L’informazione “progressista” fa da contraltare a quella più deliberatamente offensiva e violentemente misogina, fustigando prima di tutto le donne. Ancora una volta, non in nostro nome.
Nella trasmissione “Le storie. Diario italiano” di ieri 13 maggio, in studio due donne, c’è stata la riproposizione delle domande che appassionano da qualche tempo alcuni intellettuali molto influenti: “{perché le femministe, se ci sono, non scendono in piazza?}” “{dove è la dignità delle donne in Italia?}”.

Non è per rispondere a queste domande che scrivo, ma per chiedere al dott Augias ed alla redazione del programma quale percorso abbiano seguito per costruire la trasmissione in oggetto, percorso che mi è sembrato parziale omissivo.
_ Nel corso della trasmissione è stato presentato un piccolo documento nel quale, a paradigma della lesività della cultura corrente verso le donne, si vede ripresa la famigerata pubblicità Relish.

Chiedo come mai la redazione e il conduttore, nell’informarsi e nello scegliere quel taglio per il piccolo servizio, non abbiano doverosamente citato la circostanza che quella pubblicità è stata (da tempo) ritirata per disposizione dello IAP, e che la denuncia, così come altre all’origine di numerosi ritiri disposti dall’istituto, è stata presentata dall’Udi e dalle femministe.

Mi hanno peraltro colpita le parole con le quali il dott. Augias ha commentato la pubblicità: le stesse con le quali l’UDI di Napoli, al tempo, ha motivato la [richiesta di ritiro della pubblicità Relish->http://www.womenews.net/spip3/spip.php?page=recherche&lang=it_fem&recherche=relish], cioè per le gravissime allusioni ai reati di violenza sessuata ed alla possibilità di subirli dalle stesse forze dell’ordine, alle quali le donne vengono continuamente invitate a rivolgersi.

Le domande ricorrenti ed un po’ noiose sulla presunta assenza di un movimento politico di donne impegnato ed attivo in Italia, possono continuare a ripetersi anche per le omissioni che si possono, e dispiace, riscontrare nella vostra ed in altre trasmissioni.

Bisogna inoltre chiedersi se le libere guasconate maschiliste in tutti i livelli della comunicazione non siano la sfida aperta al fatto che da tempo in molte città Italiane gruppi di donne, su segnalazione di altre cittadine, stanno combattendo, ottenendo il coinvolgimento delle Istituzioni, finalmente, per l’applicazione delle norme Europee in materia di pubblicità e comunicazione.

La campagna dell’Udi “[Città libere dalla pubblicità lesiva della dignità delle donne->5329]” ha ottenuto delibere comunali per negare gli spazi affissivi a quel tipo di pubblicità che fa apologia di stupri e violenze.

Mi aspetto, da teleutente, pagante, che “le trasmissioni intelligenti” finiscano presto o tardi a favorire la diffusione degli strumenti che le donne hanno per difendersi dalla quotidiana aggressione delle immagini, che a volte sono vere apologie di reato. Magari dicendo a chi possono rivolgersi.

{{Davvero ci si chiede dove sono le femministe?}}

Le femministe nel nostro paese{{ ostacolano gli effetti della privatizzazione della sanità}}, controllando l’applicazione della 194, ed in questo rendendo viva quella legalità che tutti dicono di voler difendere.

Le femministe {{si occupano di far fare le cose giuste dove è necessario}}. E quando decidono fanno cose importanti, ed a spese proprie. Non dico qui quali e quante cose, perché forse questa redazione le sa già. Se non è così le domande di cui sopra devono cambiare, per esempio ponendosi questa “dove sono gli intellettuali e come si informano?”

Nella civiltà della comunicazione veloce, negare un soggetto e/o plasmarlo secondo il proprio immaginario equivale alla volontà di sopprimerlo, e da questa volontà, come si vede, non siamo le sole ad essere colpite.