che – dinanzi ai disastri prodotti, ad ogni livello, da una “normalità” maschile sulla quale si sono guardati bene naturalmente e neutralmente dall’indagare a fondo – non si stancano di spostare l’attenzione della pubblica opinione sulle “patologie” femminili.

Credo che per diffidare e prendere le distanze dagli anatemi scagliati contro il godimento perverso del Tiranno di turno – indifendibile, sia chiaro – e contro “l’ingombro fallico” (un ingombro da cui la psicanalisi “lacaniana” dovrebbe, prima che altri, liberarsi,) dovrebbe bastare la memoria viva della Tirannide esercitata dall’ Ecole freudienne fondata da Lacan, contro Luce Irigary, cacciata dalla Scuola per: “mancata fedeltà a un solo discorso”.

Come non vedere che lo scandalo dell’ “Uno che esclude l’Altro” imputato al “godimento fallico” del Tiranno di Arcore, obbedisce, mutatis mutandis, alla stessa logica dello scandalo psicanalitico che determinò l’esclusione di Irigary dall’ Ecole?
_ E non è forse ancora a questa stessa logica “fallica” – “vero tarlo della psicologia maschile” – che scinde ogni forma di legame con l’Altro sesso, che va imputato il perdurare della discriminazione fra i sessi, il sistematico oscuramento delle donne e/o della loro esclusione dall’ordine simbolico dei Padri che dura da millenni?

E’ davvero ancora possibile pensare, con tutto ciò che sta accadendo – una politica a brandelli, il numero di massacri di donne avvenuti in questi anni, le pratiche di infibulazione, le morti per lapidazione – che i problemi che abbiamo di fronte siano stati determinati dall’ “eclisse” della figura paterna, quando ad aver dato vita a un sistema di pensiero omicidario-suicidario fatto di astrazioni, di dualismi, di contrapposizioni, di scissioni, di esclusioni, sono stati proprio alcuni celeberrimi Padri della filosofia su cui qualche donna ci ha sputato sopra e su cui qualche altra ha più gentilmente indagato mostrandone la vocazione mortifera?

Quali “cure”, quali trasformazioni individuali, sociali e politicheuale ci possiamo aspettare da una psicanalisi che di quella filosofia è l’erede diretta?
_ Quale lavoro di crescita è possibile con uomini e donne cui la via della “castrazione” – simbolica, s’intende, – viene raccomandata in modo sessualmente indifferenziato?
_ Con uomini che schiacciati dal peso e dalle tensioni di una virilità insopportabile che fagocita ai miti della forza, dell’eroismo e della morte, preferiscono ai luoghi tradizionali della cura, il setting, più seducente, offerto loro dalle prostitute?

Se c’è qualcosa su cui, da campi disciplinari e da prospettive diverse, varrebbe la pena di focalizzare l’attenzione, è l’intimo legame che tiene insieme patriarcato, clinica del maschile e pulsione di morte. Sarebbe opportuno attraversare e connettere con il necessario rigore, categorie cliniche, esperienza clinica e categorie filosofiche: nevrosi ossessive e paranoia da un lato e metafisica dall’altro a partire dalla nozione freudiana di pulsione di morte sganciata dalla sfera esclusiva del biologico e collocata al suo giusto posto di “concetto limite fra lo psichico e il somatico”.
_ Chissà che non sia giunto il momento di arrischiarsi a lavorare sulle “patologie delle comunità civili” come auspicato da Freud, che a conclusione del {{Il disagio della civiltà}} scriveva:

…C’è una domanda, però, che mi è difficile scartare. Se l’evoluzione della civiltà è tanto simile a quella dell’individuo…, non è forse lecita la diagnosi che alcune civiltà, o epoche civili – e magari l’intero genere umano – sono divenuti “nevrotici” per effetto del loro stesso sforzo di civiltà?

Ricordando le parole di Arendt riportate all’inizio, direi, a conclusione, che a offrirci quanto c’è di meglio per l’avvio di un lavoro in questa direzione, sono alcuni testi di Arendt e il {Nonostante Platone} di Adriana Cavarero, scritto nel 1990 e ristampato due anni or sono: uno spaccato formidabile in cui l’analisi del rapporto fra la filosofia e la morte, la centralità del maschile e la morte, la metafisica e la morte, l’universale e la morte, l’ordine simbolico e la morte che attraversa il testo dall’inizio alla fine, contiene tutti presupposti necessari per una tale indagine.
_ Sarebbe utile?

Credo di sì ma meglio confidare, nel frattempo, che nella “direzione della cura” delle/dei loro pazienti le psicanaliste non ancora passate a miglior vita, evitino, prendendo a modello i loro colleghi maschi, di “fare le morte”. Se non altro perché “a spossessare il soggetto da ogni possibilità di pensare” è, come, scrive Orwell, il sogno del potere.