Cara sig.Patrizia Khadija Dal Monte, le devo una risposta per la sua attenzione nei miei riguardi su “Islam-online” [(Io sono l’Occidente). ->http://www.islam-online.it/2010/05/io-sono-loccidente/]
Lei si riferisce a un mio articolo apparso su “Il paese delle donne online” ([Un pomeriggio in un centro culturale islamico->http://www.womenews.net/spip3/ecrire/?exec=articles&id_article=6346]).Lei , mi è parso leggendola, si è molto risentita tanto da concludere con un polemico: “ si riposi è stato un pomeriggio faticoso…”. Si vede che ha letto, dei numerosi articoli che ho scritto sull’argomento, soltanto questo che si riferisce a {{un’intervista a un gruppo di giovani donne}}. Lei è una nota leader italiana “ritornata” all’Islam che tanto scrive e spesso appare anche nelle Tv locali o nazionali. Ma proprio perché italiana di origine dovrebbe o potrebbe leggere secondo codici culturali e scientifici trasversali. Mi accusa di {{“grandi pregiudizi e sovrapposizione di categorie culturali }}“ perché interpreto la religione del Profeta secondo criteri sociologici. Lo stesso” trattamento” lo riservo più spesso alla Chiesa Cattolica. Ovviamente anche l’integralismo cattolico reagisce nello stesso modo.

{{ Sono una sociologa , ma anche una psicologa: mi è pertanto ben presente ciò che il velo “rappresenta per chi lo indossa”}}. Lei scrive: “Ancora il velo ad essere chiamato in causa ( e la foto per niente veritiera, ritrae donne con niqab ottimo e abbondante) e ancora una volta non ci riferisce a ciò che rappresenta per chi lo indossa, ma ad una propria concezione che ormai puzza di stantio, ma così difficile da abbandonare: il velo come segno di diseguaglianza e di sopraffazione, il velo come negazione della femminilità e della propria corporeità. Il velo come macigno che schiaccia la donna insomma.”.

Le vorrei ricordare che non molti anni fa {{Leila Djitli }}, giornalista di origine algerina che vive a Parigi, pubblicò un libretto intitolato {Lettera a mia figlia che vuole portare il velo }(ed. Piemme, 2005). Scriveva “una lettera” alla figlia che le aveva detto, un giorno, all’improvviso che voleva portare il velo con queste parole: “ ‘E’ importante , mamma, è la mia religione. Sono musulmana e sono fiera di esserlo. E’ la mia identità, non posso più nasconderlo’.”.
Leila vive proprio male la decisione della figlia e le dice :” Vuoi portare il velo. Il velo fa certamente parte della nostra storia. Io l’ho ereditato, nel modo che ti ho appena detto. Il mio, quello che a tua volta erediterai –devo trovarla quella scatola- è solo una parte, perché tu erediterai solo una parte di storia. A te spetta, partendo da quell’ultimo tratto, costruire la tua strada. E non ripercorrere quella già tracciata che, contrariamente a quello che credi, forse non ti appartiene. Tutto ciò mi fa pensare alla storia della messa in latino. Qualche anno fa, all’interno della Chiesa cattolica francese, la questione si è ripresentata. Quando il presente è difficile e il futuro fa paura, ci si aggrappa al passato. Ci si convince che è sicuro, solido. (….) Per me, il velo significa soltanto passato e reclusione. Un passato fatto di sofferenza o, peggio, di ipocrisia.”.

Ho l’età per raccontarle che queste ultime parole un po’ mi appartengono, perché {{il velo in chiesa l’ho portato anch’io}}. Come , ancora bambina e adolescente dell’Azione Cattolica ho diligentemente sempre evitato d’estate gli abiti senza maniche, perché le femmine non dovevano esporre i peli delle ascelle dimostrandosi così poco pudiche. Tutto ciò ci veniva proposto e imposto in nome di una lettura a-storica del Nuovo Testamento. Ma {{poi arrivò il Concilio Vaticano II}} mentre il movimento femminista si andava affermando tra le donne. E noi donne fummo protagoniste, nelle “comunità di base”, della ricerca teologica che proponeva una esegesi della sacra scrittura, Vecchio e Nuovo Testamento, non più in modo letterale, bensì in modo storico.
E un superamento, per esempio, della {{interpretazione patristica della donna così tributaria della società giudaica e della società classica}}. Anche se, bisogna dirlo, la svalutazione del corpo, della fisicità e della sessualità che ha in Paolo uno dei responsabili , è figlia di un giudaismo minoritario. Ma la Chiesa ha fortemente risentito del dualismo platonico. {{Le religioni si formano così, nel complicato intreccio delle storie locali.}}
Ben lo sanno le femministe musulmane che nei Paesi dove vige la Sharia propongono{{ la storicizzazione del bagaglio culturale islamico dal Corano ai detti.}} Ma nell’emigrazione si ha invece, per tante ragioni, una deriva fondamentalista. “il velo – scrive ancora la giornalista algerina- anche se tu dici di no, parla per te. Tutti lo fanno parlare al posto tuo. E’ una realtà. Non c’è bisogno di fare del proselitismo. È sufficiente il velo! E questo mi dà sui nervi, ma soprattutto mi preoccupa. Che tu voglia portare il velo per esternare la tua rivolta, per il bisogno di affermare la tua identità, per mostrare la tua appartenenza religiosa, posso capirlo. Ma se il velo è uno strumento di oppressione, un emblema politico, mi oppongo.”.

Per chiarire ulteriormente il mio pensiero, ricorrerò di nuovo a un sociologo studioso dei processi religiosi e in particolare dell’Islam come è {{Renzo Guolo}}:
“L’Islam è anche una cultura della socializzazione al controllo del corpo femminile, che permea il sociale del proibito, del tabù dell’impurità. Sebbene dal punto di vista religioso le donne siano ‘uguali agli uomini davanti a Dio’, esse non sono uguali all’uomo nell’ordine mondano. Le regole religiose codificano le relazioni tra genere maschile e femminile e quelle con le altre culture. Attraverso il controllo del corpo femminile si esprime il controllo della morale collettiva. La separazione tra sessi è considerata un fattore di regolazione sociale che garantisce la purezza dell’ordine comunitario me e la sua coesione.” .({Xenofobi e Xenofili, gli italiani e l’islam},Ed.Laterza,2003). .

Cara Sig.Patrizia , sono però disposta a scendere in piazza per difendere il vostro diritto a portare il velo, a ottenere ovunque, nei cimiteri , uno spazio riservato ai fedeli musulmani e a erigere moschee.
Resto invece perplessa di fronte a richieste di spazi riservati alle donne, di orari della piscina ecc.., di esoneri per le ragazze alla ginnastica mista ,ecc.

Abbiamo faticato, tanto, davvero tanto, a superare le classi nelle scuole divise per sesso e ,per le credenti, ai banchi in chiesa separati in un’ala maschile e in una femminile. Abbiamo faticato tanto a ottenere un diritto di famiglia che non ci obbligasse ad assumere il cognome del marito, a seguirlo “ovunque egli ritenesse opportuno fissare la sua residenza”, a togliere l’attenuante per i delitti d’onore e il ruolo di “capo famiglia” per il congiunto, che, francamente, non sono disposta a “rispettare” su questi aspetti la “libertà religiosa” di qualunquereligione.

{{Ileana Montini}}

{immagine da} mediterraneomarnero.it