Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettura del libro “Non è un gioco da ragazze” che amplia la breve recensione da noi già pubblicata, soprattutto per quanto riguarda l’importanza della rivisitazione della esperienza dei coordinamenti nazionali donne Flm per riflettere oggi sugli ideali di trasformazioni radicali di quegli anni e indagare le forme di partecipazione, democrazia e innovazione politica che sindacaliste femministe e lavoratrici seppero sviluppare.I tre saggi pubblicati dall’EDIESSE nel libro {Non e’ un gioco da ragazze } (pp.419 €20) raccolgono le ricerche realizzate per le tesi di laurea delle tre giovani autrici, {{G Cereseto, A Frisone e L. Varlese}}, sull’esperienza femminista nei coordinamenti FLM negli anni ’70. *

Attraverso l’uso sia di fonti orali (interviste a protagoniste) che scritte (stampa e documenti d’archivio) vengono ricostruite le fasi salienti dei Coordinamenti donne sia a livello nazionale (Varlese) che dell’esperienza particolarmente significativa della FLM delle grandi fabbriche genovesi (Cereseto e Frisone).

Queste ricerche gettano qualche fascio di luce sulla vicenda del femminismo sindacale che, secondo {{Anna Rossi Doria }} (Prefazione al libro), è “la più originale di tutto il neofemminismo italiano”, ma anche quella rimasta più in ombra, benché nell’ultimo decennio siano stati pubblicati alcuni seri studi in materia ({{Motti, Lunadei e Chianese}}) e alcune raccolte di documenti e testimonianze. Con questa pubblicazione s’aggiunge {{un tassello alla conoscenza del sindacato degli anni ’70-’80 e soprattutto alla storia del movimento femminista}} che e’ ancora tutta da scrivere e che le autrici, lontane due generazioni da quella stagione di lotte, indagano con partecipazione e giusta distanza critica nel dichiarato {{obiettivo di iniziare a superare quella sorta di incomunicabilità cui sembrerebbero condannate le esperienze del neofemminismo e riannodare un dialogo tra generazioni}}. Le ragioni di questa pubblicazione, quindi, non sono solo nel valore storiografico delle ricerche, ma anche politiche, per riflettere oggi, nella fase di spiazzamento del sindacato, sugli ideali di trasformazioni radicali di quegli anni e indagare le forme di partecipazione, democrazia e innovazione politica che sindacaliste femministe e lavoratrici seppero sviluppare.

Grazie anche all’esistenza del soggetto unitario FLM che nella sua vita poco più che decennale seppe aprirsi a sperimentazioni politiche, vide la luce{{ il Coordinamento nazionale donne (seguito poi da Coordinamenti locali),}} creato da donne che si riconoscevano nella doppia appartenenza e militanza nel movimento femminista e nel sindacato, tra cui protagoniste principali{{ Chiara Ingrao, Paola Piva, Sesa Tatò e Alessandra Mecozzi. }}

{{
Elemento fondativo del Coordinamento}} e’ la rivendicazione dell’autonomia delle donne rispetto all’organizzazione e ai tempi del sindacato, sì da poter dar voce “dal basso” ai loro bisogni e soggettività e poter valorizzare la differenza femminile affermandola come diversità piuttosto che come debolezza, tradizionalmente bisognosa di particolare protezione. Da qui il tratto dirompente del Coordinamento rispetto all’idea classica di rappresentanza sindacale: il lavoro come cardine d’identità collettiva e’ messo momentaneamente da parte in favore del {{riconoscimento fondato sul genere}}, del riconoscimento del soggetto collettivo “donna”.

Utilizzando linguaggio, categorie e pratiche femministe i coordinamenti cercarono di modificare l’insieme della politica e della cultura del sindacato, criticando la marginalità assegnata alle donne, mettendone in discussione l’esclusivo riferimento al mondo della produzione, aprendo a tematiche quali il lavoro riproduttivo, i tempi di vita, la salute, la sessualità e indirizzando l’azione anche verso soggetti esterni ai luoghi di lavoro. In questo senso {{la posizione dei Coordinamenti FLM fu sempre di frontiera }} oscillando lungo un crinale stretto tra movimento delle donne e politica sindacale tradizionale.

Nei saggi del libro la narrazione ripercorre l{{e battaglie chiave del Coordinamento Nazionale e di quello di Genova}}, innanzi tutto la partecipazione alla battaglia per la legge 194 sull’aborto. Ma è soprattutto la debolezza occupazionale femminile, determinata dal ruolo domestico oltre che dagli standard lavorativi fissati sul modello maschile, ad essere al centro delle richieste di radicali trasformazioni dell’organizzazione del lavoro e del rapporto fabbrica-società culminate in quell’“ultima fiammata” che fu{{ il convegno internazionale di Torino sul tema “Produrre e riprodurre” (1982)}} che e’rimasto come contributo di portata storica alla concezione unitaria dei due aspetti.
Per far fronte al doppio lavoro delle donne il Coordinamento nazionale indicava la prospettiva di “lavorare tutti un po’ meno in fabbrica per lavorare tutti un po’ di più nella società”, rivendicava l’ampliamento dei servizi pubblici e, in vista del rinnovo contrattuale del 1979, l’inserimento nella piattaforma di permessi retribuiti per madri e padri.

All’interno della richiesta di {{una diversa articolazione dei tempi di lavoro e vita per tutti e, in primis, per le donne}}, s’inserisce il netto rifiuto del Coordinamento nazionale e di quello genovese all’introduzione del tempo parziale per i genitori di bimbi piccoli in quanto considerata una risposta individuale a un problema che era invece collettivo: più che uno strumento di conciliazione di lavoro e vita sarebbe stato una forma di penalizzazione delle lavoratrici madri, comportando dipendenza economica dall’uomo, minori opportunità di qualificazione e rafforzamento del loro ruolo familiare e spalancando, inoltre, la porta al rischio di una flessibilità senza garanzie di contropartite occupazionali.

Nel contratto nazionale del 1979 non venne introdotto il parttime ma non furono nemmeno accolte le principali richieste del Coordinamento nazionale che subì quindi una cocente delusione.

Molto maggior successo ottenne invece l’organizzazione da parte dei {{Coordinamenti dei corsi di 150 ore}} dedicati alla condizione femminile. Coinvolgendo pure donne di contesti diversi, studentesse e casalinghe, le 150 ore furono utilizzate come {{spazio separato e autonomo in cui affrontare tematiche escluse dagli interessi del sindacato e anche dal dibattito accademico}}, quali la salute della donna, la sessualità, la conoscenza del proprio corpo. Ma soprattutto la novità di questi corsi riguardava il metodo, il “partire da sé”, dall’esperienza vissuta delle partecipanti per una presa di coscienza e di parola diretta, arrivando in alcuni casi a rifiutare qualsiasi interazione con docenti ed esperti perché “le donne imparano da se stesse e dalle altre donne”. In molti casi, però, essi furono anche una formidabile occasione d’incontro tra la cultura ufficiale dell’università e quella elaborata dal movimento femminista. Attraversati dalle tensioni tra la visione femminista, basata sulla politicità intrinseca all’esperienza di autoformazione e alla rottura del sistema tradizionale di produzione e trasmissione del sapere, e quella tradizionale del sindacato che li concepiva come una specie di scuola propedeutica all’attività sindacale, i corsi rappresentarono per le donne molto più che una semplice opportunità di formazione, riuscendo altresì a stimolare l’attivazione delle lavoratrici nelle iniziative sindacali. Tant’è che, nonostante le ostilità e le resistenze del sindacato al loro separatismo, la partecipazione vi si mantenne elevata per anni e incominciò a declinare solo con l’esaurirsi del movimento femminista e la crisi del sindacato.

I profondi mutamenti del mondo economico e industriale degli inizi degli anni ’80, la crisi che mette in ginocchio in particolare il triangolo industriale, il declino del sindacato conflittuale e la fine dell’esperienza unitaria dei sindacati metalmeccanici nel 1984, insieme con la riduzione degli spazi politici dei movimenti più radicali con l’esplodere degli anni di piombo, convergono a determinare mutamenti di cui anche i coordinamenti FLM non potevano non pagare il prezzo. Nelle parole di {{Piva }} del 1982 si trova la sintesi più efficace dell’impasse del femminismo sindacale: “ anche se abbiamo sempre avuto un rapporto conflittuale con la sinistra e con il sindacato, questo rapporto è diventato molto più difficile nel momento in cui sinistra e sindacato restringevano il proprio progetto di trasformazione, si ponevano su posizioni difensive, privilegiavano la politica istituzionale”.

Allo stesso tempo, le vicende che accompagnano i referendum sulla legge 194 così come la proposta di legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, cui aderì tra gli altri anche il Coordinamento nazionale donne FLM, segnalano{{ il declino della carica antistituzionale dello stesso movimento femminista}}, mentre, d’altra parte, il manifestarsi delle differenze tra donne e l’esaurimento della pratica dell’autocoscienza indicano anche {{il logorarsi delle sue energie interne,}} o meglio, la loro trasformazione verso nuove forme di azione femminista, declinate in chiave teorica e culturale più che direttamente politica, con il moltiplicarsi di gruppi, librerie, centri di studio e ricerca, archivi e la transizione verso quello che e’ stato descritto come “femminismo diffuso”.

Nella loro breve stagione i coordinamenti donne FLM non riuscirono a realizzare i loro obiettivi piu’radicali. Come sostiene{{ Rossi Doria}}, {{nell’esperienza del femminismo sindacale si condensano sia le contraddizioni tra organizzazioni e movimenti in generale che quelle tra politica delle donne e politica tradizionale.}} La difficoltà maggiore, nelle parole di {{Varlese}}, era “nella esigenza di colmare una doppia assenza: quella dell’organizzazione che non riusciva ad impostare un’azione nei confronti della questione femminile se non in termini di tutela, e quella del femminismo autocoscenziale, che prospettava un cambiamento radicale di sé, ma non forniva strumenti per un’azione politica differente nei tradizionali luoghi istituzionali”. La tensione tra il linguaggio femminista e quello sindacale rimase irrisolta e forse irrisolvibile. I coordinamenti miravano a un obiettivo così arduo da rivelarsi irraggiungibile: non si trattava solo di affermare i bisogni delle donne traducendoli in diritti, ma di trasformare radicalmente “sia il modo di lavorare nella riproduzione che il modo di lavorare nella produzione”, di destrutturate il modello maschile di lavoro produttivo, di modificare le pratiche del sindacato e, più in generale, il modo di fare politica e il rapporto con il potere affermandovi le modalità scaturite dalle pratica politiche del neofemminsimo.

Anche se si dimostreranno impossibili, {{queste sfide consentiranno lo sviluppo di idee utili per il futuro}}: hanno contribuito a introdurre nell’orizzonte politico e culturale del sindacato temi come la falsa neutralità dell’organizzazione del lavoro, la divisione sessuale del lavoro, una nuova sensibilità rispetto alle forme di discriminazione di genere e alle rivendicazioni delle donne e hanno stimolato anche una maggiore presenza di donne in tutte le strutture della CGIL, inclusi i livelli dirigenti.

Il libro utilmente {{inizia a recuperare il patrimonio politico e culturale del femminismo sindacale}} per utilizzarlo e rinnovare, nell’attuale lunga fase di crisi del sindacato e del femminismo, la consapevolezza dei processi e delle lotte che hanno portato alla conquista di diritti, oggi in parte rimessi in discussione, nonché far conoscere la lungimiranza di prospettive, oggi cancellate dall’oblio, quale può essere, ad esempio, quella simboleggiata nella parabola del lavoro part-time e della flessibilità su cui le femministe dei coordinamenti avevano evidentemente visto giusto.

* [Testo già pubblicato in womeninthecity.it ->http://www.womeninthecity.it/index.php?option=com_content&view=article&id=79:le-sfida-impossibile-dei-coordinamenti-donne-della-flm-negli-anni-settanta-&catid=90:hot-points&Itemid=59]

Precedente recensione in “il paese delle donne on line”
[Non è un gioco da ragazze->http://www.womenews.net/spip3/ecrire/?exec=articles&id_article=7439]

immagine da [generazioni di donne.it ->http://www.generazioni-di-donne.it/mostra_15_donne/mllenovecentosettantasei_file/mllenovecentosettantasei.]