Dall’intervento nella tavola rotonda “Il corpo delle donne come bottino di guerra: stupri e prostituzione coatta” che ha inaugurato il 27 gennaio scorso a Roma la mostra sulla prostituzione forzata nei lager nazisti presso il Museo di via Tasso.Tra le tante cose – più o meno pesanti – che l’esperienza del femminismo, a cui sono legata, per ragioni biografiche e professionali, mi ha lasciato in eredità, ce ne sono alcune che mi sembra importanti rilevare in una occasione come questa.
Sono indicate nel mio titolo – {{memoria e stereotipi di genere}}.
Sono parole che insieme riassumono molti anni di lavoro, di autoriflessione, e anche della mia attività di docente, di studiosa femminista delle culture queer e postcoloniali.

Intanto mi trovo, ancora una volta, ad avere a che fare con questioni legate a parole che hanno significati molteplici. In un contesto vogliono dire alcune cose; altre e diverse se il contesto cambia. Le parole sono assorbenti e porose; e con la velocità dei cambiamenti intervenuti nelle comunicazioni – verbali e informatiche che siano – questa capacità di includere nuove sfumature si è accresciuta moltissimo.

Fino a trent’anni fa, ‘memoria’ significava quasi esclusivamente un’attività legata alla facoltà di ricordare, e anche una testimonianza scritta; al plurale stava a significare principalmente, l’esercizio autobiografico.
A questi significati che possiamo considerare ‘di base’, quelli che troviamo spiegati in maniere assai simili nei vocabolari di qualche decennio orsono, se ne sono aggiunti altri, dovuti principalmente ad alcuni fenomeni, tra cui emergono:
_ 1) la nascita ed espansione delle cosiddette “nuove soggettività” nel corso degli anni ’60 e ’70 (le donne, gli afroamericani, i gay, le lesbiche, i transessuali, i e le marginali in genere, gli ebrei, gli zingari, gli immigrati con le loro diverse storie e memorie di provenienza, ecc. ecc.;
_ 2) lo sviluppo di un imponente lavorio storico e teorico sulla memoria, le sue funzioni, i suoi usi diversi nel tempo e nello spazio.

Lo studio intorno all’attività mnemonica era stato inaugurato nel 1966 da un grande capolavoro a firma di una studiosa inglese del Rinascimento – {{Frances Yates}} – la quale, nella sua magnifica “{Arte della memoria}”, aveva ricostruito le peculiarità della memoria in età moderna, intesa aristotelicamente come ’arte’, vale a dire come tecniche e modi d’uso. Dieci anni dopo il panorama già cominciava a mutare, e avevamo {{una infinità di nuovi significati attribuibili e attribuiti a ‘memoria’}}. [ Apro una parentesi: ne approfitto, intanto, per ricordare che la prima rivista italiana di storia delle donne (ma pubblicava articoli anche di teoria, sociologia, letteratura, psicanalisi, ecc.), di cui sono stata insieme ad altre 8 donne tra le ideatrici e fondatrici, si chiamava per l’appunto “Memoria”, ed era pubblicata dalla casa editrice Rosenberg & Sellier di Torino; cominciò a uscire nel 1982, e chiuse all’incirca dieci anni più tardi. Nel frattempo si sviluppava la storia orale come filone specifico della storia contemporanea che si concentrava soprattutto sulla complessità dell’attività mnemonica; cominciava a fiorire l’autobiografia, anche in conseguenza delle pratiche nuove che si inauguravano in quei decenni (i ’60 e ’70) ferventi di invenzioni – l’autocoscienza, il coming out, ecc. Mi limito a ricordare un solo titolo importante dello sterminato apparato bibliografico ormai esistente sulla memoria, che è quello di {{Aleida Assmann,}} {Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale}, (Il Mulino, 2002). Chiusa la parentesi.]

Lo sviluppo delle nuove soggettività, per esprimermi in maniera sintetica anche se, mi rendo conto, assai imprecisa, ha portato delle innovazioni nell’attività del ricordare. In particolare nell’universo culturale e politico delle donne: ‘memoria’ è diventata una parola impregnata di una forte carica pragmatica e performativa: {{secoli bui di silenzi, censure, emarginazione, cancellazione, cominciarono a riempirsi di nomi, date, episodi sconosciuti; e siamo solo agli inizi}}. Un grande esempio è proprio questa mostra che viene ospitata oggi nei locali di via Tasso, sulla prostituzione forzata nei campi di concentramento nazisti.

Diciamo quindi, ed era una delle mie intenzioni nel dare questo titolo, che il legame tra ‘memoria’ in quanto attività pragmatica e performativa – un lavoro che fa, e fa fare – e ‘genere’ (termine complicato da definire, ma in questo caso indica gli esseri umani sessuati) si sta rivelando una combinazione assai produttiva.

Nel titolo ho adoperato l’espressione “{{stereotipi di genere}}”.
Apro qui un’altra parentesi, ma più che una parentesi dovrei dire che apro {{un’immensa questione}}.

Ogni volta che sento pronunciare il termine ‘genere’ a me viene un leggero brivido che si diparte dalla radice dei capelli sulla nuca, e nei casi peggiori giunge fino in fondo alla spina dorsale, producendomi, in alcune circostanze gravi, anche reazioni di rabbia spesso incontenibile. Nel suo uso spiccio e volgare (spesso è un semplice equivalente di ‘donna’, o anche di ‘uomini e donne’ intesi banalmente come diversi gli uni dalle altre; oppure: da non confondere le une con gli altri). Questo uso spiccio ha in Italia un’età calcolabile intorno ai vent’anni. Quando fu introdotta alla fine degli anni ’80, sulla scia di un saggio della storica nordamericana {{Joan Scott}}, servì per stabilire una distinzione tra biologia e cultura, tra corpo in senso fisiologico e biologico, e costruzione storica e socio-culturale. Poco tempo dopo, il termine aveva perso ogni valenza critica, ancor meno qualsiasi pretesa ‘eversiva’, e finì per perdere specificità.

Riassumendo in poche parole : {{la parola ‘genere’ oggi può voler dire tutto e niente.}} Con una serie di riserve, appunti, spiegazioni.

Voi vi chiederete: come mai non vuol dire nulla e tutti sembrano amarla tanto? Risposta brutale: proprio perché è {{un termine dotato di impareggiabile virtù trasformista}}, funambolica abilità nel celare quanto di problematico ci potrebbe essere in altri termini vicini, anche se niente affatto sinonimi esatti, come ‘sessualità’, differenza sessuale’, ‘donne’, ‘donne e uomini’, ‘anche uomini’, ‘donne e uomini etero e gay’, ‘donne e uomini etero, gay, trans’, bi-, tri-, ecc. Facciamola finita con l’uso di questa parola, che {{sta diventando un ombrello per nascondere importanti questioni}} che, a seconda dei casi, non si sa come nominare; non le si vuole nominare. Non era così vent’anni fa, e neanche trenta o 35, quando divenne famosa nei contesti anglofoni, e poi si sparse per il mondo con traduzioni poco felici, ma mostrando una immensa capacità di permeazione, diffusione, radicamento, trasformismo. Un consiglio di facoltà o un consiglio comunale accettano volentieri che qualcuna parli di ‘punto di vista di genere’, ‘pregiudizi di genere’, ecc., reagiscono con imperiosa furia censoria di fronte ad espressioni – che vi garantisco sotto molti aspetti sono esattamente equivalenti,– come ‘differenza sessuale’, ‘sessuazione’, ‘rapporti tra sessi’, ‘sessualità’. Tutti siamo esseri sessuati, tutti e tutte siamo il risultato di rapporti sessuali, tutti sembrano/sembriamo appassionarci ai traffici sessuali dei nostri dirigenti politici; ma è meglio se parliamo di ‘genere’, perché così facendo, si possono sempre mantenere in vigore antichi rituali di moralizzazione, ristabilire barriere tra pubblico e privato se è conveniente farlo, imporre ordine laddove c’è evidente disordine.

{{Ma sotto il cielo c’è disordine}}. La filosofa nordamericana {{Judith Butler}}, che è stata una protagonista nel dibattito sulle etichette sessuali, con il suo libro “{Gender Trouble}” [orribilmente tradotto in italiano con “Scambi di genere”] ormai ritiene il termine di scarsa utilità; e così fa anche {{Joan Scott.}} Da noi, non c’è mai stato un dibattito, e quindi rimaniamo innocenti e pure, ma anche sorde, cieche e ignare di un dibattito importante.

{{“Stereotipi di genere”, quindi, non vuol dire quasi niente; ma l’ho utilizzata come espressione strategica,}} così potevo sfogarmi un po’. Che in tanti e tante vogliano utilizzare questa parola è quanto ci deve sempre insospettire, e mai tranquillizzare. Ed è questa la principale motivazione di chi, nell’ultimo decennio e più utilizza il termine ‘queer’, (che vuol dire ‘strano’ in inglese, ed era utilizzato come insulto nei confronti degli omosessuali negli anni ’50; c’è un bel film di Losey del periodo, su questo), e lo usa come termine elastico, quasi un ombrello, per indicare soprattutto l’opposizione agli stereotipi etichettanti: etero, gay, lesbo, trans, bi., tri, ecc. Non mi soffermo su questo.

In ogni modo, se ho accettato molto volentieri di partecipare a questo incontro non è stato per stare qui solo a parlare delle peculiarità del linguaggio che usiamo, e sui dibattiti tra gender e queer, ma per altre e assai poderose ragioni. In primo luogo perché sono ebrea, figlia di ebrei perseguitati dal nazismo; emigranti; e anch’io sono un’emigrante, nata e vissuta fino a 16 anni in Sudamerica, ormai in Italia da molti anni. In secondo luogo, perché ho l’impressione che in tutto questo florilegio di iniziative – alcune soltanto d’occasione – per la Giornata della Memoria, questa qui, che ospita {{una mostra il cui contenuto è inequivocabilmente legato alle differenze sessuali,}} sia una delle poche che si concentra su alcune specificità riguardanti le donne all’interno di quell’immenso abisso nero che è stata l’esperienza della Shoah.
Non so nulla sull’esperienza illustrata dalla [mostra->http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article5664]; un supplemento di orrore agli orrori di cui sapevamo. Sono colpita dolorosamente di fronte a questo nuovo capitolo a me sconosciuto, come lo ero già stata dieci anni fa dal bel volume (uscito in Italia nel 2001) “{Donne nell’Olocausto}”, a cura di {{Dalia Ofer e Lenore Weitzman.}} Qui si spiegava quanto le donne avessero avuto sotto il nazismo un trattamento diverso, svolgevano ruoli sociali diversi, e nei loro confronti c’erano aspettative particolari. Sono stati gli uomini, all’avvento del nazismo, a partire per prima e andare all’estero, perché si pensava che le donne e i bambini sarebbero stati più al sicuro. Così non fu, e quindi la percentuale di donne e bambini deportati divenne altissima. Quando poi scoppiò la guerra, le donne – soprattutto quelle incinte o con bambini piccoli – furono tra le prime a morire nei forni.
Ma anche per le donne ebree nate alla fine della guerra, il destino fu diverso che per gli uomini; almeno dal punto di vista della trasmissione di una memoria della Shoah.

In questi giorni ho riletto {{il “Diario” di Anne Frank}}. E’ un testo che negli anni Cinquanta, tra gli ebrei si dava da leggere soprattutto alle ragazze; e sono state le adolescenti e le giovani a esserne profondamente colpite. Ho ripensato al significato che questo libro aveva avuto per me, adolescente, cresciuta lontano dall’Italia in un contesto familiare italiano dove la memoria del nazismo, delle leggi razziali e delle persecuzioni era vivissimo. Molte donne della mia generazione, italiane e non, nate nell’immediato dopoguerra, hanno letto da adolescenti il “Diario” di Anne Frank. Si trattava di {{un testo chiave;}} era il libro importante, quello che rimaneva impresso per sempre. Anche perché a molte capitava che qualcuno guardandole dicesse: “assomiglia a Anne Frank”. Magari questa osservazione era accompagnata da un sorriso di simpatia, o da una carezza; sicuramente era inteso come un complimento. Chi faceva questa osservazione non si rendeva conto che era come se dicesse: “anche tu, soprattutto se sei una bambina sveglia a cui piace scrivere, potresti morire ad Auschwitz”.

Il “Diario” di Anne Frank veniva dopo quell’altro – “{Piccole donne}” di {{Louise May Alcott,}} letto e riletto pochi anni prima, negli anni dell’infanzia. Le due protagoniste scrivevano e volevano continuare a scrivere da adulte. Jo March ci riesce, e diventa una scrittrice, Anne Frank muore a Bergen-Belsen a 15 anni. {{Nel 1959 esce il film con Millie Perkins e Shelley Winters}}. Leggere il libro e subito dopo vedere il film, che rappresentava l’atroce fine della famiglia Frank e di Anne, creava un collegamento immediato tra le ambizioni di Anne e la morte nei lager. Io lo vidi allora, a 12 anni, avendo letto il libro. Come Jo March, come Anne Frank, anch’io volevo diventare scrittrice. Ma cosa poteva significare per una bambina ebrea, identificarsi con un destino che si interrompe così drammaticamente? Continuo a chiedermelo da più di 50 anni, sapendo che non troverò mai una risposta soddisfacente.
Pur non potendo rispondere in maniera adeguata a questa domanda, ci possono essere comunque alcune modalità con cui declinare una risposta, e fornire qualche chiave di interpretazione. Ce n’è una in particolare che mi sta a cuore, come femminista e come ebrea lettrice da ragazzina del Diario di Anne Frank, Si tratta di una pratica, culturale, sociale, politica, che riassumo con l’espressione: “lavorare sui resti”.
Sono parole che ho utilizzato qualche anno fa (nel 2006) in occasione di un evento a Torino per i 60 anni del voto alle donne. In quella occasione, occorreva ragionare sui problemi della rappresentanza delle donne e della rappresentazione del femminile, e di che cosa fare quando l’onda alta della mobilitazione pubblica è affievolita o in apparenza non c’è più. Cosa si può fare?

{{Nel caso del femminismo}}, lavorare sui resti è per me qualcosa che continua dopo che il femminismo è passato; una forma di produttività basata sulla manipolazione e rimaneggiamento di ciò che rimane del femminismo, conservandone le parti migliori e rinnovando quelle caduche, così da poter trasmetterlo alle altre generazioni.

Di che si tratta, nel concreto? Di insistere su quello che a me sembra uno dei compiti più grandiosi che le tante tappe della battaglia per i diritti e il voto prima, e il femminismo poi, hanno avviato: individuare gli infiniti elementi di svariata origine e natura (biologica, sociale, storica, culturale) che concorrono a disegnare {{il mosaico della femminilità}} come un insieme di differenze specifiche – alcune centrali, altre periferiche – le quali seppure con difficoltà, convivono e coesistono sotto l’ampio mantello di una differenza principale.
Qualche decennio di pratiche politiche e di teorie femministe ha infatti prodotto una completa scomposizione e attraversamento critico dei significati che si attribuivano a parole come ‘donna’, ‘materno’, ‘sessualità’,’ identità’, ecc. Nel corso degli anni ’70 sono stati scardinati stereotipi tradizionali e raffigurazioni antiquate, e nei decenni successivi alcune di noi hanno continuato a lavorare su ciò che rimaneva, sui resti.

Intendiamoci, il residuo non è uno scarto, né un detrito; {{i residui non sono cumuli di rovine di cui occorre disfarsi; ma un lascito potenzialmente durevole nel tempo}}. E’ una eredità preziosa per chi la vuole raccogliere; un impegno di responsabilità a ragionare su ciò che rimane rifiutandone la cancellazione. Anche i ragionieri distinguono tra residui passivi e attivi; e sono questi ultimi quelli che formano la riserva da reinvestire.

Il risultato di questo lavoro sui resti, che con alti e bassi alcune e alcuni di noi cerchiamo di svolgere da qualche decennio a questa parte, non è stato quello di trovare nuove definizioni identitarie, anche se qualcuna ha pensato che si trattasse di questo; bensì di {{mettere in discussione l’idea stessa di identità, di sessualità, di maternità, di femminile e di maschil}}e in quanto entità ben definite e definibili, fissate nei loro significati una volta per sempre. Insistere sulle differenze ha significato porre in questione l’identità, non fantasticare su una sua presunta e certa localizzazione; metterla al centro di una interrogazione permanente che attraversa le esperienze della storia e della vita quotidiana. Questa mostra sulla prostituzione forzata costituisce un grande esempio in tal senso.

Ed è da qui, credo, che si originano i tanti immensi dilemmi riguardanti la rappresentazione, il compito e la funzione di rappresentare. Quello che ho chiamato il mosaico della femminilità non è riducibile a un profilo preciso, a ruoli unici, a caratteristiche permanenti e immutabili. Molto più degli uomini, lo sappiamo bene, noi siamo continuamente costrette a giocare su più tavoli, a mascherarci, a rappresentarci e rappresentare ogni volta in forma mutata aspetti (esperienze, stereotipi, miti, normative) che fino a poco prima sembravano immutabili.

{{Lavorare sui resti}} vuol dire fare attenzione a dettagli a prima vista impercettibili, a ciò che sta ai margini; ad attraversare piuttosto che a rivendicare l’esistenza di aree protette, alle trasformazioni di ciò che sembrava immutabile e invece muta continuamente sotto i nostri occhi; una fatica estenuante, ma vitale e inevitabile per chi insiste a scommettere sui paradossi della politica, della storia, delle pratiche sociali e culturali.
Questa attività ‘sui resti’ vale per le differenze tra le donne e tra donne e uomini; vale anche per come lavorare intorno ai temi della memoria. E che altro è l’attività del ricordare se non una incessante rielaborazione, selezione, valorizzazione, di ciò che riteniamo importante da conservare? Cosa sono le tracce, se non dei residui che vogliamo recuperare? E come?
Si tratta di problemi che sono stati posti fin dagli anni ’60 e ’70, quando Foucault introdusse nel dibattito teorico il concetto di ‘archivio’, inteso come una indagine e una interrogazione aperta sulle genealogie del presente; e successivamente Derrida li sviluppò nel suo Mal d’archive (1995). In questo testo, il filosofo algerino ricorda che la parola ‘archivio’ rinvia allo stesso tempo al ‘cominciamento’ e anche al ‘comando’, sia a un elemento di carattere storico che a un principio di natura nomologica; egli osserva che “oggi niente è meno certo, niente meno chiaro della parola ‘archivio’”, “niente è più torbido e conturbante”; e aggiunge: “l’archivio riserva sempre un problema di traduzione”.

{{L’archivio}} non è un luogo depositario di verità inconfutabili; né dobbiamo impegnarci in una ricerca ingenua di prove chiare e definitive, nell’ansia di legittimazione e nella pretesa di raggiungere una improbabile coerenza. Sebbene l’atto di archiviare esprima un desiderio di chiusura e sistemazione, esso è sempre accompagnato da un altrettanto forte impulso all’interrogazione; non quindi un mero contenitore e ricettacolo di tracce, ma {{un punto di incrocio,}} occasione per rimetterne continuamente in discussione i contenuti. Ecco quindi che ogni momento dell’archiviazione, ciascuna aggiunta o riapertura, modifica il significato stesso dell’archivio, proponendo non tanto la statica condizione di un insieme di memorie passate da riordinare, bensì un’idea di movimento, di futuro, problemi su cui indagare ulteriormente.

Lavorare sui resti significa essere consapevoli che nelle parole che indicano rifiuti, residui, rovine, si suggerisce qualcosa che rimane e anche qualcosa che viene scartato. Vale a dire che si indica da un lato un sovraccarico, un eccesso, un di più; e dall’altro lato quel che non si assimila né si integra ed è ricacciato fuori. Ancora, e qui il riferimento alla Shoah è forte e inevitabile,{{ i resti sono anche la cenere di qualcosa che non è più}}, come ha ricordato {{Derrida}}: “ciò che serba per non più nemmeno serbare, mentre il resto è affidato alla dissipazione…” [{Ciò che resta del fuoco}, Milano, 2000, p. 17].
Resti e rovine, nei loro vari significati e sfumature, sono divenuti la materia essenziale di cui si alimentano molte riflessioni politiche sulla società presente. Ma non intese come fine della politica o della storia, bensì come potenziali frammenti da utilizzare. Essi costituiscono, come scriveva Michel de Certeau all’indomani del maggio ’68, la testimonianza di un impensato che si è prodotto anche se ormai sembra scomparso: mentre segnalano una distanza dagli eventi passati di cui tenere conto, al tempo stesso indicano una possibile apertura verso uno spazio di resistenza entro cui agire.

Rileggendo la famosa tesi di{{ Benjamin}} sull’ {Angelus novus} di {{Klee}}, {{Franco Rella}} ha osservato: “…dato che l’angelo volge la schiena al futuro e guarda le macerie, ed è preso da un vento, che spira dal paradiso e lo spinge appunto verso il futuro, vediamo chiaramente che questo vento viene dal paradiso stesso: che il paradiso, se c’è, è tra le macerie, nelle rovine. Se dunque c’è una possibilità di salvezza, se c’è una possibilità di verità, questa sta in mezzo alle rovine. E’ qui che dobbiamo guardare.”

{immagine tratta dal sito http://www.annafrank.org}

{{ {ATTENZIONE: questo testo può essere citato solo con l’autorizzazione dell'[autrice->mailto:pdicori@libero.it]} }}