Il lancio dell’iniziativa del [19 novembre a Napoli->http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article7204], ha suscitato una
serie di domande lunghe e brevi, commenti, rivolti a me per tutte. Io
naturalmente posso solo rispondere per me stessa e lo faccio rivolgendo a mia volta domande e considerazioni, non precisamente a chi me ne ha rivolte.

Siamo una piccola minoranza in senso numerico, e abbiamo però una cifra che ci accomuna anche nell’immaginario più sfumato:{{ la dignità femminile.}} Questo ci fa diventare e percepire pericolose anche nella più piccola espressione critica che invada il regno immobile dei partiti di governo e non.

È {{dentro le pari opportunità }} che quei partiti immobili ci hanno assegnato un posto per criticare, opporci, esprimerci. Un piccolo pezzo nel quale la mediazione trasversale è un dogma, per non ripetere il rito delle litigiosità maschili, insomma dove è proibito litigare.

La dignità femminile ha il permesso di esprimersi solo lì, dove è {{ingessata secondo principi “stabiliti per legge”}} cioè quella elaborata da quei partiti ingessati nei limiti dei loro privilegi? A quanto pare ancora si.

In quella parte e nella sussidiarietà, anche essa stabilita per legge, ci
è permesso esistere come soggetto politico, con il tentativo neanche
troppo celato di assegnarci{{ compiti di servizio e di utilità pubblica}}.
Utilità in tutte le stagioni, perché la legge è indifferente all’avvicendarsi dei governi.

Associarci ad un’idea di servizio è un’idea non necessariamente
sgradevole, ma che di fatto delimita la libertà di espressione e
quell’autodeterminazione alla quale nessuna di noi rinuncia almeno in
linea teorica.

{{ Scegliere la dimensione politica}}, al di fuori della vocazione al servizio, che non è propriamente il lavoro di cura, non è quindi né facile né luogo di riconoscimenti, è anzi {{un esercizio dove incombono divieti allo sconfinamento }} nella sfera riservata ai partiti. È dunque, quella scelta, nonostante tutto, un esercizio vissuto dalla cultura ufficiale, questo sì, trasversalmente come un pericolo, non solo in Italia.

Siamo dunque, senza reticenze, una piccola minoranza ma con un target nient’affatto piccolo, che ci trasforma in una forza nella parte femminile del popolo e in quella parte “sensibile” dei diritti umani, quella delle libertà.

Per questi motivi e per altri, che sarebbe lungo ed inutile spiegare qui,
chiedendo le dimissioni di n governo non sarebbe fatto nostro: abbiamo sconfinato.

La cosa che più ci si addice, contrastare la negazione della nostra
dignità e la violenza laddove ed ovunque si esprima, è invece proprio
quella di {{chiedere le dimissioni del Governo Berlusconi}},{{ senza aspettare l’indicazione del luogo dove chiederla e senza avere un capo da seguire.}}

{{ Perché Berlusconi e non prima altri? }} A questo va risposto che questa domanda è poco generosa sul ruolo dell’elettorato femminile. Davvero è possibile pensare che la caduta dei governi precedenti non abbia avuto dentro l’apporto determinante delle donne? È stato un {{apporto invisibile}} grazie, sembra un gioco di parole, all’invisibilità imposta ai gesti femminili, che solo se restano tali possono essere interpretati da altri che ne hanno la convenienza. {{La convenienza a ridurre il dissenso femminile in quello familiare.}}

La consapevolezza che abbiamo costruito, da minoranza politica anomala, ha generato stagioni, non campagne, che ne esigono altre.

Fare un passo verso l’altrove, in un campo dove tutto sembra essere stato detto, quello del {{voto}}, sgradito tanto alla sinistra quanto alla destra, è un’altra tappa nel territorio di sconfinamento delle donne. Il territorio dove si ridefiniscono i contorni sia della sinistra che della destra, fino ad ora {{riservato “per legge” agli uomini}}.

{{ Perché anche il governo Berlusconi deve dimettersi?}} La risposta non sta solo nella platealità dell’attacco, solo apparentemente sgangherato, di un capo. Tutto il Governo è stato concentrato su obiettivi di{{ rafforzamento del privilegio maschile}}, in un momento di crisi che postula la liberazione da schemi che ingabbiano la produttività femminile nel lavoro non pagato e “concesso” come integrativo di quello maschile. Tutto il governo è rimasto concentrato sulla cancellazione degli obblighi istituzionali verso i cittadini, rinverdendo{{ il valore del patriarcato}} “glorioso” ed opulento che tutti sono chiamati {{“religiosamente”}} ad assumere.

Mentre mondialmente si accende la visibilità sulle creatività femminili
politiche alternative, sui piani nazionali quelle creatività vengono
combattute in modi differenti, stanti le pratiche femminicide.

Il Governo Berlusconi ha scelto una strada molto efficace ed agevole per chi dispone della maggioranza dei mezzi di comunicazione di massa. La riesumazione del {{modello Pompadour}} e l’istituzionalizzazione dello “scandalo” che comporta. L’inclusione scandalosa delle donne nel potere, è l’opportunistica risposta alla crescita della consapevolezza “del bisogno di donne in politica”. Le donne ci sono, ma lo “scandalo” rimane per avere in mano la possibilità permanente di escluderle come genere “scandaloso”.

Non è una novità, neanche un colpo di genio, è solo l’espressione di un potere che è ostacolato nella sua corsa distruttrice dalla cura delle
donne. Omettere di mostrarla è una bella responsabilità, assumersela è un anacronismo.

C’è {{una brutta legge elettorale in Italia}}, ma lo dico con un po’ di
vergogna, rispetto alle donne che si fanno picchiare ed uccidere per
votare in altri paesi. E non sappiamo neanche in quanti Paesi sia così. C’è una brutta legge elettorale, ma il voto è un nostro diritto, per il quale rischiamo poco e molto, con uno svantaggio primo tra tutti
l’invisibilità, che non è la sacrosanta segretezza, che noi stesse abbiamo malinteso come un diritto. Votare contro chi ha fatto male, non è dire per chi si vota, ed è una pratica per tutte le stagioni, per tutti i cittadini, che grazie a questo fanno delle lobbies, e quante contro le donne!

La Pompadour era sola, inesperta giocoforza del futuro, incurante della strage delle altre. Noi guardiamo lei e le sue eredi, potendo vedere lo scandalo degli uomini che le consumano, prendendo atto della loro scelta di essere consumate, ma con lo sguardo fisso ai confini delle regole esistenti. {{Le regole che abbiamo detto, una volta per tutte, si ridiscutono con le donne e senza imbrogli.}}

Niente imbrogli: il Governo Berlusconi si deve dimettere.